Santiago Posteguillo.

INVICTA LEGIO. Parte 3.

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Titolo originale: Las Legiones Malditas.
Traduzione di: Claudia Acher Marinelli e Adele Ricciotti.
2015 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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56. LOCRI.
Locri, Italia meridionale, 205 a.C.
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Publio indoss il paludamentum per coprirsi. La notte era sorprendentemente fresca per quelle zone del Sud dell'Italia, considerato che l'estate era gi cominciata. Aveva mangiato poco a cena, forse era per questo. I suoi uomini, al contrario, si erano rimpinzati con una doppia razione di farinata di grano e carne di maiale essiccata. Doveva mantenerli forti.
Era la prima volta che i soldati della VI legione tornavano a combattere dopo la sconfitta di Canne. Silano e Mario, che li accompagnavano nell'incursione per la riconquista di Locri, avevano giudicato quella scelta un errore fin dall'inizio e, pur avendo deciso di partecipare a quell'avventura, cos come avevano battezzato la campagna di Locri, avevano continuato a criticarla, insistendo, proprio come aveva fatto Lelio in teatro, che sarebbe stato meglio prendere i soldati della V. Forse avevano ragione. Solamente il pretore Pleminio e i suoi uomini sembravano soddisfatti di quella decisione: speravano di guadagnarci un bottino e la gloria.
Publio si sedette sul tronco di un albero abbattuto da un fulmine. Da l, grazie all'altezza della collina sulla quale si trovava e alla luce della luna crescente, poteva avere una visione dettagliata delle mura della cittadella di Locri che dovevano conquistare quella stessa notte. Farsi accompagnare dalla V legione. S, era una buona idea, ma quando Publio aveva iniziato a nutrire dubbi sul proprio complicato piano, Lelio si era gi preso parte della V per la missione di ricognizione delle coste africane; e non se la sentiva di portare con s il resto della V e lasciare l'intera VI a Siracusa, in compagnia dell'ostilit di Marco e Mazieno. Perci, alla fine, aveva riconsiderato il piano originario, mettendosi in viaggio per Locri insieme a gran parte dei manipoli della VI, pur dovendo rinforzare il contingente delle truppe con soldati provenienti dal gruppo di volontari italici, del tutto fedeli alla sua volont. Inoltre, se Locri si fosse dimostrata una facile conquista, i legionari della VI avrebbero cominciato ad avere pi fiducia in lui, in Publio Cornelio Scipione, sottraendosi alle insidie di Marco Sergio e Publio Mazieno.
Eppure, su quella collina, Publio stava esaminando una serie di problemi che avrebbe potuto compromettere il suo piano: la citt di Locri si estendeva lungo una valle circondata da due altopiani sui quali erano state costruite due imponenti fortezze. L'idea era di conquistare uno dei due fortini con l'inganno. Ma anche qualora questa impresa fosse andata a buon fine, rimaneva l'altro, che poteva essere ottenuto solo mettendolo a ferro e a fuoco. I soldati della VI sarebbero stati all'altezza del compito?
Mario Giuvenzio si avvicin al generale indicandogli un punto nello oscuro orizzonte della notte. Publio alz lo sguardo che, distrattamente, tanto era assorto nel suo mondo di dubbi e confuse decisioni, aveva abbassato fino a fissare l'erba sotto i suoi piedi. Il console di Roma vide in lontananza un'intensa luce spostarsi da un lato all'altro delle alte mura della cittadella.
 il segnale? chiese Mario a bassa voce, titubante, aspettando la conferma del suo comandante prima di osare lanciare un attacco.
 il segnale conferm Publio pacato e senza esitazione.
Non aggiunse altro. Mario avrebbe preferito che l'ufficiale si mostrasse pi cauto ed esitante per poter ritardare l'attacco. Fece qualche passo indietro e si affianc a Silano, che lo attendeva altrettanto nervoso.
Che cosa facciamo? domand Silano a Mario.
Il comandante dice che  il segnale.
Silano sospir, poi sput a terra.
E allora sia, per tutti gli di! E aggiunse: Andiamo!.
Entrambi i tribuni discesero la collina per incontrarsi con i centurioni Marco Sergio e Publio Mazieno e i legionari della VI.
Publio rimase sulla collina, circondato dai suoi lictores. Da l, osservava la moltitudine di soldati avanzare verso la cittadella come un enorme serpente nero che si spingeva lento ma deciso verso i piedi della muraglia.
Marco e Publio Mazieno non confidavano in quell'impresa, eppure non avevano detto nulla ai loro uomini. Aspettavano che lo scontro con la dura realt, fatta di dolore, sangue e morte, li rendesse consapevoli di essere agli ordini di un pazzo. La ribellione sarebbe stata molto pi probabile dopo uno stupido e infruttuoso attacco notturno. Marco Sergio guardava i suoi uomini prepararsi per l'occasione con corde e scale, come fossero dei bambini stoltamente entusiasti alla loro prima escursione al Campo Marzio.
Raggiunsero facilmente i piedi delle mura, ma proprio nel momento in cui sia lui che Publio Mazieno credevano che sarebbero cominciati i problemi, al posto di pece bollente, frecce, lance o pietre, dall'alto della muraglia piovvero scale, che scendevano stendendosi lungo le alte pareti. I suoi uomini si arrampicarono senza trovare alcuna opposizione e, arrivati in cima, vennero accolti dai cittadini di Locri, amici della causa romana, che indicarono loro dove si trovavano i posti di guardia dei Cartaginesi, i quali, incautamente, a quell'ora della notte, avevano ceduto la vigilanza agli abitanti, desiderosi solo di tradirli. Marco Sergio e Publio Mazieno assistettero impotenti alla strage che con tremenda facilit i suoi uomini seminarono tra le addormentate e sprovvedute sentinelle africane. Per di pi, quando i Punici venivano feriti, erano i Locresi a finirli senza piet. In breve l'intera cittadella fu nelle mani dei Romani, mentre i Cartaginesi che erano riusciti a riunirsi, anzich lottare, scelsero di fuggire aprendo le porte della fortezza e cercando rifugio nel resto della citt di Locri ancora sotto il loro dominio.
Alle prime luci dell'alba, Marco e Mazieno assistettero all'entrata trionfale di Publio Cornelio Scipione in quella cittadella liberata e riconquistata. I legionari della VI, i soldati di Pleminio e i volontari italici lo acclamavano.
Questa  una catastrofe per i nostri scopi comment a bassa voce Mazieno a Marco, mentre il generale sfilava vittorioso tra i legionari attraverso le strade della fortezza.
Marco rispose con freddezza. Siamo solo a met del lavoro. Rimane un'altra citt da conquistare e questa volta i Cartaginesi non si faranno sorprendere da un secondo tranello. Hai visto come sono le mura di queste due cittadelle? Sar impossibile prenderle. Vedremo se i soldati saranno ancora cos riconoscenti quando cominceranno a morire uno dietro l'altro e i loro cadaveri si ammucchieranno sotto la muraglia del fortino cartaginese. Lo vedremo. Per tutti gli di, lo vedremo.
E si allontan, riflettendo e maledicendo, mentre Mazieno soppesava la portata di quella premonizione.
Erano passati alcuni giorni, e Publio Cornelio Scipione osservava preoccupato mentre raccoglievano gli ultimi uomini feriti dalle lance puniche scagliate dalla cittadella vicino a Locri che i Cartaginesi ancora mantenevano.
Tutto era cominciato bene, molto, troppo bene, con la caduta della prima fortezza in una notte. Ma ora... da oltre una settimana attaccavano senza sosta l'altro fortino e ogni intento non solo era risultato completamente inutile, ma aveva anche decimato le truppe reclutate per quell'incarico. Inoltre, i feriti si contavano a centinaia. La missione cominciava a complicarsi oltre l'immaginabile. Tutto il contrario di quello che era successo a Lelio in Africa. Erano giunte notizie molto positive da Siracusa: Lelio era sbarcato sulle coste africane, presso Hippo Rhegium, e da l aveva cominciato a distruggere tutti i territori vicini, saccheggiando, eliminando le difese cartaginesi della regione e accumulando un sostanzioso bottino di guerra che avrebbe impressionato il Senato di Roma. Ma non era tutto: Lelio ne aveva approfittato per incontrare il famigerato principe numida Massinissa, il quale aveva rinnovato la promessa di aiutare i Romani quando questi fossero sbarcati con tutte le truppe in Africa. E c'era di pi: Massinissa aspettava impaziente l'arrivo di Scipione e delle sue legioni. In base a ci che si deduceva dal rapporto di Lelio, sembrava che l'unica cosa che il giovane numida rimproverasse ai Romani fosse il ritardo con cui avevano attaccato l'Africa.
Publio respirava lentamente. Anelava invano una pace impossibile da trovare. Forse tutti avevano ragione nel giudicare un errore la partenza per Locri. Stava ritardando la ben pi importante campagna in Africa e, come se non bastasse, la resistenza cartaginese nella seconda cittadella stava trasformando quell'attacco in una carneficina. Publio aveva tentato di alzare il morale delle truppe attraverso una facile vittoria e ora, invece, assisteva a un lento massacro. Era ovvio che, tra gli obbiettivi dell'attacco a Locri, c'era altro oltre alla ricerca di una semplice vittoria, ma per poter realizzare il suo intero piano quella riuscita era necessaria. Doveva assolutamente conquistare la seconda fortezza e doveva farlo al pi presto, prima che le cose si complicassero ulteriormente e prima che Marco Sergio e Publio Mazieno incitassero alla ribellione. Se non era ancora avvenuta, era stato grazie all'arruolamento dei soldati di Pleminio e di parte dei volontari italici, corpi dell'esercito sui quali l'ascendente dei centurioni della VI non aveva effetto. Ma se il massacro fosse durato le insidie di Marco e Mazieno avrebbero presto influenzato gli animi degli uomini di Pleminio, poco abituati alla lotta. Poteva contare solamente sulla lealt di Silano, di Mario e dei volontari italici.
Publio cominci a considerare la possibilit di costruire una torre d'assedio, anche se questo avrebbe ritardato l'attacco finale. Tuttavia, ci avrebbe mantenuto gli uomini occupati con un obiettivo ben definito, e alzare una palizzata intorno alla cittadella avrebbe privato gli assediati di ogni fonte di rifornimento. Publio sapeva delle uscite notturne dei Punici per procurarsi provviste, che i suoi uomini non sempre erano riusciti a impedire. I Cartaginesi erano soldati molto pi esperti dei legionari della VI nell'arte della guerra e nella lotta per la sopravvivenza. I Punici avevano combattuto per anni in Hispania e per molto tempo avevano avuto il migliore dei generali: Annibale.
Publio ud il rumore degli zoccoli di un cavallo che risaliva la collina davanti alla cittadella punica. Accanto, Silano, Mario e un nervoso Pleminio davano ordine di continuare l'attacco alla fortezza. Il console di Roma si volt e vide un legionario sudato e coperto di polvere smontare da un cavallo stremato. Era uno degli esploratori che Publio inviava sempre con il compito di perlustrare ogni zona attigua per controllare se stesse avvenendo qualche azione militare. Voleva essere informato di tutto ci che succedeva nelle regioni vicine per evitare sorprese. Proprio come i Punici, anche lui aveva appreso a guerreggiare con una considerevole destrezza.
Appena il cavaliere si avvicin al console, i lictores gli sbarrarono il cammino.
Fatelo passare.  uno dei nostri.  fidato.
L'esploratore si fece largo attraverso lo stretto passaggio apertogli dalla scorta del console.
Saluto il console di Roma, Publio Cornelio Scipione... Poi prese fiato. Ansimava. Aveva cavalcato per ore senza fermarsi. Annibale, mio generale... sta arrivando Annibale... con tutto il suo esercito.
E non riuscendo a dire altro si pieg appoggiando le mani sulle ginocchia per recuperare il fiato.
Silano e Mario si guardarono sconcertati e impauriti. Publio percep il medesimo turbamento tra i suoi lictores, soprattutto sul viso del pretore Pleminio. Rimase un attimo in silenzio per riordinare i pensieri. Il progetto della torre d'assedio era appena sfumato. Ora c'erano altre priorit. Marco Sergio e Publio Mazieno, come avvoltoi che fiutavano la catastrofe, risalivano la collina. Non era loro sfuggita la nube di polvere che il cavallo del ricognitore al galoppo aveva alzato all'orizzonte. Quel legionario, nell'affanno di servire bene e rapidamente, aveva sollevato anche una polvere di paura che presto avrebbe investito tutti gli uomini del suo piccolo esercito dislocato a Locri.
A quanti giorni da qui si trova Annibale? chiese Publio.
L'esploratore si ricompose e rispose respirando pi lentamente.
Due giorni, tre al massimo. Io ho cavalcato tutta la notte senza fermarmi, ma la maggior parte delle sue truppe  di fanteria. Anche se la cavalleria numida potrebbe precederle e raggiungere Locri gi domani.
Publio vide che Marco e Mazieno avevano raggiunto la cima della collina. I loro sguardi inquisitori cercavano di scoprire cosa stesse succedendo.
D'accordo continu Publio. Mi hai servito bene, esploratore. E si diresse verso uno dei suoi lictores. Fai in modo che a quest'uomo sia dato da mangiare e da bere, vino se lo desidera, e un buon pasto; e che gli sia permesso di riposare nella fortezza che controlliamo, sotto un tetto e in un buon letto.
Poi, mentre l'esploratore si ritirava, si diresse verso Mario, Silano e Pleminio, ma prima che potesse pronunciarsi si ud la voce di Marco Sergio alle spalle dei lictores che gli impedivano di avvicinarsi al console.
Cosa succede, console? Se c' un problema abbiamo il diritto di saperlo.
Quelle insolenti parole avrebbero meritato un castigo, ma mentre Publio si girava verso il centurione della VI incontr lo sguardo teso e stanco di Pleminio e ricord i suoi piani iniziali: in un lampo si rese perfettamente conto di quale fosse, ora, l'unica cosa da fare per realizzarli.
Lasciate passare il centurione della VI disse.
Ancora una volta i lictores arretrarono. Marco e Mazieno si avvicinarono lentamente.
Publio Cornelio Scipione, console di Roma, spieg brevemente i fatti a Marco Sergio e a Publio Mazieno. Non  accaduto nulla di strano essendo in guerra. Gli assediati hanno chiesto aiuto e Annibale sta accorrendo in loro soccorso con il suo esercito di veterani e la cavalleria numida. Saranno qui tra pochi giorni. Ecco cosa succede, Marco Sergio.
Il generale fiss intensamente i centurioni.
Marco Sergio trasal. Era confuso. Avrebbe dovuto rallegrarsi dal momento che si preannunciava una catastrofe ben pi grave di quella che avrebbe potuto immaginare; eppure, invece di sentirsi soddisfatto, avvert un brivido che gli raggel il sangue. Annibale. Stava arrivando Annibale. Nonostante tutto mantenne la calma e disse quello che aveva in mente.
Per Ercole, questa non  una bella notizia. Dovremmo ritirarci ora che siamo ancora in tempo.
Ritirarci? disse Publio voltandosi lentamente verso Marco Sergio e guardandolo. Vorresti dire che gli uomini della VI legione di Roma dovrebbero ritirarsi prima dell'attacco di Annibale proprio come fecero a Canne e per questo soffrirono anni e anni di esilio? Questa  la grande idea del grande Marco Sergio?
L'interpellato esit qualche secondo, poi ricominci.
Dobbiamo andarcene. Non come a Canne. Dobbiamo andarcene prima che Annibale cominci a massacrarci. Questo dobbiamo fare.
Capisco disse Publio. Avanzando, si ferm di fianco a Marco, alz la testa e gli url sputando saliva e bile a ogni parola: Ascolta, razza di miserabile e viscido ratto! Per tutti gli di, noi non ci ritireremo! Fin quando io sar al comando gli uomini della V e della VI legione di Roma mai e poi mai ripiegheranno nuovamente di fronte all'avanzata di Annibale! Questa  stata la sola causa di ogni nostro problema e tutto ci deve cambiare da questo preciso momento! Tu sei solamente un centurione, un centurione che nemmeno rispetta gli ordini ricevuti e la cui incompetenza verr da me giudicata al momento opportuno. Che gli di abbiano piet quando la mia ira piomber su di te e sulla tua stupidit!.
Marco Sergio indietreggi, ritirandosi insieme a Publio Mazieno. Publio camminava dietro di loro. Il suo viso era infiammato dalla rabbia. Una furia che Silano e Mario ricordavano di aver gi visto, quando il loro generale aveva combattuto corpo a corpo contro gli ammutinati di Sucro, ma che il pretore Pleminio non conosceva e che lo lasci attonito.
Il generale continu a urlare contro i sempre pi scoraggiati Marco e Mazieno. Ora andatevene da qui e vedete bene di ubbidire ai miei ordini: arrampicatevi su quelle maledette mura e aprite le porte di quella maledetta cittadella! Ad Annibale penser io, dal momento che voi siete solamente dei miserabili centurioni, di una legione maledetta da tutti e dimenticata da Roma, mentre io, nonostante tutto, sono il console di Roma! Mi occuper di Annibale e gli terr testa come feci sul Ticino e come feci con suo fratello e i suoi generali in Hispania! Ora sparite dalla mia vista e fatelo in fretta! O per tutti gli di ordiner che vi infilzino come due cinghiali appena cacciati!
Marco Sergio e Publio Mazieno si allontanarono velocemente e discesero la collina.
Dall'alto Publio, sbollita la rabbia, si rivolse a Silano, Mario e Pleminio. Che i messaggeri salpino verso Siracusa. Con due, anzi no, con tre distinte imbarcazioni, per assicurarsi che i miei ordini giungano a destinazione. Dobbiamo avvertire Marcio e Lelio che partano in nave il prima possibile, con il resto della VI legione e la V al completo, oltre che con un terzo dei volontari italici. Devono venire anche Trebellio, Gaio Valerio e Sesto Digizio; e anche Lelio. Che Marcio rimanga al comando di Siracusa insieme all'ultimo terzo di volontari e alle truppe che gi si trovano l. Pare che le legioni maledette si scontreranno con Annibale prima del previsto.
Silano era scettico, ma assent e si diresse verso la cittadella che controllavano per organizzare ogni cosa. Mario stava per andare con lui, tuttavia si trattenne. Era l'uomo che anni prima aveva annunciato al giovane console la morte di suo padre e di suo zio. Per questo motivo Publio Cornelio aveva sempre dimostrato uno speciale riguardo nei suoi confronti e gli aveva permesso una confidenza che aveva concesso solo a Lelio, specialmente prima di Baecula.
Mio generale, cominci a dire Mario a bassa voce tutto questo pu finire male. Gli uomini della V e della VI non sono ancora pronti per tornare a fronteggiare Annibale.
Publio non si alter. Hai ragione, ma non posso nemmeno permettere che i soldati della VI retrocedano di fronte alla sua avanzata. Non deve succedere un'altra volta. Se devono morire, moriremo tutti, ma le legioni maledette non retrocederanno mai: queste non sono parole retoriche. Publio esamin l'espressione seria di Mario e quella preoccupata di Pleminio, il pretore di Rhegium, e decise di aggiungere: Va bene, dovremo inviare messaggeri anche al console Crasso e a Metello, per informarli dell'arrivo di Annibale. Noi faremo da esca. Le legioni di Crasso e Metello possono prendere Annibale nella retroguardia, cos lo avremo in pugno. Il piano sembra buono, che ne pensi, Mario Giuvenzio Tala?.
Mario annu, ma aveva ancora dei dubbi.
Ci nondimeno, richiamando le due legioni da Siracusa disobbediremo agli ordini del Senato.
 vero, Mario, ma per essere pi precisi disobbediremo agli ordini che Quinto Fabio Massimo, con le sue opinioni su questa guerra, ha forzatamente imposto al Senato; e proprio a causa delle sue idee la guerra si  dilungata fino a questo punto. Ora abbiamo un'opportunit. Quindi ribad con forza: Abbiamo un'opportunit, e la useremo. La useremo e non torneremo pi su questa decisione.
Mario si port il pugno destro al petto e se ne and, scomparendo oltre i lictores. Pleminio, scuotendo la testa, lo segu. Aveva cercato di guadagnarci con una facile vittoria e ora, invece, era finito nella tana del leone a causa degli ordini di un esaltato.
Publio Cornelio Scipione guard nuovamente la cittadella dominata dai Cartaginesi. Quanto piccolo appariva ora quell'obiettivo!
Il console di Roma alz lo sguardo al cielo e chiuse gli occhi. Esisteva la penosa possibilit che Crasso e Metello, per invidia o per rancore, o per entrambi i motivi, decidessero di non inviare i soldati e lasciassero che Annibale massacrasse le legioni V e VI insieme al loro impulsivo console. Eppure, Publio confidava nell'ambizione dei due generali romani: la possibilit di una vittoria su Annibale era di gran lunga pi potente della loro invidia. Oppure no? Al posto suo, Fabio Massimo avrebbe aperto gli occhi e osservato il volo degli uccelli nel cielo per comprendere i disegni divini; ma dato che lui non era un indovino, rimase a occhi chiusi e preg, preg intensamente e ardentemente Giove onnipotente, Marte il dio della guerra, e Minerva che da sempre proteggeva Roma e guidava il passo di quell'umile e disgraziato console. Di solito non pregava in privato, ma in pubblico, davanti alle sue truppe, al popolo, al Senato, ma quella era un'occasione speciale. Quel giorno, per la prima volta da molto tempo, dalla morte di suo padre e di suo zio in Hispania, quel pomeriggio, mentre Annibale si avvicinava, con le legioni V e VI divise e impreparate, in quell'occasione Publio si sent disperato, indifeso e, lontano da Lelio, profondamente solo.
Lelio si trovava sulla prua della trireme che navigava spedita. Calava la notte, ma la luna crescente e il cielo senza nubi li avrebbero aiutati nella navigazione notturna, mentre costeggiavano la parte pi meridionale dell'Italia diretti a Locri. Doveva arrivare prima dell'alba o le truppe di Annibale avrebbero dapprima impedito lo sbarco, poi l'unione con i legionari di Publio nella cittadella. Non erano passate nemmeno ventiquattro ore da quando aveva ricevuto il messaggio del console che gli chiedeva d'imbarcare il resto della VI legione, l'intera V e i volontari italici per unirsi a lui nell'attesa dell'imminente arrivo di Annibale a Locri. Ancora Annibale. Certamente il console non aveva previsto quell'arrivo.
O invece s? Da anni ormai la loro lunga amicizia non era pi coronata dal valore della piena fiducia, e Publio non condivideva pi tutti i suoi progetti riguardo alle campagne militari; anche se alla fine ricorreva sempre a lui, sembrava considerarlo solo un elemento aggiuntivo della sua strategia.
Lelio perlustr il buio orizzonte del mare mentre rifletteva. Lui aveva trovato consolazione nella giovane Netikerty, ma Publio? Sicuramente era Emilia, ora, la sua principale confidente. Una gran donna. Pur tuttavia, cosa ne sapeva lei di come si conduce una campagna militare? Le cose non si sarebbero complicate tanto se Publio lo avesse consultato prima. Marcio, Mario, Trebellio, Digizio, Silano, incluso Valerio della V, gli erano tutti fedeli, ma Lelio sapeva che Publio non nutriva per nessuno di loro la stessa fiducia che aveva avuto in lui, come quando gli aveva confessato il vero piano per conquistare Carthago Nova. Quelli erano tempi migliori. Ora, invece, il console, impetuoso come sempre, non aveva nessuno al suo fianco che potesse comprenderlo. E nonostante tutto aveva ottenuto il consolato, poi il comando della Sicilia e il permesso per invadere l'Africa; ed era perfino riuscito a reclutare un notevole contingente di cavalleria evitando gli ostacoli del Senato. Ma aveva costretto tutti allo scontro con Annibale senza alcun ulteriore controllo, senza farsi consigliare, con truppe ancora carenti di coraggio e di preparazione e, cosa peggiore, in territorio italico, disubbidendo a un ordine del Senato: l'Italia era destinata a Crasso, mentre la Sicilia e l'Africa a Publio, che stava trasgredendo anche alla sua stessa idea di portare la guerra in Africa.
Ora doveva riuscire a giungere a destinazione e sbarcare durante la notte per incorporarsi alle forze romane di Rhegium e della VI nella cittadella di Locri controllata da Publio. E l'indomani avrebbe affrontato Annibale. Se fossero stati sconfitti, li attendeva la morte e, se fossero stati catturati, la tortura; se invece avessero ottenuto, contro ogni previsione, la vittoria, Publio non avrebbe potuto sfruttarla a suo favore avendo agito contro il volere del Senato.
Lelio sorrise. Nessuno aveva ancora sconfitto Annibale, almeno non in forma evidente. All'apparenza c'era stata solo una lunga successione di infamanti sconfitte per mano dell'esercito del generale cartaginese. C'era stato,  vero, qualche pareggio e Claudio Marcello, l'unico console che talvolta era riuscito a costringere Annibale alla fuga, era stato poi ucciso dai mercenari cartaginesi durante un'imboscata ordinata dal loro stesso generale.
Certamente non andava dimenticato il faccia a faccia tra Fabio Massimo e Annibale, che si era risolto alla pari. Ma con il solo pareggio non si sarebbe mai ottenuto l'abbandono dell'Italia da parte di Annibale. Tutto era troppo confuso e complicato. Era l che Lelio si perdeva: poteva riconoscere con chiarezza il progresso di una battaglia, ma non il lento svolgimento di una guerra ogni giorno pi lunga e dolorosa per tutti. Eppure, erano proprio quelli i momenti in cui Publio emergeva, senza dubbi o esitazione alcuna e, dicendo a tutti cosa fare, loro lo seguivano. Cos aveva conquistato Carthago Nova e poi l'intera Hispania. Qualche giorno prima gli aveva ordinato di partire per l'Africa in ricognizione e poi di marciare verso Locri con parte della VI e dei volontari, insieme ai soldati del pretore Pleminio di Rhegium. Lo aveva ordinato con la stessa determinazione di sempre. In Africa tutto si era risolto bene, meglio di quanto avesse sperato, ma Locri era un caos, un'insensatezza verso la quale si stavano pericolosamente dirigendo.
I cavalieri numidi cavalcavano intorno alla fortificazione di Locri dove tutte le truppe romane si erano rifugiate.
Quanti sono? chiese Marco Sergio al resto degli ufficiali che erano saliti sulle mura insieme al console.
Qualche migliaio rispose bruscamente Silano.
Circa tremila conferm Mario.
La migliore cavalleria del mondo aggiunse il console, ma la cavalleria pu combattere solo in campo aperto, per questo noi ci siamo rifugiati qui, dentro la cittadella. Del resto, i Numidi rappresentano solamente la punta dell'esercito di Annibale.
Mario e Silano non comprendevano l'atteggiamento del console. Era come se si divertisse a incrementare il timore, gi di per s rilevante, di Marco Sergio e Publio Mazieno, una paura che presto avrebbero senz'altro condiviso con le truppe della VI e, di conseguenza, il panico si sarebbe poi esteso a tutti i legionari una volta che i due centurioni fossero scesi dalle mura. E di Pleminio, nascosto in qualche angolo della fortezza, si poteva dire altrettanto.
Il console non aveva ancora terminato di pronunciare quelle parole quando i raggi del sole pomeridiano che si allungavano sulla terra del Bruzio illuminarono le sagome di centinaia, migliaia di soldati che emergevano da dietro le colline che circondavano la valle di Locri.
Annibale? chiese a bassa voce Publio Mazieno.
Annibale rispose Mario, che guard il console chiedendosi se avesse fatto bene a confermare ci che sembrava evidente.
Ma il giovane generale sembrava non ascoltare la conversazione tra i suoi ufficiali. I suoi occhi si perdevano nell'ancora lontana moltitudine di soldati: Iberi, Galli, Africani, uomini rinnegati da Roma, schiavi liberati e Cartaginesi avanzavano verso di loro al comando del terribile Annibale.
 venuto con tutto il suo esercito? domand ancora Marco Sergio.
Mario annu in silenzio e questa volta fu il console a parlare, ma non per rispondere a Marco.
Quante catapulte ci sono dentro la fortezza?
Due in buono stato e altre due che devono essere riparate rispose il sempre efficiente Silano.
Allora che le riparino il prima possibile. Ci serviranno continu il console. E che dispongano le due funzionanti a circa cinque passi dalla porta. Quello  il punto pi debole della cittadella. Attaccheranno prima la porta e poi tutto il resto.
Mentre il console parlava, i cavalieri numidi, che fino a quel momento si erano limitati a cavalcare intorno alla cittadella, cominciarono a riunirsi in piccoli gruppi e a scagliare lance sulla cima delle mura. Erano abili e la maggioranza delle lance colse di sorpresa i Romani riuscendo a oltrepassare i merli e cadendo sulla citt come un'interminabile pioggia di dardi mortali.
Molti non andarono a segno, ma una decina trafisse alcuni legionari che non si aspettavano un attacco cos repentino. Le grida dei feriti spaventarono l'animo di tutti dentro la piccola fortificazione di Locri. Il pretore di Rhegium, Pleminio, sal sulle mura alla ricerca del console. Arriv gridando e sputando addosso ai lictores che gli impedivano di avvicinarsi al generale e ai suoi ufficiali.
Per Ercole! Ma che stiamo facendo chiusi qui dentro con tutte le truppe invece di uscire e farla finita con questi maledetti Numidi?
Obbedendo a un segnale di Publio, i lictores lasciarono passare il pretore, che si stava dirigendo verso il console con il volto rosso dall'ira, quando i suoi occhi videro l'esercito di Annibale che si avvicinava alla citt. Erano pi di ventimila uomini, oltre alla cavalleria numida che li stava bersagliando.
Dentro la cittadella, fra le truppe della VI, i volontari arruolati dal console e gli uomini del pretore non c'erano pi di seimila uomini.
Pleminio rimase pietrificato di fronte allo spettacolo dell'immenso esercito cartaginese che si avvicinava.
Il console gli rispose con tranquillit.
Se vuoi, Pleminio, hai il mio permesso per uscire con i tuoi uomini di Rhegium e affrontare Annibale. Per quanto mi riguarda, i miei uomini e io rimarremo qui dentro ad aspettare il resto delle truppe da Siracusa che ho mandato a chiamare. Ma se tu hai fretta di uscire, non sar certo io a impedirtelo.
Pleminio lo guard in silenzio. Tutti tacquero. In una diversa circostanza, Mario e Silano sarebbero scoppiati a ridere, ma la situazione era troppo grave per fare battute, anche se il console sembrava averne il controllo.
Che ritirino i feriti e abilitino un posto nel centro della fortezza dove poterli medicare. Ho portato con noi il nostro miglior medico. Lui si occuper dell'organizzazione. Il console impartiva ordini con la serenit di chi  abituato a farlo da molto tempo. Tutti lo ascoltavano. Se gli uomini di Pleminio non hanno intenzione di uscire, che si occupino allora della difesa dall'interno, incaricandosi delle catapulte e di proteggere la porta. La met di loro s'impegni in queste funzioni. L'altra met vada a riposare in un luogo sicuro da frecce e lance. Dovremo fare a turno per difenderci. La VI continu rivolgendosi a Marco Sergio e a Publio Mazieno deve essere divisa in due gruppi. Un primo contingente stia sulle mura e l'altro riposi per dare il cambio della guardia durante la notte.
I centurioni della VI acconsentirono e si congedarono senza manifestare la loro solita arroganza. Circondati dall'esercito di Annibale, non era il momento di mostrarsi loquaci, n di incoraggiare una ribellione. Almeno non prima di vedere come si sarebbero sviluppati gli eventi in quell'assedio.
Silano si avvicin al console e gli sussurr: Siamo venuti per assediare e ora siamo noi gli assediati.
Non v'era per traccia di rimprovero nelle sue parole, sembrava solo riflettere tra s e s.
Proprio cos, Silano gli rispose il console.  vero, la guerra contro Annibale  sempre piena di sorprese.  difficile prevedere quali saranno le sue mosse e come reagir, ma ora la cosa pi importante  resistere al suo attacco e confidare nel fatto che si senta talmente sicuro della superiorit numerica dei suoi soldati da non avvicinarsi durante la notte. In questo modo, potremo aprire le porte e lasciare entrare Lelio e le sue truppe prima dell'alba.
Lelio arriver in tempo? chiese Mario.
Publio Cornelio Scipione si volt verso di lui e lo guard come si guarda chi ha detto un'assurdit.
Lelio  arrivato in tempo sul Ticino e a Carthago Nova. Arriver in tempo anche a Locri. Lo ha sempre fatto.
Mentre il console parlava, Annibale aveva disposto tutte le truppe in formazione di attacco: Iberi e Galli al fronte, Africani e Punici dietro di loro. La cavalleria numida era stata ritirata dalle mura e spiegata in un'ala, e all'altro estremo era posizionato un altro forte contingente della cavalleria cartaginese, anche se pi scarso in numero.
Cosa aspetta a lanciare l'attacco? chiese Silano.
Nulla disse il console, e proprio mentre pronunciava quella parola i mercenari iberici e gallici si lanciarono all'attacco gridando a squarciagola. Non possedevano scale, ma solo lance, frecce e spade.
Dobbiamo riuscire a resistere a questo primo attacco. Annibale sta solo cercando di demoralizzare i nostri uomini. Non ha ancora riunito i materiali per l'assedio. Lo far nei prossimi giorni con l'aiuto dei Cartaginesi, dell'altra fortezza e con tutto ci che potr raccogliere nella citt. Ora dobbiamo solamente resistere.
Nel terminare il suo discorso, il console fu costretto ad alzare notevolmente la voce per farsi sentire al di sopra del frastuono causato dalle incontenibili grida degli Iberi e dei Galli che caricavano contro le mura di Locri, gettando lance e frecce infuocate sulle merlature e contro la porta della fortezza.
Assicuratevi che spengano il fuoco alla porta! grid il console. Il resto non importa, ma per tutti gli di, controllate la porta!
Lelio guardava la costa italica delinearsi nell'oscurit della notte. Rimanevano ancora varie ore di navigazione e il vento aveva smesso di soffiare.
Remate con pi forza! grid agli ufficiali della trireme.
I marinai duplicarono gli sforzi per compensare l'inutilit delle vele sgonfiate dall'assenza di vento.
Remate, remate, remate! Per Ercole! Dobbiamo arrivare questa notte! Poi, senza pi gridare, parlando a se stesso mentre tornava a prua, disse: Dobbiamo arrivare questa notte, questa notte....
Nel silenzio di un mare senza onde n vento, lo schianto scandito dei remi contro la superficie dell'acqua delle decine di navi colme di soldati accompagnava lo sguardo nervoso di Gaio Lelio, preoccupato e impensierito, oppresso dalla responsabilit vincolata al giuramento fatto di proteggere sempre Publio Cornelio Scipione fino alla fine dei suoi giorni, fino a che non avesse trovato la morte. Damnatus est gli aveva detto Fabio Massimo. Damnatus. S, maledetto. Come quelle legioni, come quella guerra.

Annibale osservava, in attesa dell'attacco da parte delle sue truppe. Era una precauzione. Voleva solo vedere fino a che punto questi Romani pensavano di resistere. C'era davvero Scipione dentro quelle mura? Era difficile crederlo. Gli era stata assegnata la Sicilia. Erano Crasso e Metello coloro che avrebbero dovuto attaccare Locri. Dov'erano le loro legioni? Quanti uomini c'erano dentro la cittadella controllata dai Romani? Intanto Maarbale era appena tornato da quella dominata dai Cartaginesi che avevano richiamato Annibale in soccorso.
Ha circa cinquemila uomini. Noi siamo almeno quattro volte tanto, forse di pi. La loro resa  solo una questione di tempo disse il capo della cavalleria punica.
Per Baal e Tanit, Maarbale! Non c' tempo per un assedio! rispose Annibale. Crasso e Metello possono far partire le loro legioni verso Locri in qualsiasi momento. Dobbiamo entrare nella cittadella prima che arrivino. Solo cos potremo assicurarci la nostra posizione. La porta sembra essere il punto pi debole. Domani ci scaglieremo su quella. All'alba.
Improvvisamente, arriv dal cielo una raffica di pietre. Annibale e Maarbale stavano parlando a circa duecento passi dalla muraglia, circondati da una decina di soldati africani. Alcune pietre colpirono tre guardie, una delle quali ad appena tre passi da Annibale. I soldati africani raggiunti dai colpi letali caddero a terra. I loro corpi si contorcevano per il dolore mentre il sangue fluiva da sotto i loro elmi ammaccati.
Annibale alz lo sguardo verso le mura.
Hanno le catapulte. Osserv un secondo di silenzio, poi chiese a Maarbale:  stata confermata la presenza di Scipione all'interno della cittadella?
S, mio generale.
Annibale riprese a guardare le mura.
 strano che sia venuto solo con questi uomini.
Non si aspettava che rispondessimo al suo attacco conducendo tutte le nostre forze militari.
Non c' dubbio ammise Annibale, mentre altre raffiche di pietre piovevano intorno a loro. Ci ritireremo di cento passi, allontanandoci dalla portata delle sue catapulte. Vedremo quanto resisteranno dopo una notte passata a spegnere incendi e raccogliere feriti. Che tutti gli uomini si mantengano lontani dalla traiettoria delle catapulte. Che scaglino frecce infuocate e che requisiscano dalla citt tutto il materiale utile a scalare le mura. E diffondete tra i soldati il messaggio che se domani prendiamo Scipione, vivo o morto, ci saranno ricche ricompense per tutti.
Annibale se ne and lasciando le mura, seguito dalla sua guardia, che intanto era stata rinforzata da nuovi soldati in sostituzione di quelli appena colpiti. Maarbale si diresse verso la citt in cerca del materiale che il generale aveva richiesto. All'alba dell'indomani avrebbero abbattuto la porta e messo a ferro e fuoco la cittadella romana. Avrebbero prevalso grazie all'esperienza dei loro uomini e all'impressionante superiorit numerica. Certamente ci sarebbero state delle perdite, come in tutti gli assalti, ma l'idea di cacciare Scipione, il generale che aveva distrutto gli eserciti di Asdrubale e Giscone, risultava un incentivo non da poco; inoltre, se il generale prometteva ricompense, tutti, Iberi, Galli, Numidi e gli stessi Cartaginesi si sarebbero dimostrati particolarmente spietati e crudeli. Maarbale si rallegrava di non essere un romano sotto gli ordini di quel giovane console che odorava pi di cadavere mangiato dagli avvoltoi che di generale delle legioni.
Si hanno notizie di Lelio? chiese Silano a Mario Giuvenzio. Avevano fatto ritorno alle mura dopo una sconfortante ispezione alla porta della citt.
No, non ne sappiamo nulla. Nessun messaggero. Nulla rispose Mario. Sembra che si stiano ritirando.
Ci lasceranno dormire con la nostra paura. Silano parlava con freddezza, ma la sua voce lasciava trasparire un crescente malessere.
E il console? chiese Mario.
Sta facendo visita ai feriti, che sono numerosi.
 la cosa giusta.
S, per questo non risolve i nostri problemi sentenzi Silano.
E non ha chiesto di Lelio?
No.
 strano continu Mario. Dovrebbe essere preoccupato come noi, come tutti.
 possibile che lo sia, ma si sforza di non darlo a vedere. L'unica cosa che rimane ai nostri uomini  la serenit che provano nel vederlo camminare tra i magazzini incendiati, dando ordini, spronando, ascoltando i feriti... Silano elaborava i suoi pensieri mentre li pronunciava.  come se per lui fosse normale lottare contro Annibale. Siamo tutti preoccupati, abbiamo i nostri peggiori nemici a cinquecento passi, con un esercito che ci supera in numero di cinque volte, e il nostro console passeggia per la cittadella come se all'alba queste mura potessero resistere a qualunque attacco. E le porte... le hai viste le porte?
Le porte cadono a pezzi conferm Mario. I Cartaginesi ci hanno lanciato contro talmente tante frecce infuocate che mi stupisce che gli uomini di Pleminio siano riusciti a spegnere le fiamme. Non so cosa faremo domani.
Che cosa star pensando?
Annibale? chiese Mario confuso.
No, il console.
Mario attese qualche istante prima di rispondere. Si gir verso l'interno della cittadella. Scipione camminava verso di loro scortato dai lictores.
Non lo so, Silano, ma presto potremo chiederlo a lui.
Un minuto dopo il console era salito sulle mura per incontrare i suoi due ufficiali di fiducia a Locri. Appena li ebbe raggiunti, guard in direzione dell'accampamento cartaginese.
Finalmente si sono ritirati comment.
 cos, generale... conferm Silano, ma la sua voce rimase in sospeso. Avrebbe voluto chiedere al console cosa sarebbe accaduto il giorno seguente, ma non sapeva come farlo senza lasciar trapelare la preoccupazione.
Le porte, le avete viste? chiese Publio Cornelio Scipione ai suoi due tribuni, che annuirono. Non resisteranno nemmeno mezz'ora. L'unica soluzione  uscire prima che loro entrino. Attaccheremo all'alba. Preparate il necessario per organizzare l'uscita. Non ci rimane che l'elemento sorpresa. I Cartaginesi non si aspettano che usciamo in campo aperto. Questo ci dar qualche vantaggio.
Il console se ne and e non ci fu tempo per altre domande.
Silano e Mario si guardarono, poi diressero gli sguardi verso l'immenso accampamento di Annibale. L'effetto sorpresa non era sufficiente per sopravvivere all'intero esercito punico, iberico, gallo e numida, quando il rapporto era di cinque a uno a favore del nemico.
Era tutto pronto per lo scontro. Annibale sfilava davanti alle sue truppe disposte in formazione d'attacco a mille passi dalla cittadella romana. Locri, la citt contesa, si estendeva ai piedi di quelle colline come un silenzioso testimone, nell'attesa di sapere quale dei due contendenti sarebbe stato il suo nuovo padrone. All'estremo opposto, le porte della cittadella cartaginese si erano aperte per fare uscire i soldati che si sarebbero uniti al grande esercito di Annibale, il generale temuto da tutti i Romani, colui che non aveva esitato a raggiungere i Cartaginesi per riscattarli dall'attacco notturno del console Scipione.
Annibale ordin che un'avanzata di trecento soldati iberici caricati di ulteriori dardi infuocati, giavellotti e altre armi da lancio, si dirigesse direttamente alla porta. In poco tempo le fiamme avrebbero consumato il fragile portale di legno che dava accesso al cuore della cittadella.
Attraverso il passaggio aperto nella porta della fortezza, il resto degli Iberi e tutti i Galli sarebbero entrati a frotte e, una volta seminato il caos, migliaia di Africani si sarebbero arrampicati sulle mura rimaste senza protezione dato che i difensori sarebbero stati impegnati a combattere all'interno. A quel punto sarebbe cominciato il massacro. Era impaziente di vedere il corpo del console, il pi giovane console che Roma avesse mai eletto e che, nonostante ci, aveva in passato sconfitto suo fratello Asdrubale e Giscone. La sconfitta di Giscone non lo sorprendeva affatto. Annibale non nutriva una gran considerazione nei suoi confronti. Ma era rimasto sbigottito dal fatto che a Baecula suo fratello non fosse stato in grado di arrestare l'avanzata delle legioni comandate da Scipione. Ora avrebbe tagliato il dito della mano del cadavere del giovane magistrato ed estratto cos un altro anello consolare romano da aggiungere alla collezione di trofei che le sue dita esibivano orgogliose, insieme agli anelli di Gaio Flaminio, Emilio Paolo e Claudio Marcello. Anelli splendenti che il generale accarezzava con l'altra mano mentre assisteva all'avanzata degli Iberi che si approssimavano alla porta della citt romana. Accanto agli altri anelli d'oro, quello d'argento, con incastonato un turchese che conteneva una dose mortale di veleno, appariva una ben povera compagnia per colleghi tanto maestosi eppur vittime della superbia o della sfortuna dei loro precedenti proprietari.
Gli Iberi erano a duecento, poi centocinquanta, cento passi dalla porta quando piombarono su di loro varie raffiche di pietre e ghiaia lanciate dalle catapulte all'interno della fortificazione. Una decina di guerrieri fu ferita e rimase indietro, mentre i compagni continuavano ad avanzare fino ad arrivare a settanta passi dalle porte, da dove cominciarono a lanciare frecce e lance in fiamme che si conficcarono nel vecchio legno dei portoni della citt. L'incendio cominci a propagarsi e gli Iberi cantarono vittoria per aver raggiunto l'obiettivo cos facilmente, proprio nel momento in cui le pesanti e martoriate porte si aprivano stridendo, avvolte dal fragore e dal calore rovente delle fiamme. Nello spalancarsi, per, ogni portone rimase sotto le proprie impalcature di legno, precedentemente disposte a tale scopo, in modo che dall'alto si potessero rovesciare vari calderoni pieni d'acqua fredda per ammortizzare in pochi istanti l'effetto delle fiamme.
Gli Iberi, pensando che i Romani avrebbero subito richiuso le porte dopo aver spento il fuoco grazie al loro abile stratagemma, si lanciarono in fretta e furia verso l'apertura senza incontrare ostacoli, le spade a doppio taglio assetate di sangue e sguainate. Non avevano ancora raggiunto l'obiettivo quando da dietro il fumo dei portoni sfondati emerse un torrente di legionari armati di pila, protetti da scudi, in perfetta formazione da combattimento, che li travolse con furia.
Lo scontro tra gli Iberi e l'inaspettato nemico che, contro ogni pronostico, era uscito per combattere fuori dalle mura fu terribile. Da un lato, i pila si aprivano il cammino tra le carni, non avendo i coraggiosi ma incauti guerrieri iberici alcuna protezione addosso; dall'altro, le affilate lance e frecce romane scendevano a frotte dall'alto delle mura colpendo i cuori dei nemici. Nonostante ci, i soldati che Annibale aveva portato dall'Hispania resistevano, e sarebbero anche riusciti a far arretrare i manipoli di legionari usciti per difendere la porta se non fosse stato che dietro a questi emersero dalla cittadella ondate di pi e pi manipoli di legionari, due, tre, quattro, poi sei, otto, dieci. C'erano pi di trecento legionari davanti a loro, e continuavano ad arrivarne ancora, fino a quando non si videro completamente circondati dai Romani in un'azione tanto rapida quanto inattesa che li fece ripiegare nel vano intento di fuggire da quella trappola mortale.
Annibale, da lontano, osservava. Le porte erano aperte, s, ma davanti a loro erano morti pi di duecento dei suoi guerrieri: una grave perdita, in quella guerra per la quale gli era costato molto trovare i rinforzi, che a malapena arrivavano dall'Africa e che non potevano pi giungere da un'Iberia che lo stesso Scipione, che ora lo aveva sorpreso, aveva conquistato tagliando ogni fonte di rifornimento dalla penisola iberica.
Scipione usc con gli ultimi manipoli e a passo di marcia forzata si posizion davanti alle sue truppe. Accanto a lui, Pleminio, sudato e spaventato, da un lato, e Mario e Silano dall'altro fronteggiavano l'esercito di Annibale. Mazieno e Marco si trovavano invece tra le unit legionarie.
Il generale cartaginese li guardava meravigliato.
Bisogna riconoscere che hanno del fegato questi Romani disse Annibale.
Non c' pi niente che possano fare rispose il comandante della cavalleria cartaginese. Hanno usato tutte le loro truppe e sono riusciti a sorprenderci, ma appena comincer la battaglia li massacreremo.
Assolutamente ripose Annibale, ma improvvisamente un dubbio s'insinu in lui e un brivido lo attravers. Si hanno notizie di Crasso o Metello?
Maarbale comprese ci che preoccupava il generale.
Non si sono mossi dalle loro posizioni. Sono ancora a due giorni di cammino. Questo  quello che hanno detto gli ultimi esploratori.
Annibale annu tranquillizzato.
Allora non capisco cosa stia aspettando questo comandante romano aggiunse guardando verso Publio e i suoi ufficiali.
Annibale respirava profondamente. Lui e il generale romano si erano gi incontrati in passato. La prima volta presso il Ticino e il Trebbia, e all'epoca Scipione non era console, bens solo un ragazzo. E poi a Canne, quando era un giovane tribuno. In seguito aveva saputo delle sue battaglie in Iberia: la conquista di Carthago Nova, la vittoria su Asdrubale a Baecula, e infine la battaglia di Ilipa, dove aveva messo in fuga Giscone. Se Asdrubale era eccessivamente impetuoso, era per anche intelligente e aveva compreso che non c'era possibilit alcuna con il romano, cos si era organizzato per aggirarlo e arrivare in Italia evitando altri scontri. E Giscone, pur vanitoso, era sufficientemente abile e tenace per approfittare delle risorse di un buon esercito. Non aveva senso che ora quel generale, che era riuscito a piegare tanti comandanti di Cartagine, fosse disposto a suicidarsi combattendo contro un esercito pi esperto, preparato e cinque volte pi numeroso.
Attacchiamo? chiese Maarbale incalzando con lo sguardo impaziente il resto degli ufficiali. Gli Iberi non vedono l'ora di vendicare i loro compagni.  un buon momento per lasciare che si riscattino tagliando teste romane.
Annibale avrebbe voluto acconsentire, ma rimaneva immobile, rigido, teso. C'era qualcosa che non quadrava. Proprio in quel momento, da lontano, da dietro le postazioni romane, da oltre le mura di Locri, apparve un reggimento della cavalleria romana che risaliva dalla spiaggia. Non erano in molti, forse quattrocento o cinquecento cavalieri, ma non era questo l'importante. Chi erano? Da dove arrivavano?
Stanno giungendo i rinforzi disse il generale cartaginese. Sei sicuro che Crasso e Metello non si siano mossi?
Questo  quello che hanno detto gli esploratori ripose Maarbale. E anche nel caso sarebbe troppo presto. Inoltre questi giungono dalla spiaggia.
La spiaggia... In un istante Annibale comprese il proprio errore. Mise le mani sui fianchi e fiss il suolo. Si era sempre preoccupato che potessero arrivare in soccorso Crasso e Metello, ma Publio Cornelio Scipione, console di Roma, con le truppe assegnate in Sicilia, era giunto a Locri da quell'isola, e dunque aveva richiamato rinforzi da l, da dove aveva il pieno controllo, e questi erano arrivati per mare.
Per mare. Annibale sorrise. Quel romano continuava a dimostrarsi abile. Era riuscito a salvare suo padre sul Ticino e poi ad arrestare l'assalto dei Numidi distruggendo il ponte. E a Canne si era ingegnato per uscirne vivo insieme a quasi due intere legioni...
Quando Annibale risollev lo sguardo, al contrario dei suoi ufficiali non si sorprese di ci che vide. Dietro la serie di turmae della cavalleria romana, avanzavano decine, centinaia di legionari che si incorporavano alle file del generale romano. Annibale torn a sorridere quando vide che il console non si era nemmeno voltato a guardare. Sapeva chi stava arrivando.
Ha richiamato tutte le sue truppe da Siracusa disse a Maarbale. Due intere legioni. Ora abbiamo entrambi circa lo stesso numero di soldati.
Maarbale annu, per non accettava facilmente di arrendersi.
Se quelle sono truppe provenienti dalla Sicilia, significa che sono la V e la VI, le legioni che i Romani chiamano maledette. Sono quelle che fuggirono da Canne. Possiamo vincerle ancora e questa volta non lasceremo nessuno in vita.
Annibale esamin l'esercito del console. L'idea di Maarbale lo tentava, ma nessuno poteva rischiare altre sorprese da parte del generale romano. Aveva gi nutrito dei dubbi sull'accorrere a Locri, e quando sembrava che avessero raggiunto una facile vittoria, tutto era cambiato trasformandosi in una preoccupante minaccia. Le legioni maledette. S, cos le chiamavano. Uomini abbandonati e demoralizzati, e tuttavia...
Il console che comanda queste legioni non sembra essere un codardo disse Annibale eppure  fuggito da Canne. Non sono sicuro di voler cominciare una battaglia campale dal momento che abbiamo quattro nuove legioni alle nostre spalle che non possiamo localizzare con esattezza. Crasso e Metello potrebbero decidere di correre in aiuto di Scipione e a quel punto ci accerchierebbero davanti e dietro. Tuttavia, abbiamo ancora la possibilit di unire le nostre forze a quelle che Magone sta radunando nel Nord e tornare in Italia pi forti. Se subiamo una sconfitta qui, sar tutto finito. E anche se ora sconfiggessimo questo romano, ci sarebbero comunque troppe perdite e all'alba, dopo la battaglia, potrebbero arrivare Crasso e Metello. No, Locri non merita tanto sforzo. Forse sarebbe meglio ripiegare, ma non lo so, devo riflettere. Mantieni le truppe in formazione d'attacco. Se il console vuole una battaglia l'avr. Non posso nemmeno permettermi il lusso di far fuggire i miei uomini davanti a un nemico che attacca; ma se il console non si decide, forse ci ritireremo durante la notte. Invia un messaggero alla piccola guarnigione rimasta nella nostra cittadella e ordina loro di attendere istruzioni. In ogni caso, il viaggio sar servito per guadagnare rinforzi recuperando i soldati che avevamo a Locri. Ci compenser in parte la perdita di questa mattina.
Per non compenser gli Iberi puntualizz un afflitto Maarbale.
Certo che no, ma ho bisogno di tempo per pensare. In ogni caso, se per ogni volta che i Galli o gli Iberi hanno desiderato qualcosa avessimo acconsentito, ora non ci sarebbe pi anima viva nel nostro esercito. Si deve capire quando la vendetta  possibile e quando invece va attesa. Se protestassero, di' loro che prometto che avranno una migliore occasione di vendicare i compagni. La mia parola ha ancora un valore per loro. Se servisse, ricorda loro che mia moglie  anche lei iberica. Annibale ci ripens un momento e poi ramment la propria palese infedelt con schiave di ogni tipo e, specialmente, con la bella donna di Arpi. No, meglio che tu non dica nulla. La mia parola dovrebbe bastare.
Maarbale si ritir per eseguire gli ordini insieme agli ufficiali. A parte Maarbale, era raro che un altro ufficiale si rivolgesse direttamente a lui. Annibale rimase da solo di fronte al suo esercito, circondato dalle sue guardie. Il ricordo delle sue infedelt lo riport ancora pi lontano con la memoria, alla sua notte di nozze. Imilce era una giovane bella e docile. Non gli aveva mai creato problemi. E, al momento giusto, era stata utile nella campagna iberica. Che ne era stato di lei? Aveva ricevuto alcune notizie da Cartagine che indicavano che Giscone, compiendo il suo dovere di proteggerla, l'aveva portata con s nella capitale punica. Se mai aveva avuto degli amici, quei pochi che ancora le rimanevano erano l e l'avrebbero protetta. Aveva anche udito che lo stesso generale romano che ora si trovava davanti a loro con le legioni V e VI aveva ordinato la distruzione di Castulo, la citt di Imilce. L'amicizia o l'unione con lui, il cosiddetto grande Annibale, sembrava portare sfortuna: suo fratello Asdrubale era morto e la sua sposa era rimasta senza citt e senza famiglia. Chiss cosa riservava il destino a Magone, suo fratello minore, o a Maarbale, che lo serviva fedelmente. Guard il cielo. Il sole era alto. Era salito in un angolo alla sua destra e sarebbe ridisceso a sinistra: se i Romani attaccavano, nessuno lo avrebbe avuto di fronte. E non c'era vento, n nubi che avrebbero potuto presagire pioggia. Era un buon giorno per una battaglia. Bene, tutto era nelle mani di quel console. Se avessero combattuto, con ogni probabilit avrebbero sconfitto quelle legioni. Il problema sarebbe venuto poi, se Crasso e Metello li avessero rapidamente raggiunti. Annibale sentiva puzza di bruciato.
Potevano sempre rifugiarsi nella cittadella di Locri e resistere. Era l'unica soluzione e non gli interessava poi cos tanto infilzare con la spada un altro console. Ma allo stesso tempo la caduta di un console avrebbe motivato come sempre le sue truppe. Li avrebbe fatti sentire superiori. Nessuno di loro aveva mai fatto parte di un esercito che aveva dato la morte a cos tanti consoli di Roma, almeno quattro se si contava Crispino, che non era morto sul campo di battaglia ma per le ferite riportate durante lo scontro con quell'esercito, il suo esercito.
Inoltre, la morte del giovane Scipione sarebbe stata un duro colpo per il morale gi fiaccato di Roma. S, l'idea di Maarbale di attaccare lo tentava, ma qualcosa nel suo intimo gli diceva che era troppo rischioso. Era come lasciarsi sedurre dalla prospettiva di una possibile vittoria in battaglia ma abbandonare la vittoria finale della guerra. Forse doveva lasciare pi tempo a Magone e alla ribellione gallica che suo fratello minore stava aizzando nel Nord, dal momento che aveva gi dato i suoi frutti, come la morte del figlio di Quinto Fabio Massimo.
Annibale Barca rifletteva sotto il sole estivo. Dietro di lui, c'era il suo poderoso esercito. Davanti, Publio Cornelio Scipione, console di Roma.
Si era fatto buio. L'esercito romano manteneva le sue posizioni. Publio, circondato da tutti gli ufficiali, osservava le truppe di Annibale che sembravano ritirarsi per la notte.
Questa notte non ci attaccheranno disse il giovane console, e cominci a massaggiarsi il collo. Era rimasto per mezz'ora pressoch immobile e da ore era in piedi, in attesa, aspettando la decisione del generale cartaginese.
Lasceranno senz'altro delle sentinelle per tutta la notte disse Lelio. Avranno montato delle tende e passeranno la notte vicino ai fal.
E indic un punto poco pi indietro rispetto a dove i Cartaginesi si erano stanziati. L, s'intravedevano dei piccoli fuochi che aumentavano in numero e dimensioni.
E noi cosa faremo? chiese Silano al console.
Publio tard a rispondere. Ora avvertiva che tutti erano pi tranquilli. L'arrivo in extremis dei rinforzi di Lelio aveva rappacificato un poco gli animi, ma il dubbio continuava a persistere tra i suoi uomini. Almeno si fidavano di lui. Era importante. Solo grazie alla lealt tra loro avrebbero potuto uscire indenni da quella situazione.
Manterremo un forte contingente qui fuori, tutta la notte disse finalmente. Che accendano le torce lungo tutta la postazione. Voglio che Annibale sappia che non ci ritiriamo. Incaricate i velites di entrambe le legioni di occuparsi della guardia notturna. Il resto degli uomini si rifugi all'interno della cittadella e dorma, se possibile, sotto un tetto. Che a mezzanotte i velites siano sostituiti dai principes e, prima dell'alba, che quest'ultimi siano rimpiazzati dagli hastati. Domani usciremo tutti nuovamente. Tutti. Per lottare contro Annibale.
Publio guard i tribuni e i centurioni, che annuirono e si ritirarono. Tutti lo consideravano un buon piano. Tutti eccetto Lelio. Aspett che gli altri se ne fossero andati, ricordando ci che era successo a Baecula, quando aveva osato contraddirlo in pubblico, e solo quando furono soli domand a Publio: Perch Annibale tiene le sue truppe all'aperto e non approfitta dell'altra cittadella per far riposare gli uomini?.
Publio guard i fal dell'improvvisato accampamento cartaginese. Poi si rivolse a Lelio.
Non lo so disse. Chiss... forse vuole essere preparato nel caso lanciassimo un attacco a sorpresa, come questa mattina, ma non lo so...
Entrambi sforzarono la vista per cercare di riconoscere nell'oscurit quello che le loro menti non riuscivano a comprendere.

57. FANTASMI NELLA NEBBIA.
Locri, Italia meridionale, estate del 205 a.C.

L'albeggiare fu lento. Una spessa nebbia accompagnava i primi raggi di un sole che sembrava non aver voglia di apparire oltre le colline. Dall'alto della muraglia della cittadella, ogni sentinella si concentrava per essere la prima a poter trasmettere agli altri i movimenti delle truppe cartaginesi. Il console aveva ordinato che il rancio fosse distribuito un'ora prima dell'alba e che ogni manipolo, appena avesse terminato il proprio pasto a base di farinata di grano con pane e latte, uscisse per disporsi all'esterno della fortezza. Cos, con il nuovo giorno che si annunciava all'orizzonte, le legioni V e VI erano di nuovo schierate, pronte a ricevere l'attacco dei temuti uomini di Annibale.
Publio, come di consueto, si mise a capo, pur protetto dai suoi pi fedeli ufficiali e da dodici lictores della sua scorta. Faceva fresco quella mattina, nonostante fosse giugno, e il console, in piedi, si sistem il paludamentum in modo che gli coprisse bene braccia e gambe.
Non si vede nulla comment Silano, posizionatosi vicino al generale.
Intorno stavano, come d'abitudine, Lelio, Marcio e Mario in quanto tribuni di fiducia del console, e Marco Sergio che, ricordando il precedente scontro con Annibale a Canne, aveva pensato che sarebbe stato meglio stare vicino a Publio Cornelio Scipione. Trebellio e Gaio Valerio erano disposti al comando della V. Digizio, per espressa volont del console, era stato mandato insieme a Publio Mazieno all'altro estremo della formazione per supervisionare il comando della VI. Pleminio si era mantenuto al lato del console e aveva inviato un subordinato a capeggiare le sue truppe di Rhegium.
Le parole di Silano non trovarono che il silenzio di tutti per risposta. Ognuno guardava davanti a s. Che cosa li aspettava dietro quella spessa nebbia? Tutti temevano quel denso biancore di cui Annibale, in passato, aveva approfittato pi volte per massacrare i Romani, com'era successo vicino al lago Trasimeno. Tutti condividevano la medesima paura, ma nessuno si azzardava a esprimerla, almeno non davanti al console, il quale, impassibile, rimaneva loro accanto, scrutando a sua volta l'orizzonte in cerca di risposte.
Che avanzino i velites ordin Publio. Se Annibale ha intenzione di attaccare approfittando dello smarrimento causato dalla nebbia voglio che incappi nella nostra fanteria leggera prima di fare qualunque mossa.
Gaio Lelio lo guard. Se avanzano li perderemo di vista disse esprimendo il medesimo dubbio di tutti.
Lo so, rispose Publio per se Annibale attacca, le sue grida serviranno d'avviso per le legioni. Sapremo da dove attaccano, se dal fianco destro o dal sinistro o... da entrambe le parti. Inoltre, quest'attesa  la cosa peggiore per gli uomini. La loro paura non fa che aumentare. Che Gaio Valerio si posizioni al fronte.  il pi esperto della V nel combattimento corpo a corpo ed  il primus pilus, l'uomo che pi rispettano. Lo voglio a capo della formazione. Anche se non lo vedono, la sua voce si far sentire nel fragore della battaglia quando questa comincer. Che Trebellio, Digizio e Mazieno rimangano dietro.
Lelio continuava a diffidare, anche se la scelta di Publio era sensata. Ma in quel momento giunse al posto di comando un esploratore che era stato inviato alla citt di Locri per ricavare informazioni. Ferm il cavallo, smont e, superando i lictores, raggiunse il console.
Ti ascolto, soldato disse Publio.
Ho cavalcato seguendo la formazione delle nostre truppe, mio generale. La spessa nebbia era cos densa che nella citt quasi non si vedeva da una casa all'altra. Tutti i cittadini si sono rinchiusi nelle loro abitazioni. Hanno detto che ieri notte i Cartaginesi dell'altra cittadella sono usciti per saccheggiare alcune fattorie vicine alla citt e hanno anche tentato di rubare il tesoro del tempio di Persefone, ma un gruppo di abitanti armati lo ha impedito. I Cartaginesi si sono ritirati promettendo che torneranno all'alba per prendere tutto l'oro e l'argento del tempio, violentare le donne e uccidere tutti gli uomini per punirli del fatto che hanno richiamato le nostre truppe. Hanno detto che Annibale attaccher all'alba e questa sar la fine per tutti i Romani. Questo  quello che si dice in citt, mio generale.
Silano e Mario cercarono di mantenere la calma. Lelio torn a guardare attraverso la spessa nebbia, ma senza riuscire a scorgere nulla. Marco Sergio cominci a considerare la possibilit di fuggire. Pleminio strinse le labbra valutando un'idea simile: poteva dir loro che voleva raggiungere i suoi e quindi svignarsela nascosto dalla nebbia. Era una buona idea. Una volta morti tutti i legionari della V e della VI, insieme allo stesso console, non sarebbe rimasto alcun testimone della sua fuga. Per... come nascondersi anche da Annibale e dai suoi mercenari? Nell'incertezza, decise di rimanere vicino al resto degli ufficiali.
Hai parlato a qualcun altro di questo? chiese il console all'esploratore.
No, mio generale. Mi  stato ordinato di parlare solo al generale.
Hai fatto bene, per tutti gli di. Il tuo servizio avr la ricompensa che merita. Ora ti ordino di rimanere qui, vicino ai miei ufficiali disse Publio guardando i suoi lictores per assicurarsi che lo sorvegliassero nel caso in cui il giovane esploratore fosse preso dal panico in mezzo al fragore della battaglia o, peggio ancora, prima che questa cominciasse.
Il soldato si allontan di alcuni passi, in modo che il console e i suoi tribuni potessero rimanere di nuovo soli per deliberare su come organizzare la battaglia.
Ora non ci sono pi dubbi ribad il console guardando Lelio. Che avanzino i velites, maledizione, per Castore e Polluce! Che gli di ci proteggano e che guidino Gaio Valerio nella fitta nebbia.
Lelio non replic e annu. Non voleva ripetere la litigata di Baecula, dove, fra l'altro, aveva discusso con Publio dopo la valorosa battaglia, e non prima. Polemizzare prima di combattere significava minare l'autorit del console e non era ci che desiderava, specialmente con Annibale a distanza di poche migliaia di passi. O forse meno.
Lelio abbandon la posizione al comando e mand dei messaggeri da Trebellio e Valerio nella V e a Digizio e Mazieno nella VI, per ordinare l'avanzata della fanteria leggera al comando di Gaio Valerio.
Valerio si stup delle istruzioni ricevute, ma il suo viso non lo lasci trasparire. Con la disciplina acquisita attraverso la sconfitta e l'esilio, accett la missione senza discutere e la sua voce risuon imperiosa in quella mattina in cui la luce filtrava attraverso la spessa nebbia che li abbracciava come se volesse strangolarli.
I velites avanzarono lentamente. Di solito, erano i soldati pi giovani e inesperti i primi a entrare in combattimento, come anche i primi a cadere. Tuttavia, nelle legioni maledette, dopo undici anni d'esilio, molti dei velites avevano quasi trent'anni. Ci faceva della fanteria leggera un corpo speciale tra le legioni romane. Di fatto la V e la VI erano costituite da truppe tra i venticinque e i quarantacinque anni. Considerevolmente diverse dalle nuove legioni di schiavi, liberti e giovani, a volte quasi bambini, che Roma aveva dovuto reclutare per sostituire le truppe che continuavano a soccombere sotto la furia di Annibale e dei suoi fratelli.
Gaio Valerio grid tra i banchi di nebbia: Avanzate, maledetti! Avanzate per Roma, per il console! Avanzate!.
I velites della V e della VI avanzarono con cinque lance legate alla schiena e la sesta saldamente impugnata e puntata in avanti, per proteggersi da una possibile carica dell'invincibile cavalleria numida. Ogni legionario era pronto a conficcare la sua hasta velitaris nel corpo di un nemico invisibile che poteva nascondersi dietro quell'umida e compatta nebbia che sembrava risalire dal regno dei morti. Non era proprio Persefone, la dea regina dell'Ade, quella che si adorava nella citt per la quale stavano combattendo? Forse Persefone si era alleata con i Cartaginesi? In quel caso, erano perduti.
La fanteria leggera della V e della VI era avanzata di quasi cento passi senza incontrare alcuna opposizione, attraverso quella foschia che ora li avvolgeva completamente. Alcuni si guardarono alle spalle e il loro terrore aument: non vedevano pi le loro stesse truppe. Erano soli. Guardare di lato era pi confortante, dal momento che potevano almeno scorgere altri due, tre o quattro legionari che come loro camminavano tenendo puntata la loro hasta velitaris. Alcuni l'agitavano, altri la mantenevano ferma, quieta, preparata, alcuni la ritiravano indietro per poi lanciarla in avanti come se volessero infilzare un'ombra che credevano di aver visto davanti a loro.
Gaio Valerio, in mezzo a quella formazione di fantasmi inzuppati dal vapore e dal terrore, brandiva la sua spada in alto, come uno spettro, ripetendo gli ordini ricevuti con la sua voce assordante e spietata.
Avanzate, avanzate, per Ercole! Non vi fermate o infilzer io stesso con la mia spada chiunque rimanga indietro.
Poi si guard intorno. Non c'era modo di sapere se qualcuno fosse rimasto indietro. Continu ad avanzare tenendo la spada in alto. Alz lo scudo per proteggersi. Avrebbero potuto piombargli addosso delle frecce.
Li abbiamo persi di vista disse Lelio, sottolineando l'evidenza.
Gli uomini si fermeranno non appena si renderanno conto di aver perso il contatto visivo con il resto dell'esercito comment Silano. Anche se l'ordine  di avanzare, si fermeranno.  impossibile che Gaio Valerio veda qualcosa. Non sapr quello che gli succede intorno.
Publio si volt e guard Silano.
Forse hai ragione disse. Che facciano suonare le tube con il segnale di avanzata! Questo rinforzer l'ordine!
I velites erano nervosi. Nel suo lento avanzare la formazione si stava rompendo e loro si erano fermati dopo aver perso di vista le truppe della retroguardia. Ora, guardando da entrambi i lati, si intravedeva a tratti qualche legionario che, come loro, stringeva la propria lancia tra le mani, ma si sentivano completamente soli. A intermittenza, si udivano le urla dei centurioni aizzati a loro volta dalla voce di Gaio Valerio, il primus pilus al comando.
In quel momento di confusione si udirono le tube. Il segnale di avanzata. Avanzare: era l'unico ordine che le enormi trombe della legione ripetevano incessantemente. Il suono giungeva lentamente, attraverso la densa nebbia che li circondava, ma non lasciava dubbi.
I velites della legione maledetta procedevano alla cieca, allontanandosi sempre di pi dalle legioni lasciate alle loro spalle, certi di camminare verso la morte. Cento passi, centocinquanta, duecento passi, duecentocinquanta, trecento passi, trecentocinquanta, quattrocento passi... E ancora avanti, avanti...
Che distanza avranno percorso i velites? chiese Publio.
Quattrocento, forse alcuni anche cinquecento passi disse Lelio, approssimando. Le linee si rompono sempre nella nebbia, alcuni staranno procedendo pi rapidamente di altri.
Cinquecento passi? chiese nuovamente il console, ma questa volta a bassa voce, come se invece di parlare masticasse tra i denti i suoi pensieri. Si trovano probabilmente a met strada tra la nostra formazione e le loro truppe... Poi alz la voce: Che le tube suonino il tono acuto! Non devono avanzare oltre!.
Le tube suonarono ancora, ma questa volta il segnale era differente.
Gaio Valerio grid per tradurre il segnale agli stupidi e a quelli diventati sordi per la paura che li stava facendo impazzire.
Suono acuto, maledetti! Suono acuto! Per Ercole e per tutti gli di, fermatevi! Mantenete la posizione! Fermatevi!
I velites interruppero la loro avanzata da incubo. Gaio Valerio rimase attentamente all'ascolto. Avrebbe potuto arrivare un nuovo ordine, forse di ripiegamento, ma non si ud nulla. Solo un silenzio spesso come la nebbia che sembrava averli ingoiati tutti, in quella mattina inospitale e crudele. Abbass la mano destra con cui impugnava la spada e, senza lasciarla, si asciug con il dorso il sudore che gli ricopriva la fronte. Ancora una volta avrebbe combattuto contro Annibale, e ancora una volta alla cieca, senza poter vedere il viso dei suoi nemici, come a Canne. L era stato il vento ad accecarli, alzando la polvere dell'arida terra dell'Apulia. Quella volta Annibale aveva approfittato del vento, come ora poteva fare della nebbia. Le legioni maledette sembravano condannate a non poter mai guardare il nemico in faccia. Era impossibile combattere cos.
Improvvisamente giunsero una raffica di vento e un suono metallico. Gaio Valerio sussult, ma poi si rese conto che il rumore proveniva dai torques e dalle phalerae, le sue passate decorazioni, che, scosse per l'improvvisa raffica di vento, si erano mosse sbattendo tra loro. Attraverso la fitta nebbia, il loro suono si era talmente amplificato da sembrare il colpo tra due spade.
Non si era ancora ripreso dallo spavento, quando nuove folate si alzarono intorno. La nebbia si spost rapidamente ed enormi masse di vapore gli si avvicinarono travolgendolo come un carro di cavalli in corsa al Campo Marzio; ma si trattava solamente di vento e nebbia, che non potevano ferire il suo corpo. Ci nonostante, la paura perdurava, in lui come nel resto dei velites di quella irregolare formazione che il console aveva fatto avanzare.
Gaio Valerio sapeva che il suo compito era di avvisare le legioni quando il combattimento fosse cominciato. Il vento diventava pi forte e la nebbia si diradava davanti a loro come una gigantesca anima che uscisse dall'Ade in cerca di vendetta, mortificando i poveri fanti delle legioni maledette. Ma quando finalmente il vento scost la nebbia, negli spazi vuoti formatisi tra le nubi davanti a Gaio Valerio apparve... nulla... non apparve nulla. Nulla. Non c'era nulla da vedere. Valerio esit, mantenendo lo scudo alto, il viso riparato, la spada sguainata e preparata al combattimento. Rimase cos per mezzo minuto, finch, alla fine, rilass i muscoli. La nebbia si dissipava grazie alla forza della brezza che giungeva dal mare. Non c'era nessuno contro cui combattere. L'accampamento cartaginese si trovava ad appena mille passi di distanza, per era deserto. Solamente fuochi spenti, rifiuti e vecchi o inutili attrezzi lasciati abbandonati. Niente. Nessuno.

Annibale se n' andato disse Lelio.
E sembra che si sia portato dietro tutti i suoi uomini e quelli della cittadella cartaginese precis Silano. Hanno anche lasciato le porte aperte.
Se ne sono andati durante la notte concluse Mario. Sono semplicemente andati via.
Il console rimase in silenzio. Marco Sergio non stava in s dalla gioia.
Annibale ha avuto paura ed  fuggito. Annibale ha avuto paura delle legioni V e VI. Se n' andato. Se n' andato. Marco sembrava doverlo ripetere per convincersi del tutto che il poderoso generale cartaginese aveva abbandonato l'assedio di Locri. Corro ad avvertire i miei uomini... voglio dire... andrei... se al console sta bene...
La vittoria, o meglio lo scontro mancato per la ritirata di Annibale, aveva trasformato Marco in un ufficiale apparentemente rispettoso. Publio lo guard senza rilassare i muscoli del viso, ancora tesi per i momenti vissuti ad aspettare la carica annunciata dell'esercito punico e dei suoi mercenari. Poi il console annu e Marco Sergio si diresse dunque verso il fianco dov'era appostata la VI legione di Roma.
Imbecille disse Lelio mentre lo guardava allontanarsi.
Anche Publio lo guard per qualche istante, poi disse: A ogni modo, se davvero crede che Annibale se ne sia andato perch spaventato dalle nostre legioni,  un bene che diffonda quest'idea tra i soldati. Ci risollever loro il morale. In realt, speravo che l'assedio di Locri e la sua conquista fungessero da antidoto per la desolazione causata da dodici anni di esilio, ma quest'esito  di gran lunga migliore. Inaspettato, ma migliore. Questa mattina gli di erano con noi. Magari dimostrassero sempre questa lealt.
Poi guard il cielo per qualche istante.
Se non  stato per timore nei nostri confronti, perch Annibale se n' andato? chiese Pleminio.
Publio distolse lo sguardo dal cielo e lo fiss sull'anziano ufficiale, che intanto sembrava aver smesso di sudare.
Annibale non se n' andato perch spaventato dalle legioni V e VI. Annibale se n' andato perch spaventato dalle nuove legioni di Crasso e Metello. Massacrare le nostre legioni non gli  sembrata una conquista che meritasse il rischio di un combattimento, che inoltre gli avrebbe ritardato il necessario ripiegamento verso il Nord, con il pericolo che Crasso e Metello gli tagliassero il cammino di ritorno in alcune delle citt che controllano. Annibale si  ritirato perch non considera Locri importante. Ma la cosa peggiore, e che non dobbiamo dimenticare, disse il console rivolgendosi non solo a Pleminio ma anche a tutti gli altri ufficiali  che Annibale si  ritirato perch non considera nemmeno noi importanti. Nessuno considera importanti le legioni maledette. Prima pensavamo che fosse Roma, con Fabio Massimo in testa, quella che pi disprezzava queste legioni, ora sappiamo che non  cos: ora sappiamo che nemmeno Annibale ci considera degni di diventare un trofeo. Siamo come un cervo malato sdegnato dai cacciatori.
Il console parlava con una frustrazione che mal si abbinava al clima allegro diffusosi tra i legionari che avevano cominciato a gridare Vittoria, vittoria, vittoria!.
Publio si volt verso di loro prima di continuare. Cantano vittoria quando non sono nemmeno stati capaci di prendere la cittadella difesa dai Cartaginesi; e pensano che Annibale se ne sia andato a causa loro. Sospir. In ogni caso, questo  una parte di ci che volevo. Ora mi seguiranno. Certamente, se anche voi lo farete, sar per lealt.
Senza dubbio, ma che cosa faremo adesso? chiese Lelio.
Ora...? Publio ci pens un momento. All'improvviso non si sentiva bene. Chiuse gli occhi per un istante, poi li riapr per rispondere a Lelio. Ora partiamo. Dobbiamo invadere l'Africa.
Tutti assentirono poco convinti. Il console sembrava non avere intenzione di passare altro tempo ad assaporare la ritirata di Annibale, ma, come se avesse letto i loro pensieri, si volt verso i suoi per aggiungere: Ma prima festeggeremo con un banchetto a Siracusa. Ci che  successo oggi, al di l del vero motivo della ritirata di Annibale, merita di essere celebrato. L'avanzata di Gaio Valerio attraverso questa nebbia...  stata semplicemente epica.
La ritirata di Annibale deve essere senz'altro celebrata sottoline Silano.
No lo contraddisse il console. Ci che va celebrato  il fatto che Annibale ci abbia lasciato in vita... anche questa volta. Questo, per Giove, merita un brindisi e un buon banchetto al quale inviteremo tutti gli di.
Con queste parole il console s'incammin verso la cittadella scortato dai lictores, non senza prima aver lanciato un'occhiata a Lelio. Gi, forse solo Lelio aveva potuto comprendere il suo discorso fino alla fine. Anche questa volta. Annibale li aveva lasciati in vita anche questa volta.
Publio camminava lentamente mentre si abbandonava ai ricordi. Erano scampati ad Annibale prima sul Ticino e poi sul Trebbia, a Canne, e ora a Locri. Annibale concedeva loro altro tempo. Ma per quanto ancora avrebbe mostrato questa generosit? All'improvviso, il console si ferm e con lui la sua scorta. Si gir e guard indietro, verso l'orizzonte, l dove solo poche ore prima si trovava l'intero esercito di Annibale. Non c'era pi nulla. Nulla. Per un attimo ebbe il timore che il ripiegamento del generale cartaginese fosse un'altra tattica per distrarli, per fargli abbassare la guardia, per ingannarli. Ma non era cos. La ritirata era logica, temevano l'arrivo dei rinforzi di Crasso e Metello. Erano stati loro a vincere quella battaglia, e senza nemmeno presentarsi. Erano loro che Annibale temeva. Non era mai successo che qualcuno incidesse tanto su una vittoria senza nemmeno muoversi. Publio riprese a camminare, ma le nausee tornarono.
Non se ne preoccup. Era un'odiosa sensazione che invadeva il suo corpo, ma ne conosceva i sintomi. La febbre ispanica lo attanagliava a intermittenza. Probabilmente quel giorno infieriva pi del solito per colpa della tensione di quella mattina. Ci nonostante il console continu a camminare senza fermarsi. Doveva riposare. Nel pomeriggio avrebbe fatto chiamare Attilio, il medico delle legioni. Guard di sbieco i lictores. Non pareva avessero notato qualcosa. Meglio cos.
Il giorno seguente Publio si sentiva meglio. Dopo una notte di riposo, dormendo sotto l'ampio tetto di una grande casa nell'ormai sicura citt conquistata e dopo aver bevuto alcune infusioni consigliate da Attilio, aveva recuperato le forze. Si alz con l'energia consona alla sua et e decise di visitare la citt come prima cosa e poi di eseguire i dovuti sacrifici pubblici agli di in segno di ringraziamento. Silano e Mario lo accompagnarono nella visita ai dintorni della citt. Gaio Lelio rimase dentro la cittadella con il compito di organizzare ogni cosa per il reimbarco delle truppe e il ritorno a Siracusa entro un paio di giorni. Al comando di Locri sarebbe rimasto Pleminio, il pretore di Rhegium, insieme ad alcuni manipoli di legionari che si era portato dalla sua citt e appoggiato da Marco Sergio e Publio Mazieno con un contingente di truppe della VI.
Nessuno dei suoi ufficiali, a partire dallo stesso Lelio, comprendeva la scelta del console di lasciare Locri in mano a Marco, Mazieno e a quel manipolo della VI. Negli ultimi giorni, tuttavia, il console appariva oscuro e restio a condividere i suoi piani. Naturalmente, Marco Sergio e Publio Mazieno erano stati ben lieti di ricevere quell'ordine ormai di difficile revoca. Nessuno dei due vedeva alcuna possibilit di arricchimento nella campagna in Africa, ma solo grandi pericoli, cos la prospettiva di rimanere in una citt conquistata nell'Italia meridionale, dove c'erano sempre legioni pronte ad aiutarli nel caso di un ritorno di Annibale, appariva loro qualcosa di molto pi gratificante che addentrarsi nel territorio decisamente ostile e mortifero dell'Africa.
Silano e Mario accompagnarono il console con l'idea di assisterlo durante le offerte agli di, ma Publio li port prima a visitare i dintorni di Locri e il grande teatro greco della citt per la quale avevano combattuto. Locri infatti, come tante altre citt greche, possedeva un imponente teatro di pietra sorto sul pendio delle colline che circondavano la citt. Non era grande come quello di Siracusa, ma dello stesso modello e poteva accogliere quattromilacinquecento persone. Era impressionante vedere come parte del teatro fosse stato scavato dentro la roccia, nelle viscere della montagna: qualcosa di sorprendente, considerato che quell'antica opera aveva pi di un secolo.
Non abbiamo riconquistato solamente una citt, ma anche un luogo famoso nel mondo greco spieg il console a Mario e a Silano, che ascoltavano ammirati. Non si capacitavano di come qualcuno tanto giovane per essere console, che aveva inoltre guadagnato il posto per merito personale grazie alla sua abile strategia militare, fosse anche un uomo cos colto in letteratura, storia, filosofia... Locri  la citt di Zaleuco, il grande legislatore che cominci a mettere per iscritto le norme che impedivano la discrezionalit dei giudici, cos da evitare che un giorno si determinasse in un senso e il giorno dopo nell'altro. Inoltre, a Locri nacquero il filosofo Timeo e la poetessa Nosside, che fu addirittura definita la rivale di Saffo per i suoi epigrammi... Com'era...? Ah, s:
?d??? ??d?? ???t??? ? d? ???a, de?te?a p??ta
?st??? ?p? st?at?? d? ?pt?sa ?a? t? ???.
[Cosa pi dolce non c' dell'amor: quante sono dolcezze
vengono dopo quello: per me, sputo anche il miele.]
O quell'altro...
??t??????a t?t??ta?? ?d?, ?? ??a??? t? p??s?p??
?? p?t?pt??e?? e??????? d???e??
?? ?t??? ????t?? t? at??? p??ta p?t??e?.
? ?a???, ???a p??? t???a ???e?s?? ?sa.
[Automelinna  questo. Com' pien di grazia il suo volto,
che verso di noi lo sguardo soavemente volge!
Come somiglia in tutto la figlia alla madre:
gran bella cosa, quando somigliano i figli ai genitori!]
Ma io vi sto annoiando...
No, no... risposero gli ufficiali all'unisono.
Il console sorrise. Sembrava felice.
Bene. In questo caso, sappiate che i cittadini di Locri ottennero anche grandiose vittorie nei giochi olimpici grazie a Eutimio e Agesidamo. Il pugile Eutimio si aggiudic la vittoria per ben tre volte di seguito: questo forse desta maggiormente il vostro interesse. A Locri sanno combattere. Non abbiamo conquistato un luogo qualunque. Inoltre, abbiamo sottratto ad Annibale un porto in cui avrebbe potuto ricevere rinforzi da Cartagine. Ma ora basta chiacchiere, andiamo a svolgere i nostri sacrifici agli di e facciamolo in grande, dal momento che grande  stato, senza alcun dubbio, il loro aiuto.
Da l, il console fece strada ai suoi ufficiali e ai lictores verso il centro di Locri. Pur essendo frequente nel Sud della Magna Grecia l'adorazione a Persefone, era a Locri che la regina dell'Ade era venerata con maggior dedizione, anche se l, secondo il dialetto locale, era chiamata Proserpina, nome da cui i Romani avevano adottato il loro. Nel centro della citt si erigeva un immenso tempio ionico, che col passare degli anni aveva sostituito la precedente base arcaica.
Il nuovo tempio possedeva un'imponente facciata alta dodici metri, con sei gigantesche colonne ioniche sulla parte frontale e diciassette su ogni parte laterale. Publio aveva scelto quel tempio poich era uno dei pi frequentati della citt ed esegu i sacrifici davanti alle sue porte, cos che potessero assistere sia i cittadini di Locri che lo desideravano, sia il gran numero di soldati delle sue legioni e delle truppe di Pleminio. Il console rivolse le sue preghiere a Giove e Marte, poi le estese anche a Proserpina per ingraziarsi gli abitanti della citt, i cui sentimenti erano ancora divisi tra la simpatia di alcuni per i Romani e la preferenza di altri per i Cartaginesi. Celebrando i sacrifici all'esterno del tempio aveva inoltre evitato che gli ufficiali e coloro che lo accompagnavano quella mattina vedessero da vicino le ricchezze che i cittadini di Locri avevano depositato dentro al tempio nel corso degli anni. Il tesoro di Proserpina era leggendario e, naturalmente, sacro agli occhi dei cittadini di Locri. Per questo lo avevano difeso a rischio della loro vita quando i Cartaginesi, durante le loro scorribande, avevano cercato di entrare nel tempio. Nemmeno Publio riusciva a smettere di pensare a tutto l'oro, l'argento, le pietre preziose che si nascondevano dietro quelle immense colonne. Sarebbe stato un supplemento perfetto per finanziare la sua campagna in Africa, ma aveva gi compiuto troppe azioni senza il permesso del Senato e non era il caso di incrementare ulteriormente i rapporti che Catone inviava incessantemente a Roma. No, meglio lasciare il tesoro di Proserpina alla sua gente, nella sua citt, nel suo tempio.
Inoltre, anche se Publio, nel profondo del suo essere, non nutriva una vera e propria fede religiosa, non poteva evitare di pensare che derubare la regina dell'Ade, la regina del regno dei morti, avrebbe attirato qualche terribile maledizione che preferiva evitare.
Quel pomeriggio tutti si ritirarono presto per riposare. Lelio lasci delle sentinelle vicino alle navi pronte all'imbarco delle legioni, mentre piccoli gruppi di legionari, alla maniera dei triumviri, erano stati incaricati di pattugliare la citt durante la notte. Gli abitanti, che avevano visto la loro citt cadere prima in mano punica e ora tornare sotto il controllo romano, si rifugiarono nelle loro case fiduciosi del fatto che la loro amata dea li avrebbe protetti dalla sconfinata avarizia degli uni come degli altri e avrebbe loro concesso l'atteso momento di pace.
All'alba, Publio, Lelio e le legioni V e VI partirono per Siracusa, lasciando solo pochi manipoli a Locri, sotto il comando di Marco Sergio e Publio Mazieno, insieme a Pleminio e al suo piccolo distaccamento.

58. IL TEMPIO DI PROSERPINA.
Locri, ultimi giorni dell'estate del 205 a.C.

Tra le ombre delle case, un uomo camminava coperto da una tunica scura. I suoi sandali logori tradivano il suo status di legionario, ma era difficile sapere se si trattasse di un soldato della V, della VI o del distaccamento del pretore Pleminio. Il legionario avvert i passi decisi di una delle pattuglie notturne che facevano la guardia al tempio di Proserpina. Nei pressi del tempio passavano pi frequentemente, per dissuadere bramose intenzioni di furti sacrileghi che avrebbero fatto ribellare i Locresi contro le truppe romane che avevano riconquistato la citt. Eppure, la cupidigia, il desiderio di ricchezza ottenuta senza sforzi e la possibilit di disertare da un esercito permanentemente in guerra erano sentimenti troppo potenti per poterli spegnere con delle semplici sorveglianze notturne. I triumviri di Locri scomparvero dietro il rumore dei loro passi e la piazza che dava accesso al tempio ionico rimase deserta. Il soldato, nascondendo il viso dietro la scura veste che indossava, attravers in un rapido ma energico movimento quell'ampio spazio aperto dove appena qualche ora prima erano stati sacrificati dieci buoi in onore degli di di Roma e della dea Proserpina. Il sangue degli animali uccisi era ancora sparso sulla sabbia della piazza.
Il soldato raggiunse le gigantesche colonne del tempio. Si udirono nuovamente i passi dei triumviri. Fece per nascondersi tra le colonne, ma poi pens di entrare direttamente nel tempio... In fin dei conti Elio, il dio che tutto vede, stava dormendo. Dimentic invece che la dea del regno dei morti non riposa mai.
L'interno del tempio sembrava vuoto, appariva solo una fonte di flebile luce: il fuoco dell'altare. Il soldato si avvicin lentamente. Gli sembr alquanto strano che gli abitanti di quella citt, dopo aver eretto un tempio tanto grande, illuminassero cos debolmente il suo interno. Il legionario avanz piano. I suoi pesanti sandali militari picchiavano contro la pietra del suolo e ogni passo riverberava per tutto il tempio. Si ferm. Sembrava non ci fosse nessuno. Si avvicin alla fiamma perpetua che ardeva in quel luogo sacro.
Fu allora che la vide: una coppa dorata, con piccoli rubini incastonati nell'oro. Era bellissima. Forse veniva usata dai sacerdoti per mescere il sangue degli animali sacrificati, o per offrire vino agli di. Non gli importava. La coppa invece s. Si guard intorno. Quelle colonne, quelle pareti nascondevano senz'altro altri tesori, per questo era gi alla sua portata. Aggir il piedistallo su cui ardeva la fiamma e si avvicin per prendere la coppa. Fu allora che vide un'ombra ad alcuni passi di distanza, in fondo al tempio. Si spavent, ma subito si rese conto che era un timore inutile: si trattava solo di una statua della dea Proserpina, la regina dell'Ade e anche dea della fertilit. Era certamente una combinazione curiosa. Sorrise. La statua sembrava guardarlo. Il soldato allung lentamente il braccio, fin quando la punta delle sue dita non tocc il metallo dorato della coppa. L'afferr. La statua rimaneva immobile. Morta, come i morti sui quali si credeva che governasse, pens il legionario. Con ancora il sorriso sulle labbra fece per andarsene con il suo trofeo quando una voce grave proveniente da un angolo buio dall'altro lato dell'altare lo fece sobbalzare.
Altol! Non si pu entrare qui! Non puoi portarti via quella...!
Ma il sacerdote non ebbe il tempo di terminare la frase, che gi il legionario ritorceva la sua spada estraendola dal corpo sacro del custode del tempio, mentre il sangue del malcapitato cominciava a sgorgare sulla pietra dell'altare e sul pavimento. Il sacerdote mor con gli occhi aperti, pronunciando parole incomprensibili mentre dirigeva il suo ultimo sguardo alla statua di Proserpina. Il legionario non rimase ad accertarsi di ci che succedeva e scapp fuori. Era nervoso, e nella sua fuga frettolosa usc correndo tra le colonne del tempio senza assicurarsi che non passassero pattuglie. Fu cos che, come uno stupido, si ritrov faccia a faccia con i triumviri che attraversavano la piazza.
Si ferm e si guard intorno per capire da che parte scappare. Ma era ormai troppo tardi. Varie sacerdotesse stavano gi uscendo dal tempio gridando e quelle urla di donne svegliarono tutti coloro che abitavano intorno alla grande piazza di fronte al tempio di Proserpina. In meno di un minuto, dozzine, centinaia di cittadini infuriati circondarono i triumviri che avevano bloccato il ladro con il suo bottino, rimanendo in attesa di istruzioni. Erano uomini della VI, quindi inviarono un messaggero a Publio Mazieno e a Marco Sergio.
Mazieno fu il primo ad arrivare. Protetto da un centinaio di legionari, si apr il passo tra la folla. Alcuni avevano acceso le torce e le ombre tremolanti di tutti coloro che popolavano la piazza si agitavano come fantasmi notturni, come se le anime del regno dell'Ade stessero emergendo dall'inferno.
Il ladro era un legionario di Pleminio, proveniente dalla guarnigione di Rhegium, posizionata ora l a Locri. Publio Mazieno era sicuro che Pleminio sarebbe accorso a breve per accertarsi della situazione. Prima che il legionario potesse dire qualcosa in sua difesa, lo trafisse con la spada, con la stessa freddezza che l'uomo aveva dimostrato nell'uccidere il sacerdote del tempio. La rapida esecuzione sembr acquietare l'animo dei cittadini, ma tutti attendevano di sapere cosa sarebbe successo alla coppa sacra del tempio. Publio Mazieno la prese in mano e la contempl ammirato. Quello era senza dubbio il miglior bottino che avesse mai avuto tra le mani. Perch ridarlo al tempio, lontano dalla sua vista?, pens mentre sopraggiungeva Pleminio con circa un'ottantina di uomini di Rhegium.
Cosa  successo qui? chiese furioso, vedendo uno dei suoi uomini a terra in una pozza di sangue e circondato dai legionari di Mazieno, il quale non esit a rispondere con la stessa veemenza.
Questo imbecille ha rubato nel tempio. Lo abbiamo giustiziato.
Hai giustiziato uno dei miei uomini senza nemmeno consultarmi? Pleminio era fuori di s. Lui era il pretore, pertanto la massima autorit in citt. Sono io quello che governa questa citt!
Publio Mazieno indietreggi. Stava ponderando la situazione, quando Marco Sergio arriv alla piazza insieme ai rinforzi: altri duecento uomini, armati e disposti a combattere.
La citt la governiamo in tre, sentenzi Mazieno, tu e io. Cos ha deciso il console e se tu non sei in grado di controllare i tuoi uomini  giusto che Mazieno imponga l'ordine tra le file dei tuoi legionari.
Sembrava che Marco fosse arrivato alla piazza gi informato di tutto. Lo stesso messaggero che era corso ad avvisare Mazieno era infatti poi andato a informare anche il suo superiore. Publio Mazieno si ferm. Insieme, lui e Marco avevano il triplo degli uomini di Pleminio. Si scambiarono uno sguardo d'intesa. Era il momento giusto per prendere il dominio completo della citt.
Io sono il pretore e il mio rango  superiore al vostro...! cominci a dire Pleminio, ma le sue parole si confusero nel caos dei colpi di spada, dei sibili delle frecce e delle grida di molti dei suoi uomini sorpresi da un'impetuosa ondata di pila e lance che ne uccise e fer pi di una ventina. I legionari di Marco e Mazieno li stavano improvvisamente attaccando. Era come se lo avessero pianificato da tempo e stessero solamente aspettando l'occasione giusta.
Approfittando della superiorit numerica, i legionari della VI massacrarono gli uomini di Pleminio, di cui solo dieci riuscirono a scappare mescolandosi agli abitanti di Locri che, attoniti e confusi, assistevano a quella battaglia senza sapere cosa aspettarsi. Della VI caddero invece solo cinque uomini. Marco e Mazieno erano raggianti. L'elemento sorpresa aveva funzionato come avevano previsto.
Dopo la partenza di Scipione, a Locri erano rimasti quattrocento uomini della VI e trecento di Rhegium. Ora erano trecentottantacinque contro duecentoventi. Tutto proseguiva secondo i piani. Restava solo da dare un messaggio ben chiaro al resto della guarnigione di Rhegium. Marco Sergio si avvicin a Pleminio che, ferito a un braccio e sorvegliato da alcuni legionari della VI, si contorceva per il dolore della ferita.
Fa male, non  vero? gli chiese ridendo. Anche il resto dei legionari si mise a ridere insieme al tribuno. Quella pubblica umiliazione gli ricordava i bei tempi in Sicilia, prima che arrivasse il severo console. A quell'epoca s che si divertivano, e avevano le donne. Intanto, molti dei legionari avevano cominciato a notare le sacerdotesse del tempio. Marco e Mazieno compresero immediatamente la bramosia dei loro uomini; ma avevano bisogno della loro piena lealt per terminare la rivolta con successo.
Pleminio, steso a terra, non si era nemmeno degnato di rispondere. Publio Mazieno gli si avvicin e gli tir un calcio in faccia. Si ud un grido di dolore soffocato, mentre Pleminio tentava di proteggersi il viso da altri colpi improvvisi.
Il tribuno Marco ti ha fatto una domanda insistette Publio Mazieno quindi rispondi, per tutti gli di, ti fa male?
Ma Pleminio, cocciuto, rimase in silenzio. Publio Mazieno guard Marco Sergio che annu. Gliela stava rendendo anche troppo facile. Sguain la spada e la punt al viso di Pleminio.
Te lo chieder solo un'altra volta, pretore disse a voce alta Mazieno, tenendo la lama della sua spada a meno di un dito dal collo di Pleminio. Chi ha ora il comando di Locri?
Pleminio sembrava voler conservare il silenzio, ma poi, ancor pi ingenuamente, senza rendersi conto della spietata crudelt dei suoi nemici, espresse la sua ostinazione con fatali parole.
Io, il pretore Pleminio.
Publio Mazieno lasci cadere la spada, che colp il suolo producendo un tonfo metallico che si ud per tutta la piazza. Tutti, i legionari della VI e gli abitanti di Locri, attesero mantenendo il silenzio. Mazieno rovist allora dentro la sacca ed estrasse un'affilata daga. Senza dire nulla, n facendo altre domande, si limit a conficcare la tagliente lama del pugnale nella carne della testa di Pleminio, proprio dove sporgeva l'orecchio. L'urlo del pretore fu smisurato quanto il suo dolore. Mazieno si allontan di un paio di passi dalla sua vittima ed esib orgoglioso il trofeo: l'orecchio insanguinato del pretore pendeva dalla sua mano sinistra, mentre con la destra brandiva la daga che aveva adempiuto a quella estirpazione.
Pleminio, singhiozzando e gemendo di dolore, si trascinava a gattoni, appoggiandosi sulle ginocchia e su una mano, mentre con l'altra tentava di frenare l'emorragia dell'orecchio tagliato. La lieve ferita al braccio causata dal combattimento di qualche minuto prima era gi stata dimenticata. Il pretore arranc fino ai piedi di alcuni cittadini di Locri, che istintivamente arretrarono inorriditi.
Aiutatemi maledetti, aiutatemi o la pagherete cara...! insisteva Pleminio, mentre due uomini della VI lo trascinavano per i piedi verso il suo boia, Publio Mazieno, che lo aspettava per continuare a torturarlo.
Vista la confusione, Marco Sergio cominci a dare ordini.
Tutti a casa! grid. Questi non sono affari vostri! Andate a casa o, per Ercole, ve ne pentirete!
Molti dei cittadini obbedirono in fretta e furia, ma alcuni esitavano. La coppa del tesoro ancora risplendeva tra le mani di Marco Sergio, ma nessuno aveva il coraggio di parlare. Rapidamente tutti scomparvero dietro le porte delle proprie abitazioni, assicurandosi di serrarle bene con catenacci e barricando con mobili l'entrata. Le sacerdotesse del tempio rimasero sole e istintivamente si raccolsero tra le colonne cercando con la preghiera la protezione di Proserpina.
Mentre Mazieno continuava a torturare Pleminio, Marco Sergio ordin che il resto delle truppe della VI li raggiungesse dalla cittadella.
Ci conviene rimanere tutti insieme, nel caso che gli uomini di Rhegium contrattaccassero, anche se dubito che lo faranno finch abbiamo in mano il loro capo. E si volt verso Mazieno che gi esibiva divertito l'altro orecchio del pretore, estirpato con la lama mortale della sua daga. Divertiti pure Mazieno, ma non ucciderlo. Ci serve vivo per tenere sotto controllo la rabbia delle sue truppe.
Mazieno annu, ma poi torn alla sua vittima. Marco Sergio ordin che chiudessero ogni entrata alla piazza innalzando barricate con sacchi, carri, pietre, assi di legno ricavate dai banchi del mercato cittadino e tutto ci che poteva essere usato. Dopo essersi assicurato la posizione, mentre Mazieno continuava a divertirsi a scuoiare il pretore, entr nel tempio di Proserpina scortato da una ventina dei suoi uomini. Voleva rendersi conto di persona del valore del leggendario tesoro che gli abitanti di quella citt custodivano tanto gelosamente.
Come aveva previsto, i suoi legionari cominciarono a correre dietro alle terrorizzate sacerdotesse. Tra le grida di orrore che le giovani diffondevano mentre venivano oltraggiate, Marco Sergio, soddisfatto di tutto quello che aveva ottenuto quella notte, si addentr nelle profondit del tempio in cerca del tesori.
La statua della dea lo osservava in un pietrificato silenzio.
Marco Sergio scavalc il cadavere dissanguato del sacerdote del tempio, tra il basamento che ospitava la fiamma perpetua e la statua dell'immobile dea. Proprio come aveva immaginato, c'era una porta dietro la rappresentazione in pietra della divinit. Era difficile abbatterla, ma sarebbe stata solo questione di tempo e di colpi non appena i suoi uomini avessero soddisfatto i propri appetiti carnali. Marco Sergio sorrise divertito. Avrebbero potuto usare proprio la statua della dea come ariete. E scoppi in una fragorosa risata, l'ultimo suono che molte delle sacerdotesse udirono quella notte prima di perdere i sensi, sebbene alcune di loro trovarono la forza per supplicare Proserpina perch maledicesse quei miserabili.

59. UNA CENA PRIVATA.
Siracusa, autunno del 205 a.C.

Plauto giunse presso la residenza dove Publio Cornelio Scipione aveva scelto di vivere con la famiglia durante la permanenza a Siracusa. Era una casa ampia, a met tra lo stile greco e quello romano, con un grande atrio e, sul fondo, un ancor pi grande peristilio che cingeva un giardino. Erano gi arrivati alcuni degli invitati principali, come gli ufficiali di maggior rango che stavano sotto il comando del console.
Plauto si lav le mani in un bacile offertogli da uno schiavo, mentre osservava l'atrio spazioso di quella magione gremito di tribuni e centurioni. Riconobbe il rispettato Lucio Marcio Settimio, che era rimasto al comando di Siracusa quando il console aveva portato le sue legioni alla conquista di Locri. Conquista che, fra l'altro, era proprio il motivo di quel banchetto. Plauto vide anche l'intrepido Gaio Lelio, che aveva gi preso posto accanto al console. In una modesta sella, esattamente dietro a Lelio, una giovane di rara bellezza cattur la sua attenzione. L'anziano scrittore aveva gi sentito parlare della bella schiava egizia di Lelio, eppure, guardandola da l, rimase esterrefatto di fronte alla figura serena, i tratti tanto soavi del viso, le labbra carnose, gli occhi grandi e la pelle scura di quella serva. Suppose che chi da tanti anni stava al fianco del console dovesse aver guadagnato denaro sufficiente a poter comprare le schiave pi belle. Plauto non riusc a evitare che una fitta d'invidia gli percorresse il corpo come un brivido freddo. Il massimo a cui lui poteva aspirare era di avere una buona cuoca.
I prezzi delle belle schiave erano solo alla portata dei patrizi o dei senatori pi corrotti di Roma. In ogni caso, l'invidia se ne and com'era arrivata appena pens al lavoro che quell'ufficiale, ammiraglio della flotta, capo della cavalleria e ora tribuno delle legioni maledette, aveva dovuto svolgere dopo aver rischiato tutto in quella lunga guerra, per potersi gustare il suo dolce miele: ovvero, scalare le mura di Carthago Nova, dirigere le legioni in molteplici scontri contro i Cartaginesi presso il Ticino, il Trebbia, in Hispania, soffocare rivolte, incontrare crudeli regnanti stranieri, perfino sbarcare in Africa e attaccare i Cartaginesi sulla loro stessa terra. No, Plauto concluse rapidamente che preferiva avere schiave meno attraenti ma una vita pi tranquilla. Avendo gi avuto esperienza della guerra in passato, non aveva alcuna voglia di ripeterla.
Tito Maccio Plauto entr nell'atrio e uno schiavo lo condusse fino a uno dei triclini disposti al centro dell'ampio patio, ma abbastanza lontano dagli anfitrioni. Il commediografo not che il console lo guardava e Plauto inclin la testa in segno di saluto. Stava per dirgli qualcosa, ma quello, dopo aver assentito lievemente con la testa, distolse lo sguardo e continu la conversazione con Marcio e Lelio. Un colloquio militare, qualcosa d'importante, concluse Plauto mentre si accomodava nel posto che gli era stato riservato.
Una schiava gli avvicin un calice e un'altra gli serv il vino. Non erano schiave belle come l'egizia di Lelio, ma erano giovani allettanti e piacevoli da guardare. Plauto assaggi il vino e lo apprezz nella sua giusta misura.
Almeno il console non era di quelli che lesinavano quando avevano ospiti, oppure che servivano i vini e le vivande migliori ai conoscenti pi intimi e i prodotti di seconda qualit ai convitati di minor rango. L c'era di tutto per tutti: fagioli freschi, anatra con rape, defrutum e pepe, capretto arrosto e marinato, lenticchie con acanto, pollo con chiare d'uovo, lepre disossata al miele, maialino alla brace in salsa cruda... Plauto era un po' nervoso. A lui, quel banchetto, quell'ostentazione di potere, quella sontuosit culinaria che cominciava a sfilare davanti ai suoi occhi, non interessavano. Desiderava solo qualche minuto in privato con il console. Per questo aveva accettato di venire a Siracusa. Prima, aveva dovuto organizzare delle rappresentazioni per le sue truppe e poi, quando gli era sembrato di aver guadagnato ancora una volta la fiducia del generale, questi era partito per Locri per intraprendere quell'insolita conquista e a lui non era rimasto altro da fare che attendere pazientemente il suo ritorno. Anche ora si trovava obbligato ad aspettare la propria opportunit nel corso del banchetto, e ci che lo infastidiva maggiormente era di doversi sentire nondimeno riconoscente per la concessione di uno dei triclini nel centro dell'atrio, mentre altri invitati erano invece costretti a una scomoda cena in piedi, afferrando al volo pezzi di fagiano, di maiale in salsa o di capretto, mentre i vassoi sfilavano tra le decine di invitati.
Plauto volt lo sguardo verso il gruppo centrale degli ospiti. Si sorprese nel constatare che il console si stava nutrendo soprattutto di uva passa e olive, leggeri stuzzichini con cui placava il suo stomaco senza assaggiare i piatti forti con i quali i suoi ufficiali pi rudi gi da tempo avevano cominciato ad abbuffarsi.
Oltre a Marcio e Lelio, c'erano Silano, Mario Giuvenzio, Quinto Trebellio, Sesto Digizio, veterani delle campagne di Hispania, e, infine, Gaio Valerio, uno dei pochi centurioni della V e VI a essere entrato nel circolo di fiducia del console. Un raro onore. Il circolo si completava con la presenza dello stesso Plauto e con uno spazio vuoto fra i triclini che dava nell'occhio per essere proprio di fianco a Emilia Terza, la moglie del console. Donna coraggiosa, cordiale e leale nei confronti del marito, pens Plauto. Lo aveva ascoltato con squisita correttezza quando lui aveva disperatamente tentato di parlare con il console e gli aveva assicurato che il generale lo avrebbe ricevuto appena tornato da Locri. Lo scrittore riponeva molta pi speranza in quelle parole che nell'offerta agli di che aveva fatto quella stessa mattina, giusto per precauzione. Aveva rinnegato gli di in passato, in mezzo a un campo di battaglia circondato da cadaveri, ma poi loro sembravano avergli perdonato quell'offesa concedendogli il successo come commediografo e, per questo, in occasioni speciali, Plauto realizzava alcuni modesti sacrifici con cui poteva mantenere un certo status quo, qualcosa del tipo pensate agli affari vostri che io penso ai miei.
Eppure, quella mattina era stato diverso. Contrariamente al solito, Plauto, all'alba, aveva fatto un'offerta a Giove, Giunone e Quirino perch intercedessero in favore del suo amico Nevio che continuava a marcire nelle pi buie segrete del carcere del Foro di Roma.
Ora, proprio quando credeva che avessero finito di servire, cominci un'incredibile processione di vivande esotiche e sorprendenti: ricci di mare, vongole di ogni tipo e grandezza, ostriche fresche, pasticcio ripieno di ostriche triturate e mescolate a un macinato di frutti di mare, tordi con asparagi, selvaggina di cervo, cinghiale e altri uccelli difficili da identificare per via del loro mutato aspetto dato che erano abbondantemente impanati con farina e garum, una densa salsa di pesce alla quale il console si era affezionato durante le sue campagne di Hispania. Poi, quando nessuno avrebbe potuto ingoiare un altro boccone, arrivarono delle vongole di colore rosso, uno squisito manicaretto di cui Plauto aveva sentito parlare ma che nessuno aveva mai visto e tanto meno assaggiato. Perfino lui, solitamente estraneo alle gioie del palato della grande cucina che i patrizi gustavano frequentemente, non seppe resistere e allung il braccio per prendere un paio di quelle vongole, trovando conferma della loro giusta e meritata fama. Tutto quel cibo era inoltre servito insieme a diversi tipi di pane che nessuno esitava a impiegare per raccogliere le untuose salse e assaporare fino all'ultimo i piaceri gustativi che il console aveva deciso di regalare quel pomeriggio, ormai quasi sera, dopo tante ore di orgia gastronomica senza freno e misura.
Fu in quel momento che arriv l'ospite mancante per il quale il console aveva riservato un posto tra lui e la moglie.
Marco Porcio Catone entr nell'atrio, sereno, con la toga virilis immacolata, il cui candore si contrapponeva notevolmente alle toghe e al sagum di coloro che sedevano comodi, pieni di macchie di ogni colore e, naturalmente, di sapore.
Arrivi un po' tardi, mio caro quaestor delle legioni, non credi? disse Publio Cornelio Scipione con un tono gioviale che denotava il suo stato di incipiente seppur controllata ubriachezza.
In questi banchetti hai l'abitudine di esagerare con le vivande offerte, cosa che non si addice al mio stile di vita n tantomeno al mio stomaco rispose lo snello Catone con franchezza. Ho pensato che pur arrivando a quest'ora avrei comunque avuto modo di gustare qualcosa con moderazione.
Il console non aveva voglia di discutere.
Certo, certo. Quindi si alz per indicargli il posto che gli aveva riservato vicino a sua moglie. Come vedi abbiamo tenuto un posto, del cibo e delle bevande per te. Che non manchi nulla al quaestor delle mie legioni e che si presenti ai miei inviti quando lo ritenga pi conveniente. Vuoi da mangiare? Naturalmente, qui hai tutto quello che desideri a tua disposizione.
Il console torn a sedersi. Catone pass tra i commensali e il resto degli invitati che nel frattempo si erano zittiti, cos come i flautisti che, anche se quasi nessuno li ascoltava, accompagnavano il banchetto con le loro melodie da pi di un'ora. Il console li guard e loro ripresero immediatamente a suonare. Quello serv da segnale e tutti ricominciarono a mangiare e a bere, anche se il tono delle conversazioni si abbass notevolmente, poich ognuno ascoltava le chiacchiere con un orecchio e con l'altro tentava d'intendere ci che il console e il quaestor si stavano dicendo.
Catone si era accomodato sul suo medius lectus, un posto importante che il console gli aveva assegnato in modo che non potesse lamentarsi che la sua autorit di quaestor non fosse riconosciuta; afferr un volatile con una mano e se lo port alla bocca. Masticava lentamente mentre guardava con disprezzo la scia di vassoi d'argento zeppi di cibo e le caraffe di vino che si mescevano a destra e a manca. Gli passarono una patina fredda di asparagi, ma la disdegn, lo stesso fece con il liquore che un altro schiavo gli offriva. Voleva rimanere perfettamente sobrio. Si sentiva incomodo seduto nel mezzo di quel banchetto che considerava uno sperpero, e ancora pi incomodo di fianco a una donna. Non importava che fosse Emilia Terza, moglie del console e figlia di Emilio Paolo, che era stato a sua volta console in un recente passato. A Catone dava fastidio qualunque violazione delle tradizioni, e nella tradizione romana pi classica le donne non si stendevano mai sui triclini, ma si sedevano sulle sellae alle spalle del marito. Ma, ovviamente, a un console che nemmeno rispettava il Senato cosa poteva importare della tradizione?
Per Castore e Polluce, cominci Catone tutta questa opulenza inutile, tutto questo cibo, le salse, i dolci, il vino...
I miei ufficiali hanno ottenuto una conquista e si meritano una celebrazione rispose Publio senza mostrarsi offeso, prendendo un sorso di vino dalla coppa.
E per un attacco non permesso, un intervento che andava contro le istruzioni del Senato. Publio Cornelio Scipione, non eri autorizzato ad abbandonare la Sicilia e ancor meno a sbarcare le truppe in Italia; e, cosa peggiore, quali truppe?
Che succede alle mie truppe? chiese il console con aria distratta, nascondendo ancora una volta il viso dietro una coppa di vino, come se volesse evitare la conversazione diretta.
La V e la VI, le legioni maledette precis Catone con enfasi. Per tutti gli di, sono legioni esiliate dall'Italia e tu le porti a combattere in territorio italico andando contro la sentenza del Senato che pesa sopra di loro a causa della loro ignominia!
Le ho condotte a una vittoria, rispose Publio, sempre sereno una vittoria per Roma.
Una vittoria per te e contro il Senato.
Grazie per aver riconosciuto almeno la vittoria. Il console sorrise guardando i suoi ufficiali, che scoppiarono a ridere anch'essi. Era nervoso a causa dei commenti di Catone, ma le risate lo rilassarono.
Marco Porcio Catone, tuttavia, si sent offeso.
Con il cibo e il vino, con questi eccessi, rammollisci i tuoi uomini. Non mi sorprende che in Hispania abbiano finito per ribellarsi alla tua autorit.
Tutti tacquero. I musicisti, ancora una volta, s'interruppero. Publio Cornelio Scipione lasci la coppa sul vassoio che gli veniva offerto da uno schiavo tremante. Emilia Terza pos la mano sull'avambraccio del marito. Lui, con delicatezza, la scost. Prese un bicchiere d'acqua e bevve lentamente un sorso. Poi fiss lo sguardo su Catone.
Tutti gli ufficiali che si ribellarono furono giustiziati, molti di loro da me personalmente. Li trafissi con la mia spada come fossero olive mature. Credo che tutti i presenti sappiano cosa comporti ribellarsi al console.
Catone non s'intimor per il cambio di tono del suo interlocutore, ora decisamente pi serio e duro.
Se tu non avessi degradato per primo i tuoi ufficiali e legionari, questi non si sarebbero ribellati. Tu stesso provochi il germe della rivolta con questi assurdi e inutili banchetti e con l'inadempimento degli ordini del Senato. Se tu sei il primo a non obbedire, perch mai dovrebbero obbedirti gli altri?
Il console si scost, separandosi dallo schienale e avvicinando la testa verso Catone. Emilia Terza, che si trovava in mezzo ai due, si tir indietro.
Misura le tue parole, quaestor. Stai parlando a un console romano che sta accumulando una vittoria dopo l'altra a favore di Roma. Locri, che tanto critichi, era dominata dalle truppe di Annibale fino a poche settimane fa e noi gliela abbiamo rubata da sotto il naso. Annibale ha perso cos un fondamentale porto del Sud, attraverso cui riceveva rinforzi e provvigioni dall'Africa. Questa, caro quaestor, si chiama vittoria strategica. Tu puoi chiamarla disobbedienza al Senato, ma ora, grazie a me e alle legioni V e VI di Roma, che tu definisci maledette, le posizioni di Annibale nell'Italia meridionale si sono indebolite.  questo che oggi festeggiamo e n le tue parole n i tuoi insulti n la tua invidia rovineranno questo giorno.
Vedremo che cosa dir il Senato di tutto questo concluse Catone.
Vedremo.
Poi quando tutti pensavano che il peggio fosse passato, il quaestor torn alla carica.
Per non parlare delle rappresentazioni teatrali a cui conduci i tuoi uomini e che finanzi con il denaro di Roma.
Per Ercole, replic Publio con aria divertita adesso Marco Porcio Catone s'interessa di teatro. Questa s che  una novit. Forse possiamo ancora andare d'accordo.
L'unica cosa che m'interessa sapere  perch permetti che si rappresentino opere in cui si disprezza il servizio militare, dove gli attori si burlano dell'ufficialit e alle quali assistono migliaia di legionari ubriachi e impazziti che ridono come invasati quando invece dovrebbero infuriarsi e prendere a legnate tutti coloro che osano partecipare a una simile follia. Un'opera in cui gli attori hanno perfino l'audacia di sbeffeggiare la carcerazione di Nevio, il poetastro che a sua volta ridicolizz i patrizi. Cosa diceva l'attore...? Catone chiuse gli occhi prima di mettere in funzione la sua portentosa memoria e recitare il testo. Ecco mo' che si mette a costruire, pianta una colonna sotto il mento. Puh, proprio non mi piace quella costruzione! Perch ho sentito dire che anche un poeta latino ha la testa sopra un puntello, mentre i due custodi, uno di qua e uno di l, gli stanno sempre ai fianchi tutte le ore...
Il console avrebbe voluto aggiungere qualcosa, ma il verso che Catone aveva recitato lo aveva preso in contropiede, poich si trattava di un estratto che Publio non aveva ascoltato durante la rappresentazione, trovandosi in quel momento nei corridoi del teatro a parlare con gli ambasciatori di Locri e della Numidia. E cos, invece di difendere l'autore dell'opera, si limit a rivolgersi a Tito Maccio Plauto e a dargli un suggerimento.
 la tua opera che il quaestor sta criticando, scrittore. Non ti sta offendendo?
Plauto si sorprese. Era di cattivo gusto invitarlo a partecipare a quell'odioso confronto dialettico, ma quel pomeriggio ci si affrontava a parole e non con spade e pila. Era la sua specialit, o almeno cos credeva. Azzard una risposta.
Il Miles gloriosus non si burla delle legioni, ma degli ufficiali fanfaroni, che senza dubbio esistono. Coloro che si sentono chiamati in causa dovrebbero preoccuparsi del proprio comportamento sul campo di battaglia e non di come gli attori li interpretano sul palcoscenico.
Marco Porcio Catone si sent oltraggiato e il suo viso infiammato lo dimostr. Era infuriato: una cosa era essere insultato dal console, un console folle e megalomane, tutt'altra cosa e del tutto inammissibile era vedersi offeso da un miserabile attore. Lanci uno sguardo gelido e assassino a Plauto, mentre replicava.
Il quaestor di Roma in Sicilia non si riferiva a te, scrittore. Catone pronunci l'ultima parola quasi sputandola, come se si trattasse del peggiore degli insulti. Mai pi, mi senti? Mai pi devi rivolgerti a me. Mai pi. O maledirai il giorno in cui sei nato.
Tito Maccio Plauto aveva avuto spesso occasione di maledire non solo il giorno in cui era nato, ma anche quello in cui era stato concepito, il giorno in cui era arrivato a Roma, quello in cui si era arruolato nelle legioni, fino al giorno in cui, una volta terminata la sua prima opera, era stato picchiato da dei patrizi ubriachi lungo il Tevere. Per ora le cose gli andavano bene, obiettivamente bene, e aprire una disputa con quel quaestor, protetto dall'onnipotente Quinto Fabio Massimo, era, a rigor di logica, puntare troppo in alto.
Plauto tacque e abbass lo sguardo con la cautela che aveva imparato a usare. Tuttavia Catone era ancora nervoso e per nulla soddisfatto. Esigeva le scuse di quel miserabile, ma in quel momento Gaio Valerio, primo centurione della V legione, si alz dal suo triclinio barcollando per l'effetto del vino nel suo corpo, e rivolgendosi a Catone disse: E il primus pilus della V legione pu parlare con il quaestor, o nemmeno lui? Perch... per Castore e Polluce e tutti gli di, suppongo di essere io quello a cui spetta il compito di confrontarsi con il quaestor riguardo ai rifornimenti della legione. Bene, a me.... Non riusciva a continuare; si appoggi con il braccio sinistro sul triclinium, mentre la mano destra teneva la coppa di vino dalla quale non si era mai separato durante l'intera cena. A me... a me, la rappresentazione  piaciuta molto... e non la trovo affatto offensiva, n deni... deni...
Denigrante lo aiut Marcio a concludere.
Ecco, deni... deni... ecco, quello che ha detto il tribuno. Io mi sono divertito, e cos i miei legionari, e siamo, ecco... ci siamo divertiti.
Io non parlo di teatro con i centurioni della legione rispose secco Catone.
D'accordo... continu calorosamente Gaio Valerio; percepiva gli sguardi di tutti su di s, sentiva che lo stavano ammirando perch affrontava il quaestor, facendo ci che solo il console osava fare. Anche Publio lo guardava affascinato, curioso. D'accordo, quaestor, allora parliamo dei rifornimenti. Siamo andati a Locri e siamo dovuti partire senza tutto l'equipaggiamento che avrebbe dovuto arrivare e questa  colpa tua... colpa tua... mandarci a combattere senza tutto il necessario... dovevamo assediare una citt e a malapena avevamo le scale...
L'equipaggiamento, per ordine del Senato, era destinato a invadere l'Africa si giustific Catone con fermezza.
D'accordo, per l'Africa... Ma vedere Annibale scomparire davanti a noi... vedere Annibale andarsene... lasciando la citt a noi... noi che siamo stati feriti dalle spade dei suoi uomini... vederlo fuggire da Locri... Gaio Valerio, in piedi, appoggiato al triclinio, un centurione veterano come non ce n'erano altri, ricoperto di phalerae e torques per le sue gesta passate, scoppi a piangere. Questo  stato... meraviglioso... Si  ritirato... il console ci ha ordinato l'attacco e noi abbiamo attaccato e Annibale... Annibale... si  ritirato...
Gaio Valerio si accasci singhiozzando.
Marco Porcio Catone scoppi a ridere e si alz.
S, primus pilus, non c' alcun dubbio che Annibale sia stato intimorito da un centurione che piange come una bambina spaventata. Non sar invece che Annibale si  ritirato per evitare di affrontare le legioni romane di Crasso e Metello che potevano arrivare in qualunque momento? Questa s aggiunse guardando il console che si chiama strategia. Che sfortuna per il Senato non disporre di generali tanto abili e sensati e al loro posto dover impartire ordini che non si rispettano a consoli che non fanno che trasformare i propri centurioni in bambine piagnucolose.
Gaio Valerio si alz infuriato e port la mano alla spada, ma Trebellio e Digizio si lanciarono come gatti e lo afferrarono prima che potesse sfoderarla.
Vedo che i tuoi centurioni, console di Roma, si ribellano al quaestor.  solo questione di tempo prima che lo facciano anche con te, come accadde al Sucro. Avrai mie notizie. Molto presto.
Con queste parole, oltrepass tutti i presenti ignorando sia Plauto che Valerio e scomparve dietro il vestibolo che dava accesso all'uscita della grande domus.
Gaio Valerio si liber di Trebellio e Digizio, che avevano allentato la salda presa che lo immobilizzava. Il primus pilus della V si sentiva umiliato. Non solo era stato insultato dal quaestor della legione, ma era accaduto davanti al console, in casa del console, davanti a tutti, e davanti a tutti era stato sul punto di attaccarlo trascinato dall'effetto del vino che scorreva nelle sue vene e che gli aveva annebbiato la mente.
Mi dispiace... mi dispiace... mio generale. Era tutto quello che l'intontito centurione riusciva a dire, con lo sguardo fisso a terra e il dorso delle mani che asciugavano le stupide lacrime prodotte dal tumulto dei suoi pensieri. Ho insultato il quaestor... ho bevuto troppo... dico cose senza senso... Per tutti gli di, chiedo scusa, mio console.
Non hai nulla di cui farti perdonare gli rispose serenamente Publio Cornelio Scipione, con sorpresa di tutti. Sei stato invitato dal console di Roma, sei uno dei suoi ufficiali e stiamo festeggiando la conquista di una citt. Questo  un banchetto, una festa, e hai bevuto il vino che ti ho offerto.  ci che ci si aspettava e spero che tu ti sia divertito. In quanto al quaestor,  arrivato qui gi offeso da motivi precedenti e le sue parole hanno provocato tutti. Anche se  stata una fortuna che Trebellio e Digizio ti abbiano impedito di infilzarlo con la spada e mangiartelo: ti sarebbe rimasto indigesto e sarebbe risultato complicato spiegarlo al Senato.
Tutti gli ufficiali del console scoppiarono a ridere. Perfino Emilia accenn un sorriso soave mentre prendeva un grappolo d'uva da un'enorme fruttiera che due schiave avevano appoggiato di fronte a lei. Le sue serve sapevano che la moglie del padrone preferiva la frutta ai piatti di carne e pesce marinato e stufati che stavano nuovamente circolando nell'atrio.
Nonostante le parole del console e le numerose risate, Gaio Valerio appariva ancora avvilito, cos Publio aggiunse una riflessione finale al suo commento precedente.
Inoltre, Gaio Valerio, primus pilus della V legione, solo pochi giorni fa ti ho ordinato di addentrarti in una fitta nebbia con i velites e di costringerli ad avanzare alla cieca attraversando una bruma dietro la quale doveva trovarsi il pi pericoloso dei nemici di Roma, Annibale in persona. E tu lo hai fatto. Hai obbedito senza protestare, senza guardare indietro, seguendo le mie istruzioni con ferrea disciplina e piena lealt. Ascolta, Gaio Valerio, e ci valga anche per tutti i presenti: finch mi obbedirete, finch lo farete sul campo di battaglia, non mi interesser come vi comporterete a casa mia. Potete mangiare fino a vomitare o bere fino a svenire, o prendere le mie schiave e svagarvi con loro. La mia casa e i miei beni saranno vostri fin quando la vostra lealt sul campo di battaglia sar totale e dunque indubitabile. Non m'importa di quello che pensano il quaestor, il Senato, di ci che si dice a Roma, come non m'importa di tornare sul campo di battaglia, in Africa, di fronte a innumerevoli nemici. L, tribuni e centurioni delle legioni V e VI, l saremo soli, l non ci sar il quaestor, n i senatori, n il popolo di Roma. Saremo soli, io con tutti voi. Da soli combatteremo e da soli vinceremo.
Brindo a questo! disse Quinto Trebellio entusiasta. Tutti lo assecondarono.
Gaio Valerio si era seduto, pi tranquillo, e dopo il brindisi decise di alzarsi e prendere nuovamente la parola.
Mio generale, se me lo permetti anch'io desidererei proporre un brindisi.
E sia, per Castore e Polluce, rispose Publio oggi  il giorno dei brindisi.
Allora brindo... e Valerio guard tutti i presenti uno a uno mentre parlava brindo a Publio Cornelio Scipione e agli di che lo hanno condotto fino a noi; brindo alla conquista di Locri e alle divinit che ci hanno inviato un generale capace di strappare le legioni V e VI alla condanna dell'esilio e riportarle a combattere. Ci chiamano legioni maledette, mio generale, e probabilmente lo siamo, ma sul campo di battaglia non ti deluderemo, non ti deluderemo mai.
Brindo a questo rispose il console e, ancora una volta, il vino flu nelle gole di tutti i presenti.
In quel momento arriv uno schiavo, si avvicin a Publio e gli sussurr qualcosa all'orecchio. Emilia not che il marito aggrottava la fronte e il suo volto si faceva serio.
Torno subito le disse lui, alzandosi e passando tra i suoi ufficiali salutando e sorridendo fino a raggiungere il vestibolo.
Una volta l, Emilia vide che lo schiavo, obbedendo a un segnale del marito, tirava le tende del vestibolo cos che dall'atrio non si vedesse quello che succedeva. La moglie del console guard Lelio e Marcio. Erano gli unici a essersi accorti di quello che succedeva. Anche Netikerty. Emilia se ne stup, ma invece era ovvio: la schiava notava sempre quello che veniva notato dal suo padrone. Una bella e fedele schiava come non ce n'erano altre. Troppo bella. Probabilmente Lelio nutriva idee riguardo a lei che oltrepassavano il fatto di tenerla come schiava. A Emilia Netikerty piaceva molto. La moglie del console si rese conto che si era distratta e torn a guardare il vestibolo, ma le tende non lasciavano trasparire nulla.
Dietro lo spesso tendaggio, il console ascoltava un ambasciatore appena giunto da Locri. Il messaggio che quel cittadino trasmetteva era breve ma intenso. Publio non si sorprese di ci che comunicava. Se lo aspettava dal giorno stesso in cui si erano messi in viaggio per tornare a Siracusa.
Non ti preoccupare gli rispose, tentando di tranquillizzare l'animo del messaggero, angustiato dagli avvenimenti che stavano accadendo nella sua citt. Invier altre truppe, al comando di un ufficiale di massima fiducia. Lui restaurer l'ordine nella citt, arrester coloro che hanno commesso i delitti e gli oltraggi che mi hai riferito e naturalmente restituir l'intero tesoro di Proserpina al tempio sacro.
Il messaggero annu, nonostante il suo viso mostrasse perplessit e preoccupazione.
Che gli siano forniti acqua, vino e cibo se lo desidera, e una stanza dove riposare per la notte.
No, no... ripartir subito... devo trasmettere immediatamente la risposta del console.
D'accordo, ma almeno accetta di sederti e di mangiare qualcosa insistette Publio. Un messaggero affamato di solito non arriva lontano.
L'inviato da Locri assent e accett il bacile di acqua fresca che uno degli schiavi gli offriva e un po' di pane e formaggio, che mangi in gran fretta.

60. LA RICHIESTA DI PLAUTO.
Siracusa, autunno del 205 a.C.

Plauto presenzi con discrezione al resto della cena organizzata dal suo anfitrione. Anche lui, come Marco e Lelio, si era reso conto dello strano via vai del console nel vestibolo, anche se Emilia Terza sembrava non essersene nemmeno accorta.
Lo scrittore suppose che probabilmente era arrivato un messaggio importante, ma poteva riguardare una cos vasta gamma di notizie che smise subito di pensarci e si limit ad ascoltare in silenzio i dibattiti sulla guerra, sulla campagna di Annibale in Italia e sulla prossima invasione dell'Africa che Scipione stava preparando. Tutti gli ufficiali, i tribuni e i centurioni di fiducia del console conversavano, piuttosto animati dal vino: Gaio Lelio, Lucio Marcio, Quinto Trebellio, Mario Giuvenzio, Sesto Digizio, Gaio Valerio... Plauto li osservava interessato. Uomini temprati dalla guerra, veterani delle passate campagne in Italia, esperti nell'arte bellica forgiati dai combattimenti contro gli Iberi e i Cartaginesi in Hispania. Su quegli argomenti Plauto preferiva non intervenire. E, riguardo al teatro, l'unico dibattito era stato con il quaestor e non gli aveva lasciato un bel ricordo. Inoltre, si trovava l per un altro motivo e non doveva permettere che il vino gli facesse dimenticare il suo vero obiettivo. Talvolta Scipione gli rivolgeva uno sguardo. Il console aveva assistito alla rappresentazione del Miles gloriosus partecipando divertito all'evento e poi, anche se non lo aveva difeso davanti a Catone, si era dimostrato infastidito dalle opinioni del quaestor. Plauto ricord di aver visto ridere il console durante la prima parte della rappresentazione, ma anche di aver notato spesso la sua espressione preoccupata. Sapeva che l'opera era audace, soprattutto per quei tempi, ma si sarebbe rivelata un ottimo prologo per la richiesta che doveva fare. Almeno, grazie agli di, i soldati e la maggior parte degli ufficiali avevano trovato l'opera spiritosa e non si erano affatto offesi per le innocue allusioni contro la guerra; o forse nemmeno le avevano afferrate, come probabilmente nel caso di Gaio Valerio, che si era espresso tanto positivamente in relazione all'opera. Chiss. Chiss se, nel profondo, pi di un veterano provava quella sensazione contrastante: la guerra conduce s alla gloria, ma attraverso la miseria e il dolore.
Plauto bevve un po' di vino con moderazione e assaggi qualche altro degli squisiti manicaretti che gli venivano serviti: cinghiale con pepe, origano, bacche di mirto snocciolate, coriandolo e cipolla, spiedini di nodini di maiale spolverati con pepe, levistico, cipero dolce e cumino e, naturalmente, salsa garum in abbondanza.
Il console si trattava bene. Non si risparmiava. Proprio come Fabio Massimo, come Casca e come tutti i patrizi che conosceva. Tranne Catone, ovviamente. Da questo punto di vista non c'erano differenze tra loro. Piuttosto, la differenza stava nel fatto che uno come Scipione combatteva in prima linea mentre altri imbrogliavano per ottenere le vittorie, come Massimo a Tarentum; e la maggior parte di loro viveva nella ricchezza senza dover nemmeno andare in guerra, come faceva, in un certo senso, il suo benefattore Casca. Plauto disprezzava questi uomini, alcuni pi di altri, ma in fondo, pur disprezzandoli, aveva bisogno degli uni come degli altri. Alcuni lo finanziavano, altri erano il suo pubblico. Viveva con quella perenne contraddizione nel proprio intimo.
I commensali cominciarono a lasciare la residenza del console. Poco dopo, rimasero solo Scipione con la moglie Emilia Terza, Gaio Lelio insieme alla bella schiava Netikerty, che Plauto aveva gi incontrato a Roma, e Lucio Marcio. Plauto sapeva che il suo trattenersi poteva essere giudicato inusuale, ma quella cena e la sua quasi eterna comissatio erano l'unica occasione che aveva di parlare con il console. Marcio si alz e salut tutti. Plauto cap allora che non poteva esitare oltre, cos anche lui si alz e si rivolse all'anfitrione.
So di essermi trattenuto pi di quanto la tua cortesia e la tua pazienza permettano, ma, d'altro canto, la compagnia e il buon cibo di cui ci hai omaggiato, console di Roma, sono un lusso troppo piacevole per separarsene facilmente.
Publio assent e lo interruppe.
Stimato Plauto, apprezzo i tuoi sforzi, ma immagino che per chi scriva opere satiriche con tanta destrezza e le rappresenti con grazia davanti a un pubblico di mille persone, debba essere un sacrificio fare simili complimenti a un patrizio.
Plauto sorrise laconico. Da un certo punto di vista si sent sollevato.
Questo  vero. Bene, allora passer subito all'altro motivo per cui ho atteso la fine della cena, ma mi chiedevo... vorrei sapere se sarebbe possibile un incontro, voglio dire, con il dovuto rispetto verso tutti i presenti, per tutti gli di, un incontro in privato. Sarebbe possibile?
Publio si separ dal suo calice di vino e si guard intorno prima di rispondere.
Plauto, questo  un incontro privato: qui vedo solo mia moglie, il mio migliore ufficiale, la sua fedele schiava e gli schiavi che ci stanno servendo, i quali, sinceramente, non credo che riferiranno a qualcuno quello che vuoi dirmi, ma... Batt forte le mani e tutti gli schiavi e le schiave che avevano servito il banchetto e che ora stavano passando da un tavolo all'altro per raccogliere i piatti mezzi terminati, i bicchieri, le coppe, le caraffe di vino, di mulsum e acqua fresca, scomparvero in fretta dietro le porte che conducevano al grande atrio della casa. Sei pi tranquillo, adesso?
Plauto guard da una parte all'altra. Anche le pareti possono ascoltare pens, ma sapeva che non sarebbe stato n ragionevole n utile alla sua causa pressare ulteriormente il console. Cos come sarebbe stato offensivo sospettare della presenza di sua moglie o di Gaio Lelio e della sua schiava-amante. Forse qualche servo della casa poteva spiare da dietro una di quelle tende, ma, se cos era, una volta scoperto, sarebbe stato meglio non essere l ad assistere alla reazione del console che, sicuramente, sarebbe risultata terribile quanto quella di fronte ai legionari di Sucro.
Vorrei approfittare del tuo aiuto e del tuo potere di console per chiederti di liberare un amico, un altro scrittore che sta ingiustamente marcendo dentro le miserabili celle del carcere nel Foro di Roma.
Ti riferisci a Nevio disse il console con aria distaccata.
Esatto.
Ho ascoltato le allusioni alla sua prigionia durante la tua rappresentazione, quelle che il quaestor ha voluto ricordarci. Queste allusioni, Plauto, non aiutano a migliorare la mia reputazione davanti a Catone.
Voi consoli potete esprimervi attraverso la forza delle vostre legioni, ma noi scrittori possediamo solo le parole delle nostre commedie.
E le scritte sui muri di Roma aggiunse Lelio.
Plauto sospir. Era dunque giunto fino a l il putiferio scatenatosi a causa degli insulti ai Metelli che avevano ricoperto i muri di Roma.
Non  stato Nevio a scriverle si giustific Plauto.
Ma le ha dettate lui lo contraddisse Lelio.
La frase  sua, lo ammetto, ma  una critica ai Metelli e i Metelli non sono amici degli Scipioni, e naturalmente non lo sono di Roma. I Metelli sono amici esclusivamente di loro stessi.
Se continui cos, Plauto intervenne Emilia tentando di conciliare gli animi, mentre Netikerty, invece, taceva ascoltando gli interventi altrui senza osare partecipare corri il pericolo di fare la fine di Nevio.
Credevo di essere tra amici, persone di fiducia, e di poter parlare apertamente.
Ma tu, davvero, Plauto, ci consideri tuoi amici? chiese Publio fissandolo. Ottenendo per solo il silenzio da parte dell'interpellato, lo incalz per ottenere una risposta. Ci chiedi di essere sinceri, allora facciamolo: ti ho dato accesso alla nostra biblioteca, ho sempre assistito alle tue rappresentazioni, ti ho messo sotto contratto per la tua prima opera quando ero ancora un edile a Roma. Mi devi molto, anzi tutto. Pu darsi che altri, come Casca, in quel momento ti abbiano aiutato per far arrivare fino a me le tue opere, ma la decisione finale  stata solo mia e avrei potuto decidere di non permettere le tue opere. Ci nonostante, continui a dimostrare altezzosit e distanza nei confronti miei e dei miei ufficiali e di tutti coloro che mi circondano. Ti consideri nostro amico? Io aiuto i miei amici, ma non capisco perch dovrei aiutare chi non lo .
Plauto, contrariamente a quello che ci si sarebbe aspettato da lui, in quel preciso momento non seppe cosa dire. Decise allora di liberare i suoi sentimenti ed esprimerli in un latino chiaro, cercando di essere pi meticoloso possibile nella scelta delle parole. Non voleva offendere, ma nemmeno risparmiare la verit, dato che il console dimostrava almeno un certo interesse per la sincerit, per la sua sincerit.
Io ho avuto solo tre amici: due, Prassitele e Druso, sono morti, e il terzo, Nevio,  in carcere. Prassitele mi ha insegnato il greco e il latino e si  occupato di me quando ero bambino. Druso era un soldato e abbiamo combattuto insieme sul Trebbia e sul Trasimeno. Questa guerra che voi consoli e senatori promuovete con tanto interesse se lo  portato via in una gelida mattina vicino a un lago che nemmeno era visibile per la densa nebbia nella quale i Cartaginesi ci avevano sorpreso. I nemici erano delle ombre che si lanciavano su di noi perch un console superbo e incompetente aveva deciso di condurre migliaia di uomini verso una morte crudele. Mi  quindi difficile essere amico di chi vede nella guerra un motivo di accrescimento personale e di conseguenza mi risulta difficile essere amico di un console, di un senatore o di un patrizio. Tu, Publio Cornelio Scipione, sei le tre cose insieme. Ci nonostante devo a Casca il sostegno alle mie opere e alla tua persona la mia prima rappresentazione e il fatto che, mentre stai combattendo questa guerra, stai anche promuovendo il teatro durante i giochi di Roma e qui, durante la permanenza a Siracusa. Vivo dunque due sentimenti contrastanti: apprezzo alcune delle cose in cui credi, tuttavia ne detesto altre che la tua persona rappresenta, le detesto pienamente, come detesto questa guerra.
Non l'ho cominciata io questa guerra ma Annibale, e anch'io ho perso mio padre e mio zio per causa sua. Come te, anch'io desidero che questa guerra finisca il prima possibile. Proprio per questo sto preparando la campagna in Africa.
Publio lo stava trattando alla pari e Plauto lo apprezz. Si sedette in uno dei triclini rimasti vuoti. Lelio, Emilia e Netikerty ascoltavano, assorti dall'intensit del dibattito.
D'accordo gli concesse Plauto ma fu un senatore, un console, a dichiarare guerra a Cartagine.
Quinto Fabio Massimo conferm Publio. Questo  vero.
Non fu un panettiere o un pescatore o un contadino, n un liberto o uno schiavo a dichiarare la guerra, n tanto meno uno scrittore, ma uno appartenente alla tua classe e accompagnato da un gruppo di uomini uguali a lui, che se la videro con uomini uguali a loro, nobili, senatori di Cartagine. Siete voi quelli che hanno voluto una guerra e per colpa di essa sono morte migliaia di persone che non hanno avuto nessuna voce in capitolo in quella decisione.
Per i consoli e i senatori sono stati eletti a Roma...
Per i consoli sono quasi sempre eletti tra i senatori e i senatori da un censor che prima era senatore.  un circolo chiuso.
Ci sono anche consoli che provengono dal popolo.
Sono pochi, e vengono immediatamente assorbiti dal sistema senatoriale, addomesticati.
I tribuni della plebe possono porre il loro veto alle decisioni del Senato o dei consoli.
In teoria s, ma non ci si oppone mai quando lo Stato  in guerra. La guerra  la scusa perfetta con cui tutto viene giustificato. Per questo Nevio non pu criticare i senatori, i patrizi, i consoli o gli ex consoli; perch siamo in guerra e certe critiche, come dicono i patrizi, minano lo Stato.
La discussione era stata veloce, accesa, appassionata, ma senza risultare aspra. Era sincera. Publio attese qualche istante prima di rispondere. Bevve un po' di vino. Appoggi la coppa sul tavolo di fronte al triclinio.
Quindi, Plauto, prosegu lentamente tu non sei mio amico.
Nemmeno tuo nemico. Apprezzo il tuo sforzo per cercare di far terminare la guerra, esito in cui credo, ma mi rincresce che in questo tentativo anche tu aneli alla gloria e alla ricompensa politica, cosa che non puoi negare.
Gli sforzi richiedono ricompense, soprattutto gli sforzi ardui, smisurati, e questa guerra lo .
D'accordo. Io ti sono grato del tuo appoggio al teatro, ma tu stesso ti contraddici perch non stai appoggiando il teatro in s, ma solo il teatro che ti aggrada. Se un'opera  critica, la metti in discussione.
Eppure ho difeso la tua rappresentazione, perfino davanti ai miei uomini, pur sapendo che Catone sarebbe andato subito a sedersi in qualche angolo oscuro per scrivere un comunicato a Massimo, il quale a sua volta lo convertir in una diatriba contro di me, attraverso le molte cose di cui mi accusa, tra cui il fatto di aver lasciato che la tua opera venisse rappresentata.
Plauto respir profondamente.
Questo  vero, per tutti gli di. Suppongo che a entrambi tocchi sopportare delle inconciliabilit. Tacque un istante prima di concludere. Sinceramente, credevo di disprezzarti, ma devo ammettere che, esaminando attentamente i miei pensieri, nutro sia biasimo che rispetto nei tuoi confronti. Biasimo per molte delle cose che fai o che hai fatto, rispetto per alcune che promuovi, e mi sento confuso perch mi permetti di parlarti cos. Cerco di comprenderti e non ci riesco.
A quel punto Publio Cornelio Scipione scoppi in una risata che rilass l'ambiente.
Anch'io cerco di comprenderti, Plauto, e non ci riesco. Suppongo che siamo pari. Comunque, le tue opere mi piacciono, credo nel teatro e accetto che possa esprimere delle critiche, ma penso anche che le critiche debbano avere dei limiti. Nevio  abituato a oltrepassare tutti i limiti. Critica i Metelli, e su questo posso anche essere d'accordo con lui, anch'io ho avuto le mie divergenze con alcuni di loro. Ma Nevio ha criticato apertamente anche la mia famiglia. Mi chiedi di aiutarti a liberarlo e non vedo perch dovrei farlo. E non mi pare che debba farlo per amicizia.
Plauto si alz.
Non sono stato capace di persuaderti, ma spero almeno che apprezzerai il fatto che non ho tentato di mentire per riuscirci.
Questo ti onora ammise Publio.
Plauto si rivolse a Emilia.
Una cena squisita. Mi dispiace se le mie brutte maniere e le mie opinioni critiche non sono state la miglior compagnia, ma vi ringrazio per avermi invitato e ascoltato. Pronunci queste ultime parole guardando Publio. Emilia annu.
Poi con un cenno della testa Plauto salut Lelio, che in risposta alz il calice. Lo scrittore pens di dirigere uno sguardo anche a Netikerty, ma temeva che l'ufficiale romano potesse prenderla male, quindi si mosse verso il vestibolo che dava accesso all'atrio. Stava per raggiungerlo quando la voce di Publio Cornelio Scipione risuon forte alle sue spalle. Si volt per ascoltarlo.
Non mi hai persuaso,  vero, ma vedr quello che posso fare. In ogni caso, quello che Nevio ha detto dei Metelli  giusto. Per non credo di poter aiutare il tuo amico a uscire dal carcere prima che si concluda questa guerra.
Un motivo in pi per terminarla quanto prima rispose Plauto a distanza, e salut inchinandosi leggermente. Stava per dire grazie, ma se lo avesse fatto non sarebbe stato lo stesso che era entrato in quella casa. Eppure, una volta fuori, si rese conto che, se anche non aveva ringraziato, in fondo qualcosa in lui era cambiato e non provava pi nei riguardi di quello strano console la stessa freddezza di prima.
Nell'atrio del grande banchetto, con Plauto ora assente, la conversazione dei presenti si focalizz sulla personalit dello scrittore.
Un uomo particolare ma intelligente disse Publio.
Gli va riconosciuto un certo valore afferm Lelio nel difendere cos assiduamente le proprie opinioni e davanti a un console, anche se forse conosceva gi la tua tolleranza. Comunque non smette di sorprendermi. Pochi osano tanto.
E tu, Emilia, chiese Publio che cosa pensi di Plauto?
Non so...  una persona che ha sofferto molto, conserva tanto rancore, ma le sue opere sono davvero divertenti. Sembra impossibile che qualcuno tanto risentito possa scrivere quello che lui scrive.
Publio assent apprezzando le sue parole. Poi rivolse lo sguardo a Netikerty.
E cosa ne pensa la nostra cara Netikerty di Plauto? chiese. Non si aspettava una risposta meditata, piuttosto qualche parola incerta, nervosa e schiva.
Netikerty alz appena lo sguardo e subito lo riabbass per pronunciare, guardando a terra, la propria valutazione con una voce serena e distinta.
Credo che Plauto sia un uomo abituato ad aprirsi il cammino dove risultava impossibile. In ci assomiglia al console.
Emilia, Lelio e Publio rimasero attoniti.

61. UNA NOTIZIA.
Siracusa, autunno del 205 a.C.

Nei giorni che seguirono il banchetto, Publio fu molto indaffarato. C'era bisogno di altro grano, olio, carne, pesce, bestiame, navi, cavalli, uomini, addestramento, e di pi tempo... In quelle settimane non erano ancora giunte notizie da parte di Catone e sebbene Scipione fosse certo che il quaestor stesse tramando qualcosa, non aveva tempo n energie per occuparsi delle sue possibili manovre.
Aveva dovuto mandare Lelio a Locri con parte delle sue truppe. I resoconti dalla citt recentemente conquistata erano terribili e si doveva restaurare l'ordine il prima possibile. Almeno era riuscito a sbarazzarsi di Marco Sergio e Publio Mazieno, i quali, in seguito alla loro rivolta contro Pleminio, erano ora trattenuti a Locri sotto arresto e nelle mani dell'incollerito e vendicativo pretore.
Continuava a essere tenuto al corrente degli eventi di Roma grazie a corrieri pubblici che riportavano notizie del Senato e alle preziose lettere private che suo fratello Lucio gli scriveva.
Era appena tornato dall'ispezione alle truppe acquartierate presso le mura di Siracusa, quando il console ricevette dalle mani della moglie alcune grandi tavolette.
Sono arrivate mentre eri fuori gli disse Emilia porgendogli il prezioso carico.
Publio le diede un bacio sulla guancia, prese le pesanti tavolette che questa volta dovevano essere pi di due, tre come minimo, e si diresse verso il tablinum in fondo all'atrio, dov'era stato disposto il suo studio per le questioni ufficiali. Si chiuse all'interno tirando le tende. Emilia si accomod su un divano nell'atrio ad aspettare, come faceva sempre, che il marito le trasmettesse le notizie provenienti da Roma. Nelle lettere Lucio non mancava mai di includere informazioni riguardanti la suocera, Pomponia, e l'altro Lucio, il fratello di Emilia, Lucio Emilio Paolo. In tempo di guerra, il cuore di una moglie o di una sorella era costantemente in ansia. Andava tutto bene? Suo fratello stava combattendo nel Nord, contro i Galli della Liguria che si erano ribellati. Avevano gi ucciso il figlio di Fabio Massimo.
Nel tablinum, Publio sciolse il laccio che annodava il panno protettivo contenente le tavolette, e scopr che suo fratello, effettivamente, non solo aveva incluso tre tavolette collegate alle estremit, ma aveva anche scritto con lettere molto piccole. Evidentemente, aveva molto da raccontare. Non era un buon segno.
Caro fratello,
spero che gli di vigilino su di te e ti proteggano, dal momento che si avvicinano tempi complicati per tutti e, in particolare, per i nostri progetti di portare la guerra in Africa. Fabio Massimo deve aver ricevuto numerose notizie da Catone e le ha abilmente usate in Senato per indebolire la tua autorit e quindi proporre che un'ambasciata del Senato con pieni poteri si rechi prima a Locri e poi a Siracusa. L'obiettivo di tale ambasciata  di confermare la tua incapacit e, cito le loro esatte parole, di portare a termine l'invasione in Africa e toglierti l'incarico. So che sembra una follia, ma leggi attentamente: sono giunti a Roma vari messaggi da Locri e la cosa certa  che ci che riferivano ha scosso il Senato.
Innanzi tutto, essi informavano della brutale dittatura che Marco Sergio e Publio Mazieno hanno istituito nella citt dopo la tua partenza per Siracusa. Pare che per prima cosa abbiano aggredito Pleminio, amputandogli naso e orecchie, e che poi lo abbiano rinchiuso perch soffrisse in prigione l'orrore delle sue mutilazioni, mentre loro continuavano a uccidere selvaggiamente il resto dei legionari del pretore. Dovresti gi aver ricevuto queste notizie perch hai inviato Lelio e le sue truppe a Locri e restituito il potere a Pleminio, arrestando i tribuni della VI in rivolta. Come puoi immaginare, le azioni di Marco e Mazieno hanno dato a Massimo l'occasione di ricordare al Senato la ribellione di Sucro, cosa che ha gi fatto varie volte. Per tutto  peggiorato quando gli ambasciatori di Locri hanno riferito che Pleminio, senza dubbio impazzito a causa del suo volto sfigurato e pieno di odio, ha prelevato Marco e Mazieno dal carcere e li ha poi torturati in pieno giorno di fronte al tempio di Proserpina. Ha reciso loro naso e orecchie, poi gli occhi e la lingua, e mentre questi gridavano li ha legati per le estremit a quattro cavalli che tirando in opposte direzioni li hanno squartati. Poi ha raccolto i pezzi e li ha gettati ai maiali senza dar loro alcuna sepoltura. Erano ribelli ma pur sempre tribuni. Il tuo arresto  stato corretto, ma l'azione di Pleminio ha fatto infuriare il Senato. Come se non bastasse, il pretore ha poi scatenato la sua ira contro gli abitanti di Locri, giustificandosi col fatto che non hanno impedito la rivolta dei tribuni e non lo hanno aiutato quando  stato aggredito. Locri ha patito prima la crudelt dei Cartaginesi, poi quella di Marco Sergio e Publio Mazieno, ma le atrocit che Pleminio ha dimostrato nei confronti dei suoi cittadini e che gli ambasciatori hanno comunicato ai senatori sono troppe e troppo orribili da scrivere. C' da dire che gli ambasciatori di Locri non ti hanno mai considerato il diretto responsabile, ma Fabio Massimo ha rimarcato una volta di pi che sei stato tu a posizionare Marco e Mazieno a Locri, contravvenendo all'ordine di esilio che pesava su tutti i membri della V e della VI; inoltre, ha sottolineato insistentemente che Lelio, per ordine tuo, ha affidato a Pleminio il comando della citt. Non capisco perch, fratello, hai deciso di lanciarti in questa conquista in Italia. Ti conosco bene e sono sicuro che avrai avuto i tuoi buoni motivi, ma sono obbligato a dirti che dal punto di vista politico  risultata una scelta assolutamente sbagliata.
Non  tutto. Appena gli inviati di Locri ci hanno lasciato soli nella Curia, Fabio Massimo ha cominciato ad aggiungere altre calunnie nei tuoi confronti, come la tua risaputa passione per il teatro, accusandoti di distrarre i legionari con rappresentazioni oscene che si burlano della guerra, dei tuoi ufficiali, della disciplina; ha aggiunto che indebolisci i tuoi uomini con sontuosi banchetti, offrendo fiumi di vino, e che fai tutto quello che un buon generale non dovrebbe mai fare.
Infine ha sentenziato che lasciarti il comando significherebbe mantenere due intere legioni nelle mani di un folle e ha concluso con un dato che, anche se  un aneddoto, ha aggiunto altra carne al fuoco. Ha detto che hai fatto un patto segreto con lo scrittore Tito Maccio Plauto per far liberare Nevio dal carcere di Roma, cosa che, come immaginerai, ha fatto schierare immediatamente i Metelli dalla parte di Massimo.
Noi non abbiamo n la forza n gli argomenti per difenderti, per, utilizzando l'influenza che ci rimane, abbiamo pensato di far includere tra i membri dell'ambasciata i due tribuni della plebe Marco Claudio e Marco Cinzio. Sono uomini equanimi, rappresentano il popolo e il popolo  dalla tua parte.
Grazie a loro hai la possibilit di ricevere una giusta valutazione. Anche Marco Pomponio, il senatore a capo della missione, pur essendo incline alle idee conservatrici di Massimo, non  senz'altro il pi radicale tra loro. Credo che per Fabio Massimo la questione sia talmente scontata che ha tralasciato questi aspetti. L'ambasciata si recher prima a Locri per arrestare Pleminio e ristabilire l'ordine nella citt, poi verr direttamente a Siracusa.
La visita a Locri ti concede un po' di tempo e io ho fatto quello che potevo per farti arrivare questa lettera il prima possibile cos che tu possa, con la tua abituale e sorprendente astuzia, caro fratello, ideare un piano per convincere l'ambasciata del Senato a mantenerti al governo dell'isola e al comando delle legioni V e VI. Spero che tu possa andare con esse in Africa e che una volta l tu riesca, contro tutti i cattivi pronostici dei nostri nemici di Roma, a trovare il modo di ottenere la vittoria.
Riguardo alla famiglia  tutto in ordine. Nostra madre sta bene, preoccupata per te, ma sta bene. Se potesse, scapperebbe di notte per andare a strappare gli occhi a Fabio Massimo, ma, anche se glielo permettessi, Massimo resta irraggiungibile. Viene a Roma solo per le sessioni del Senato e poi torna a rifugiarsi nella grande domus fuori dalla citt, dove un piccolo esercito di veterani dell'assedio di Tarentum lo protegge come fosse una divinit.
La morte del figlio non ha fatto altro che incrementare le sue diatribe e il suo rancore.
Saluta tua moglie da parte mia e dille che suo fratello sta bene. Ha partecipato a varie missioni con le legioni nel Nord e anche se i Galli sono in rivolta  tornato a Roma per qualche giorno. Come sempre, la sua presenza ha contribuito a rinforzare le nostre deboli posizioni in Senato.  stata sua l'idea di includere la partecipazione dei tribuni della plebe nell'ambasciata che sta per farti visita.
Abbi cura di te. Prego Giove, Quirino, Marte, Giunone e tutti gli di che veglino su di te, ti guidino nei tuoi piani e che ti aiutino a non perderti d'animo nonostante le notizie di questa lettera.
Tuo fratello che ti vuole bene e ti ammira,
Lucio Cornelio Scipione
Publio scagli le tavolette contro il muro.
Per tutti gli di! esclam, e rimase l, con le braccia sui fianchi, fissando la parete del tablinum.
Emilia, che aveva sentito il colpo delle tavolette contro la pietra del muro, lasci la lana che stava tessendo, e lentamente, con il cuore in gola, sporse la sua piccola e sottile figura oltre le tende che dividevano l'atrio dallo studio del marito. Publio era ancora in piedi, teso, ma nel vederla rilass un poco l'espressione e rispose allo sguardo interrogativo e ansioso della moglie.
Tuo fratello sta bene, tuo fratello sta bene disse, e i tratti tirati del viso di Emilia si distesero.
Cosa succede allora? chiese con sincero interesse.
Per Giove Ottimo Massimo! ricominci Publio, portandosi le mani alla nuca e tenendole l, con le dita intrecciate, per qualche secondo.
Emilia lo guard senza interromperlo, lasciandolo imprecare contro gli di per un minuto intero, in piedi, lo sguardo inchiodato alla parete. Entr uno schiavo agitato, credendo di aver servito al suo padrone qualcosa in cattive condizioni, in un piatto rotto o cucinato male. Sopra il tavolo del tablinum c'erano una coppa di vino con mulsum e una ciotola di brodo di gallina, bevanda e pietanza che il console aveva l'abitudine di tenere a portata di mano in ogni momento.
Ma lo schiavo non ebbe il tempo di domandare nulla. Era appena apparso dall'atrio che Publio si volt verso di lui e, come se stesse inseguendo un nemico in battaglia, lo maledisse gridando: Fuori, fuori, per Ercole, tutti fuori dalla mia vista! Non voglio vedere neanche uno schiavo oggi! Neanche uno! Se ne vedo uno lo ammazzo!
Lo schiavo, condotto dall'esperienza e dall'agilit delle sue gambe, spar tornando da dove era venuto come una foglia trascinata da una tormenta. Emilia decise di intervenire.
 sufficiente, Publio. Che cosa succede? Non voglio rimanere senza schiavi e la tua furia sembra voler spazzare via tutti.
Publio la guard. Sospir, usc dal tablinum e si sedette su un triclinio ma senza stendersi. Emilia si accomod sullo stesso triclinio, al suo fianco.
Cosa succede? chiese ancora. Perch te la prendi con gli schiavi? Ci hanno sempre servito bene. Non era una lettera di Lucio, tuo fratello? Tua madre sta bene? Tuo fratello?
Publio assent lentamente.
S, s, stanno bene, non  per questo.
Poi tacque guardandosi intorno. Emilia cap.
Temi che ci spiino? chiese a bassa voce.
Lui annu.
Bene, rispose lei abbassando ulteriormente la voce fino a convertirla in un sussurro appena percettibile dal marito dimmi cosa ha scritto Lucio.
Publio parl guardando il suolo, molto tenuamente, in modo che le sue parole non fossero comprensibili a pi di un paio di passi di distanza, ma udibili solo dalla moglie.
Lucio mi ha dato notizie del Senato e dell'ultimo intervento di Fabio Massimo, che ha utilizzato tutte le informazioni di cui disponeva, come c'era da aspettarsi, per attaccarmi e attaccare perfino il piano d'invasione dell'Africa. Si oppone ancora a questa idea. Vuole fermarla a tutti i costi. Ha condannato il mio sbarco a Locri, basandosi sul fatto che le legioni V e VI sono indisciplinate, ha ricordato al Senato la rivolta di Sucro insistendo sulla mia incapacit di restituire a queste truppe la disciplina legionaria, ha criticato il fatto che viviamo a Siracusa, che promuovo rappresentazioni teatrali discutibili, riferendosi al Miles gloriosus, che riceviamo a casa scrittori e infine che invece di preparare un'invasione sto dilapidando i rifornimenti dello Stato vivendo nel lusso mentre Roma lotta per la sopravvivenza. Il Senato sta per inviare un'ambasciata con un pretore a capo di dieci legati, fortunatamente accompagnati, grazie agli di e all'astuzia di tuo fratello, da due tribuni della plebe e da un edile; tutti per esaminare la situazione e, in base alla loro valutazione, per decidere se annullare lo sbarco in Africa. Proprio ora che eravamo cos vicini. Ma questo me lo aspettavo. Posso affrontarlo. Ho delle idee su come fare. Lo tenevo in conto, non sapevo come, ma mi aspettavo un colpo a sorpresa da parte di Catone e del suo signore, Massimo. Sapevo che avrebbero fatto qualcosa, e lo hanno fatto, ma non  questo il problema pi grave. C' altro. Qualcosa che mi preoccupa molto di pi.
Che cosa, per Castore e Polluce, che cosa, Publio?
Publio si volt e la guard negli occhi.
C' una spia tra noi, probabilmente tra gli schiavi. Massimo ha perfino riferito che ho fatto un patto con Plauto per liberare Nevio e quella conversazione  avvenuta qui, solo con te, Lelio e la sua schiava. Questo  tutto. Ci spiano. Massimo deve aver infiltrato uno o pi schiavi in questa casa e loro ci spiano. Alla fine, le parole dell'opera di Plauto si sono avverate.
Quali parole?
Publio recit a memoria alcune frasi dell'intervento dello schiavo Palestrione, all'inizio del terzo atto del Miles gloriosus, che gli erano rimaste particolarmente impresse, soprattutto dopo aver riletto una copia della commedia alcuni giorni dopo la rappresentazione.
D'altro canto il piano meglio elaborato  sottratto spessissimo, se il luogo per deliberare non  scelto con cura e con cautela1. La profondit di questa frase mi cattur l'attenzione. Non sapevo fino a che punto sarebbe risultata tanto azzeccata. Senza dubbio, Emilia, non siamo stati abbastanza cauti nel voler parlare con Plauto in quest'atrio circondato da decine di orecchie all'ascolto.
Emilia medit un istante.
Non sar invece che proprio Plauto ha venduto quest'informazione a Massimo?
Publio ci pens un attimo, ma poi neg scuotendo la testa.
No, non ha senso. Sa di avere pi possibilit con me che con qualunque altro senatore e, allo stesso tempo, sa di non avere possibilit alcuna con Fabio. Fabio detesta gli scrittori, proprio come Catone. Se fosse per lui sarebbero tutti in carcere insieme a Nevio o, meglio ancora, trafitti e uccisi come i Bruzi che hanno aiutato Fabio a Tarentum. No, deve essere un interno. Lo sento. E si guard intorno.
Sono tutti schiavi che vivono con noi da quando siamo andati in Hispania, alcuni provengono addirittura dalla casa dei tuoi genitori. Sono fedeli alla tua famiglia. Li hai sempre trattati bene. Fanno il loro dovere. Credo perfino che siano orgogliosi di servirti. Hai inoltre manomesso qualcuno dei pi anziani. Loro lo sanno, come sanno che nessuno potrebbe trattarli meglio.
Tutti sono disposti a vendersi per ottenere la libert, e per un pugno di assi. Tutto  possibile.
Pu darsi ammise Emilia. Sono in tanti, circa una ventina direi, dovrei contarli, e non conosco tutti personalmente. Vuoi che parli con loro?
No rispose Publio drastico. Mentre discuteva con la moglie aveva preso una decisione. Deve farlo Lelio. Nella forma appropriata, deve essere Lelio a parlare con loro. Ora  mezzogiorno aggiunse guardando il cielo. Al tramonto. Al tramonto Lelio sapr dirmi chi  il traditore. E, se necessario, moriranno tutti.
Publio si alz e si diresse con passo deciso verso il vestibolo in cerca di uno dei lictores di guardia davanti alla porta di casa. Emilia lo guard mentre dava istruzioni al soldato, sicuramente dicendogli di correre a chiamare Lelio. Quella sera sarebbe stato versato del sangue.
Emilia ne era profondamente addolorata. Conosceva quegli schiavi da anni e si doleva di quello che Lelio avrebbe fatto per estorcere la verit. Tuttavia, drizz la testa con orgoglio romano e si lisci la stola che indossava: se esisteva un traditore era necessario scoprirlo, in questo suo marito aveva ragione. Emilia disprezzava quella guerra. Le appariva come una gigantesca marea piena di odio, invidia e dolore che stava infettando tutto: la sua famiglia, quella di suo marito, e ora anche i suoi servi. Tutto. Temeva per i suoi figli, soprattutto per il piccolo Publio. Cresceva, cresceva e la guerra non terminava. Sembrava non avere fine.
1. TITO MACCIO PLAUTO, Miles gloriosus, traduzione di Ettore Paratore.

62. LA SPIA DI FABIO MASSIMO.
Siracusa, autunno del 205 a.C.

Lelio arriv accompagnato da Netikerty, dal momento che nel messaggio ricevuto dal lictor inviato da Publio non si trasmetteva nulla d'urgente, ma solo che doveva recarsi a parlare con lui. Lelio era solito far visita a Publio insieme alla sua giovane schiava perch, in fondo, gli piaceva averla accanto pi tempo possibile e gli rasserenava lo spirito vedere quella bellissima ragazza che lo seguiva, docile, ubbidiente, dopo aver fatto, come quel pomeriggio, per un'ora l'amore con lei. Per essere esatti, era lei a fare tutto: lui doveva solo stendersi sul letto e trarre beneficio, prima di tutto da un massaggio rilassante, con le mani di Netikerty che spalmavano l'olio profumato sulla forte schiena del guerriero romano; poi cominciavano i baci, mentre le labbra della giovane sfioravano ogni angolo dei suoi muscoli; poi lui si girava sulla schiena lasciando che lei gli salisse sopra, e la contemplava in tutto il suo splendore mentre lei s'inarcava tra i gemiti, chiudeva gli occhi e le lacrime le rigavano le guance. Poi, come sempre, Netikerty si raggomitolava a fianco del suo padrone e Lelio rimaneva ad accarezzarle i lunghi capelli neri, spettinati, delicatamente raccolti dal nimbus d'oro e di perle che lui le aveva regalato anni prima, pochi giorni dopo averla comprata. Dopo un pomeriggio cos, si sentiva dolcemente orgoglioso di passeggiare con quella giovane al suo fianco e di portarla a incontrare il console di Roma. Nell'intimo, Lelio desiderava mostrarle, ogni volta che poteva, il potere degli uomini con cui lui aveva a che fare e farle comprendere quanto fosse fortunata ad appartenergli. Lelio non era bravo con le parole, ma attraverso i modi gentili che le riservava, per alcuni esagerati, per Catone addirittura scandalosi, tentava di far sentire Netikerty voluta, apprezzata... amata. Non era sicuro di riuscirci, ma almeno ci provava.
Publio, da parte sua, aveva osservato Lelio e tollerava la sua relazione con la schiava; di fatto, Lelio intuiva che il console era grato alla giovane per le premure che gli aveva offerto quando era stato gravemente ammalato a Carthago Nova. Per ultimo, rimaneva il fatto, assai pregevole, che Emilia sembrava nutrire un affetto sincero nei confronti di Netikerty e che le piacesse conversare con lei quando le due rimanevano sole.
Chiss di cosa parlavano. Netikerty non lo riferiva mai del tutto, ma, conoscendo Emilia, sicuramente non parlavano di guerra o di politica. Forse parlavano di loro, di lui e di Publio?
Lelio entr nell'atrio e salut amichevolmente il console. Netikerty si ferm un paio di passi dietro al suo padrone.
Che gli di benedicano questa casa e tutti coloro che la abitano. Volevi vedermi, Publio. Eccomi.
Dal tono soddisfatto della voce di Lelio, il console di Roma immagin quello che l'ufficiale aveva fatto con la sua giovane schiava quel pomeriggio. Non poteva biasimarlo. Probabilmente lui, al suo posto, avrebbe fatto lo stesso. Questo gli ricord, fugacemente, che lui ed Emilia non facevano pi l'amore tanto frequentemente. La politica, la magistratura, la guerra non erano certamente dei buoni stimoli per la passione. Ma quel pensiero risult solo una breve scintilla che si spense appena tornarono a galla i problemi che lo assillavano in quel momento. Prese Lelio per un braccio e lo condusse in un angolo.
C' una spia disse a bassa voce.
Una spia? Dove?
Publio non disse nulla e si limit a indicare il suolo. Lelio annu. Il console lo mise al corrente delle ultime notizie, riassumendo la lettera di suo fratello e insistendo specialmente sul fatto che Fabio fosse venuto a conoscenza della conversazione avuta con Plauto riguardo alla scarcerazione di Nevio. Lelio annuiva con il volto serio, attento, assimilando i dati e le istruzioni.
Ora io vado via, Lelio. Ti lascio solo con gli schiavi e sei lictores. Porto con me Emilia e i bambini. Non voglio che interferiscano. Fai quello che devi. Per, per Giove, trova il traditore e portamelo vivo.
Dopo di che il magistrato si conged da Lelio e usc con la moglie, i figli e sei lictores diretto al Portus Magnus: i bambini adoravano guardare le grandi navi da trasporto che entravano e uscivano dalla baia.
Lelio ordin di far chiamare tutti gli schiavi della residenza siracusana di Publio Cornelio Scipione e di farli allineare lungo una delle pareti dell'atrio, quella opposta all'altare edificato in onore degli di Lari protettori della famiglia. Erano in tutto ventidue. La maggior parte di loro apparteneva alla cucina, con tre cuochi e sei schiave che li aiutavano. C'erano poi le serve personali di Emilia Terza, quattro in tutto, e tre schiavi che si occupavano del magistrato, del suo vestiario, delle armi e dell'igiene personale. C'era poi uno schiavo anziano, una specie di segretario che assisteva alla redazione delle lettere e di altri documenti, altre tre schiave che si occupavano della pulizia della residenza e dei giardini, e un uomo di mezza et, forte, con un'ampia fronte e lo sguardo intelligente, che lavorava in qualit di atriense. Infine, c'era un bambino piccolo, sicuramente nato dall'amore tra una delle schiave e un altro membro della servit. Tutti apparivano nervosi, poich quell'adunanza nell'atrio era totalmente inattesa e fuori dal comune. Inoltre, se ci fossero stati davanti a loro i padroni di casa, avrebbero potuto immaginare che si doveva annunciare la visita di personalit importanti o qualcosa di simile, ma l'assenza dei signori e la presenza di quel brusco ufficiale circondato da una mezza dozzina delle guardie personali del console di Roma non indicava nulla di buono. Lelio conferm i loro peggiori timori con fermezza e precisione.
C' tra voi un traditore, una spia che approfitta della sua residenza in questa casa per passare informazioni su quello che succede qui ai nemici del console a Roma e forse anche oltre Roma. Il console mi ha ordinato di scoprire chi di voi si  dedicato a perpetrare un tale tradimento e di consegnarglielo. Per questo compito possiedo pieni poteri e far tutto ci che la situazione richiede.  chiaro, per Ercole?
Tutti rimasero zitti. Alcuni uomini cominciarono a sudare e alcune donne si sforzarono inutilmente di contenere i singhiozzi.
Una delle schiave pi giovani prese il bambino, di circa sette anni, e chinandosi lo strinse al petto.
C' qualcuno che vuole parlare, che ha qualcosa da dire? chiese Lelio furioso. O  necessario che cominci a torturarvi uno a uno fino a quando il traditore non si sar deciso? Se serve che vi ammazzi tutti, lo far. Non siete n i primi n gli ultimi uomini o... che uccido.
Lelio stava per aggiungere donne, ma la verit era che non aveva mai dovuto uccidere una donna o un bambino, nonostante tanti anni di guerra.
Non aveva mai partecipato personalmente a quelle poche occasioni in cui una citt nemica era stata punita con il massacro della maggior parte dei suoi abitanti, come era capitato a Iliturgi o a Castulo, in Hispania. Pens per che quegli schiavi non potevano saperlo. Questo giocava a suo favore. Da dove cominciare?
Netikerty era rimasta dietro i lictores. Lelio non le aveva detto niente. La schiava avrebbe preferito non essere l. Pensava di dover accompagnare il padrone a una regolare visita a casa del console e quindi di essere coinvolta in un'altra breve e abituale, ma pur sempre cordiale, conversazione con Emilia Terza. Invece si trovava obbligata ad assistere mentre Gaio Lelio incalzava, gridava e minacciava un gruppo di schiavi e di schiave indifesi, proprio come lei. Si sentiva a disagio, nervosa. Cosa doveva fare?
Gaio Lelio rifletteva. Poteva insistere con uno alla volta, ma ci avrebbe impiegato ore, giorni, e Publio voleva un risultato immediato. Prese allora una decisione rischiosa ma pratica. Con tre lunghi passi raggiunse rapidamente il bambino, lo afferr per il braccio e, sollevandolo da terra, lo strapp dalla presa della madre che cacci un urlo.
Noooooo! Piet, mio figlio no,  innocente! Innocente!
Lelio parl senza esitazione.
O si fa avanti il traditore che ha passato le informazioni su questa casa o comincer a tagliare le mani di questo bambino. E sollev ancor di pi il piccolo per il braccino finch i piedi non rimasero a un metro da terra.
Il bambino era pallido, talmente terrorizzato da non riuscire nemmeno a piangere. La madre si separ dalla fila di schiavi e cerc di aiutare il figlio, ma uno dei lictores le si lanci contro, la blocc e, di fronte alla reazione della schiava e alla tenace insistenza nel cercare di liberare il bambino, l'afferr violentemente scagliandola contro il muro dell'atrio. La donna sbatt la testa e cadde priva di sensi.
Un paio delle schiave anziane, le assistenti della cucina, si avvicinarono e sollevarono il corpo della pi giovane appoggiandolo contro il muro, verificando che respirava ancora. Il bambino cominci a gridare.
Madre, madre, madre!
Lelio non si preoccup di farlo tacere, si limit a sollevarlo ancora pi in alto stirandogli il braccio. Il piccolo cominci a piangere, dondolando dal vigoroso braccio dell'ufficiale romano come un agnello attaccato a un gancio di ferro al mercato. Sempre tenendolo cos, Lelio pass davanti a tutti gli schiavi. L'atriense, al centro della fila, si girava da un lato all'altro. Nessuno sembrava intenzionato a intervenire. Lelio lasci allora cadere il bambino al suolo. Il ragazzino batt violentemente le ginocchia sulle fredde mattonelle provocandosi dei tagli, ma, invece di rimanere inerte, si alz per correre verso la madre. Lelio per lo afferr per il collo della sua piccolo tunica, lo scagli di nuovo a terra, gli mise il piede sul petto impedendogli di alzarsi e sfoder la spada rivolgendosi ancora una volta agli schiavi.Le mani, per tutti gli di, gli taglio le mani se non mi dite subito qualcosa!
Il silenzio era agghiacciante. Il bambino singhiozzava, sia per la preoccupazione per la madre svenuta sia per la spaventosa visione dell'enorme gladio che quel soldato avvicinava sempre pi al suo braccio dolorante dal quale fino a pochi attimi prima aveva penzolato. La spada si faceva sempre pi vicina.
Lelio distolse lo sguardo dagli schiavi, strinse i denti e il gladio raggiunse la pelle del polso del bambino. Pens di fare un taglio secco cos che sanguinasse immediatamente e spaventasse ancor di pi gli schiavi. Provava disgusto per se stesso. Per questo Publio lo aveva lasciato solo, per uccidere bambini, donne e schiavi. Tutto era cambiato dopo Baecula. Tutto. Massimo aveva ragione. Votus damnatus. Lelio si sentiva un maledetto tra le legioni maledette.
Lascia stare il bambino! grid l'atriense. Lascialo stare! Sono io il traditore che cerchi! Lascia stare il bambino!
Lelio mantenne la spada tesa, la lama sul polso infantile, con il bambino terrorizzato, i suoi occhi chiusi, il suo pianto... L'ufficiale ud le parole dell'atriense come se giungessero da molto lontano.
Allent la presa sulla spada, rilass i muscoli, si ricompose, tolse il piede dal petto del bambino, rinfoder lentamente l'arma e guard il piccolo che si trascinava a gattoni verso le schiave anziane che assistevano la giovane madre. Era un piccolo coraggioso. Lelio prov un po' di gioia dopo tanta meschinit. Quel bambino meritava senz'altro di vivere. Non aveva nemmeno implorato per salvarsi; si era preoccupato solo di sua madre. Lelio aveva visto uomini duri vendere i propri genitori in simili situazioni. Sul volto del tribuno riapparve immediatamente un'aspra smorfia di vergogna. Fece un paio di passi decisi, agguant l'atriense per le spalle della tunica e con un vigore furibondo lo separ dal resto degli schiavi, poi lo scaravent contro la parete opposta, oltre i lictores. L'atriense, vedendo che il bambino era libero, non oppose alcuna resistenza, a parte cercare di procurarsi meno danno possibile nello schianto delle sue ossa contro la parete di mattoni.
Tutti gli altri schiavi fuori dalla mia vista! grid Lelio.
Tutti uscirono dall'atrio. Gaio Lelio torn dall'atriense che a fatica tentava di rialzarsi, in ginocchio, appoggiando una mano a terra, e senza alcun preavviso gli tir un calcio in faccia. Per il colpo, la testa dello schiavo e di conseguenza il resto del corpo girarono di centottanta gradi fino a cozzare ancora una volta contro la parete, proprio in mezzo alla fronte.
Il colpo fu secco e lo schiavo avvert uno scrocchio all'interno del naso. Per un istante perse i sensi e quando riapr gli occhi si tast il naso trovando uno zampillo di liquido caldo che sgorgava copiosamente. Si sent male. Lelio gli concesse un attimo di respiro.
L'unica ragione per cui non ti uccido ora  perch il console mi ha chiesto di consegnarti vivo. E accompagn le ultime parole con un altro calcio nel petto dello schiavo dolorante, che rimase rannicchiato a terra, in posizione fetale, in una pozza di sangue e di bava che gli usciva dalla bocca.
Era un uomo forte e resistente, ma se il tribuno avesse continuato non avrebbe resistito a lungo. Doveva pensare a qualcosa, ma non essendogli state fatte domande non sapeva cosa dire. Pens di chiedere perdono, ma forse avrebbe solo fatto infuriare ancora di pi quell'ufficiale romano al quale tante volte aveva aperto la porta di casa. Cos'era capitato, cosa stava succedendo?
Il bambino stava bene. Quello era l'importante, ora.
Padrone, lascialo, per favore, ti imploro, o lo ammazzerai.
La voce di Netikerty arriv distante, soave e supplicante, ma sufficientemente chiara per essere udita nitidamente da Lelio. Si volt verso di lei nervosamente. Cosa ci faceva l? Si era completamente dimenticato della sua presenza, assorto com'era nel tentativo di risolvere la questione del tradimento. Non gli faceva piacere che lei avesse assistito a tutto questo.
Silenzio! Non t'impicciare di quello che non ti riguarda!
Netikerty tacque e vide che Lelio tornava ad accanirsi contro lo schiavo costretto a terra.
Parla, miserabile! Da quanto tempo passi le informazioni a Roma, con quale frequenza, attraverso chi, perch, per chi?
L'atriense, con le mani sulla nuca per proteggersi la testa, era stordito. Prima nulla, e ora tutte quelle domande in una volta.
Da dove cominciare? Per chi, perch?
Netikerty torn a intercedere a favore dello schiavo.
Mio signore, non vedi che quest'uomo sta solo cercando di proteggere la vita di suo figlio?
Lelio, agitato, si gir verso di lei.
Zitta, ti ho detto!
Ma, mio padrone, non vedi che l'uomo  identico al bambino che minacciavi?  senza dubbio suo padre e sta solo tentando di proteggerlo dalla tua ira. Per questo ha confessato. Colpendolo non otterrai altro che bugie.
Lelio si volt verso l'atriense. Questi era riuscito a mettersi a sedere e cominci a parlare tra i fiotti di sangue che sgorgavano dal suo naso.
Non fare caso a questa donna, mio signore! Sono io il traditore! Ho passato informazioni... sempre... quelle che ho potuto... ai senatori di Roma!
A quali senatori? Dammi i nomi.
L'atriense scuoteva la testa e cercava di trattenere l'emorragia del naso con le mani.
Non lo so. Loro mi inviavano dei messaggeri, mi pagavano, non so per chi erano le informazioni.
E quando hai cominciato? Qui a Siracusa, in Hispania, a Roma? Quale fu il tuo primo messaggio?
L'atriense rimase in silenzio. Stava pensando.
Sta mentendo, mio signore. Sta inventando tutto insistette Netikerty. Fai portare il bambino e noterai la somiglianza.  facile comprovarlo.
Maledizione! esclam Lelio.
No, lascia stare il bambino, mio signore! grid lo schiavo malmenato.
Allora dimmi qual  stato il tuo primo messaggio!
Non me lo ricordo, non me lo ricordo! Sono confuso! Dammi tempo!
Lelio si rivolse ai lictores.
Portate il bambino!
Netikerty indietreggi di qualche passo fino a fermarsi tra le ombre dell'atrio, nella parte opposta rispetto a dov'era l'atriense, che la guardava con odio. Il bambino torn nell'atrio piangendo, afferrato saldamente per la vita da uno dei legionari. Il lictor lo trasportava come fosse un sacco di sale e proprio come un sacco lo lasci cadere vicino all'atriense. Lo schiavo abbracci istintivamente il piccolo, il quale nascose il volto tra le pieghe della tunica insanguinata dell'uomo.
Guardami ragazzo disse Lelio nel tono pi tranquillo possibile.
Ma il bambino si stringeva ancora di pi contro il petto del padre. Lelio lo afferr per un piede e lo tir a s con forza. Il piccolo, trascinato per i piedi, fu separato dal padre. Due lictores agguantarono l'atriense tenendolo fermo contro la parete. Il bambino, bianco come la calce per la paura, rimaneva zitto. Adesso s che, pensava, sarebbe morto. Lelio esamin il volto del bambino e poi quello dell'atriense, che tent di nasconderlo ma non ci riusc dato che un lictor lo teneva sollevato afferrandogli con forza il mento. Gaio Lelio osserv il naso appuntito, le orecchie allargate nella parte finale, come piegate verso l'esterno, gli occhi marroni e l'ampia fronte di entrambi. Erano uguali. Tranne per il fatto che l'atriense ora non aveva pi il naso a punta. Netikerty aveva ragione. Quel miserabile cercava solo di proteggere il bambino, suo figlio.
Ti sei ricordato quale fu il tuo primo messaggio, schiavo? chiese Lelio lasciando il bambino per terra, spaventato, teso.
No... s... a... Roma... s, su... quando il padrone preparava la sua partenza per l'Hispania... dissi... udii che... che...
Lelio perse la pazienza. Sfoder nuovamente la spada.
Prima meritavi di morire per essere un traditore, ma non potevo ucciderti perch l'ordine del console me lo impediva; ora per meriti di morire per avere voluto ingannarmi e se non sei la spia che cerco posso ucciderti senza contravvenire all'ordine del console. Sei morto, atriense.
Lo schiavo s'inginocchi davanti a Lelio e supplic, ma non per se stesso.
Va bene, e sia... ma risparmia il bambino. Uccidimi, ma risparmia il bambino.
Lelio lo guard sorpreso. Aveva sempre considerato gli schiavi persone deboli. Credeva che quello avrebbe pregato per la sua vita e invece chiedeva piet per quella del bambino.
Al bambino non succeder nulla. Non ha nessuna colpa gli conferm, per sollev la spada per assestare un colpo allo schiavo, il quale, nonostante la morte imminente, aveva il respiro calmo per la prima volta.
Netikerty osservava, confusa e spaventata, quell'assurda conclusione degli eventi. Ora Lelio voleva uccidere quell'uomo per avergli mentito? Ma cosa avevano in testa i Romani? In che modo cercavano di mantenere la loro fedelt? E l'uomo, una volta salvato il proprio figlio, accettava il suo destino senza fiatare? Non aveva la forza per lottare, per opporsi ancora. La sua mente era cos oppressa da non riuscire a inventare un finto passato da traditore.
Netikerty aveva voluto aiutarlo e non aveva ottenuto nulla. Credeva che palesare l'ovvia somiglianza tra il bambino e il padre sarebbe bastato a salvare la vita dello schiavo, ma non era cos. Non c'era pi nulla che potesse fare. O forse s. Netikerty abbass la testa e chiuse gli occhi. Nella sua mente sfilarono i ricordi di un'intera vita di felicit e di miseria, di libert e di soddisfazione, di schiavit e di tortura, fino agli ultimi anni pi confusi, dove la passione e l'affetto si erano mescolati al dolore, alla menzogna, al dubbio. Era stanca, sfinita da quel nascondersi, occultare, ingannare. Improvvisamente, sent che non poteva pi fingere. Non pi. Non pi. Avrebbe smesso di mentire e sarebbe tornata, anche solo per pochi istanti, anche se con la pi crudele delle pene, nuovamente libera. Totalmente e completamente libera.
Gaio Lelio, lascia quest'uomo, maledizione! disse Netikerty, la schiava, come se non fosse pi una schiava.
Lelio si blocc. La spada rimase sospesa a un palmo dal petto dell'atriense.
L'ufficiale era stato fermato non tanto dalle parole, quanto dal tono autoritario della voce. Era una schiava quella che si rivolgeva a lui in quel modo, una schiava che osava dargli un ordine, perfino in presenza dei lictores del console.
Non  stato quest'uomo a tradire il console, e nemmeno un altro schiavo di questa casa. Qui l'unica spia sono io. Sono io quella che passa le informazioni da quando mi hai comprato alla villa di Quinto Fabio Massimo ed  a lui che mando i messaggi: lo faccio attraverso degli inviati che mi cercano nei mercati delle citt in cui abbiamo vissuto, a Roma, a Tarraco, a Carthago Nova, oppure attraverso alcuni dei legionari che mi avvicinavano negli accampamenti durante le campagne militari delle estati in Hispania. Il mio primo messaggio riguardava... la tua ricerca di un giorno fasto per la partenza verso l'Hispania.
Lelio ricord allora la curiosit di Netikerty per il calendario romano; in quel momento aveva avuto piacere a rispondere a quella giovane schiava.
E il mio ultimo messaggio ha informato Massimo sul possibile intervento del console per la liberazione di Nevio dopo la richiesta di Plauto.
In quel momento, per Lelio, il mondo si ferm. Come se non ci fosse un prima o un dopo. Erano informazioni cos dettagliate, tutte le risposte a ognuna delle sue domande sul tradimento, che non poteva dubitare delle parole di Netikerty. Lasci libero l'atriense e lo schiavo gatton fino a raggiungere il figlio e abbracciarlo, rannicchiandosi con lui contro la parete.
I lictores lo guardavano, aspettavano istruzioni da parte di Gaio Lelio. Questi, tuttavia, rimaneva l, in piedi, lo sguardo fisso su Netikerty. Non parlava. Non sapeva cosa dire. Da Roma. Tutto questo tempo. Da quando l'aveva comprata. Ma perch? Era rimasta solo questa domanda a cui rispondere, ma ormai che cosa importava?
La giovane schiava che proteggeva da anni e con la quale giaceva tutte le notti, quella che curava le sue ferite, che lo accarezzava, che lo vestiva e lo spogliava, che si muoveva come una gatta nel letto, che lo ascoltava, che lui aveva pensato di liberare, convertire in liberta, perfino sposare. Quella stessa donna era colei che lo aveva tradito giorno dopo giorno, notte dopo notte, carezza dopo carezza. Tutto falso. Tutta una menzogna. Non gli interessavano i motivi. Niente poteva giustificare quel tradimento e, pur potendo, non era quella la cosa pi grave. La cosa peggiore era il tradimento al console, la completa slealt nei confronti di Publio. Aveva giurato di proteggere, vegliare su Publio Cornelio Scipione ed era finito per essere colui che aveva portato con s il tradimento, lo spionaggio, la menzogna, fino al cuore stesso della famiglia Cornelia, in Hispania, a Roma e ora in Sicilia. E tutto questo a causa della sua debolezza per le donne. E per il vino. Netikerty gli serviva continuamente vino. Sapeva che Publio gli rimproverava di bere troppo ultimamente e ora si rendeva conto che era Netikerty quella che lo incoraggiava. Lo aveva fatto fin dal primo giorno. E le notti passate insonni a fare l'amore. Poi si sentiva stanco. Diceva cose inopportune. Come a Baecula. Da l era cominciato l'allontanamento da parte di Publio, e il generale lo aveva esiliato dalle campagne ispaniche per un anno, portando con s Lucio, suo fratello, e Silano, per sostituirlo come tribuno. Ora tutto si delineava perfettamente dentro la sua mente.
Netikerty fece qualche passo indietro mentre lui rimaneva immobile, come uno stendardo romano conficcato nel suolo di quell'atrio. Nessuno parlava. Il bambino singhiozzava nell'angolo, vicino al padre ricoperto di sangue.
I lictores aspettavano un ordine, un segnale. Lelio si gir lentamente verso destra e trov quello che cercava. I due triclini posti vicino all'impluvium. Si diresse verso di essi e si sedette all'estremit del pi vicino.
Netikerty continu a retrocedere fin quando la sua schiena non sbatt contro la parete dell'atrio. L si ferm. Presto sarebbe morta. Il suo tradimento era stato totale e lo sguardo funesto di Lelio non presagiva nulla d'altro, nessun'altra conclusione possibile. Pens di provare a spiegare, ma sapeva che per quell'uomo le sue menzogne erano troppo gravi per poter essere giustificate. Non lo biasimava. Tuttavia non poteva permettere che Lelio uccidesse un innocente davanti ai suoi occhi e a quelli di un bambino, ma non poteva impedirlo senza dire tutta la verit. In un certo senso si sentiva sollevata.
La spada di Lelio sarebbe stata rapida. O forse sarebbe stata l'ascia di uno dei soldati rimasti l, attoniti, come degli stupidi, frastornati e confusi. Solo lei e Lelio comprendevano esattamente quello che era stato rivelato. Gli altri assistevano come degli spettatori ignari.
Vigilanti ciechi ma obbedienti. La voce di Lelio giunse come se provenisse dal mondo di Caronte, dove i Romani credevano che andassero i loro morti.
Non posso ucciderti perch devo consegnarti viva al console di Roma, ma per me sei morta. Morta. Morta. Dirigendosi ai lictores diede loro l'ordine che aspettavano. Prendetela, per non fatele del male... per ora. Il console deve parlare con lei. Rimanete qui e rispettate l'ordine.
Lelio si alz e, come Netikerty temeva, senza degnarla di uno sguardo usc da quella casa. Due dei legionari della guardia del console la presero per le spalle e la obbligarono a inginocchiarsi in un angolo. Uno le sput addosso e un altro fu sul punto di tirarle un calcio, ma, ricordando le istruzioni di Gaio Lelio, si blocc. Netikerty sapeva che quello era solo l'inizio.
Lelio camminava sulla strada con passi pesanti. Doveva raggiungere il molo, cercare Publio e dirgli che sapeva chi era il traditore, anzi, la traditrice. Aveva compiuto la sua missione. Per una volta. Per una volta. Sorrise con una smorfia. Guardava a terra. Le strade di Siracusa non offrivano nulla d'interessante. Che cosa avrebbe fatto ora Publio con lui? Lelio si era sempre impegnato a seguirlo per rispettare il giuramento che aveva fatto al padre di lui. Tuttavia per il giovane console sarebbe stato meglio non ricevere il suo aiuto in quegli ultimi anni. Imbecille. Ingannato da una schiava, da una puttana. Stupido. Fu preso dai conati. Si ferm e si appoggi in un angolo.
Il suo stomaco si contrasse e vomit due, tre, quattro volte. Si appoggi sulle ginocchia. Sput per terra. Un ultimo conato. Bile. Chiuse gli occhi. Si sent meglio. Il corpo stava meglio. Ma l'anima no.
Alcuni viandanti lo guardarono con curiosit, ma notando la sua uniforme militare di alto ufficiale romano nessuno os intromettersi. Non era raro vedere un legionario o uno degli ufficiali vomitare per strada dopo una notte di permesso e di baldoria. Lelio sapeva quello che tutti stavano pensando. Magari avessero avuto ragione. Magari fosse stata una semplice sbornia. Magari fosse stato tutto solo un maledetto incubo.

63. IL CUORE DI NETIKERTY.
Siracusa, autunno del 205 a.C.

Le ombre danzavano tremolando sui muri e sul pavimento dell'atrio. Il cielo notturno era libero da nubi. Le torce sfrigolavano sulle pareti. L'acqua dell'impluvium rifletteva quieta le stelle del firmamento. Publio Cornelio Scipione era seduto di fronte a Netikerty che, in ginocchio, attendeva il verdetto finale, la sua sentenza di morte. Gaio Lelio, alle spalle della giovane schiava, taciturno e con il volto pallido che risaltava nella semioscurit della notte, appariva come una figura spaventosa, rinchiuso nella propria tristezza. In ogni angolo dell'atrio un lictor presenziava alla scena senza interferire, discreto, in attesa, attento. I restanti erano appostati al vestibolo e alla porta della domus di Siracusa del console di Roma. Publio era gi stato messo al corrente da un Lelio distrutto, presso le banchine del porto. Il ritorno era risultato una lenta e pesante risalita a piedi verso la collina dove s'innalzava la sua residenza, nel mezzo dell'isola di Ortigia.
Cos, saresti tu quella che passava le informazioni a Massimo? chiese seduto su una solida cathedra, senza alcun preambolo, come se quella non fosse una domanda ma piuttosto un'accusa, un giudizio e forse una sentenza.
Netikerty rispose con la serenit di chi sa gi di essere morto. Era gi morta per la persona che pi aveva amato, il resto non contava.
 cos, mio signore, e... Ma non disse altro.
No, no, parla, voglio sapere,  meglio sapere l'incalz Publio con un'intonazione cinica. Perch una schiava trattata come una concubina, quasi come una matrona, dovrebbe ripagare con un simile tradimento?  giusto saperlo. Lelio  troppo sconcertato e confuso per chiedertelo, ma io no. C' qualcosa che possa giustificare le tue azioni? Qualcosa che potrebbe evitarti la tortura e la morte in croce?
Netikerty alz la testa e guard il console di Roma direttamente negli occhi.
So che per te non esiste nulla che possa giustificare un simile tradimento, ma Fabio Massimo possiede due mie sorelle minori. Ci ha sempre maltrattato, tutte e tre, da quando ci confisc come bottino di guerra catturandoci su una nave pirata dell'Illiria che ci aveva rapito poche settimane prima. I pirati ci avevano sequestrato sulle coste di Alessandria e ci stavano trasportando per venderci ai Liguri, quando Massimo e le sue legioni ci attaccarono sulla costa gallica. Ma questo non  importante, lo so. L'importante, per me,  che lui ha le mie sorelle. Netikerty interruppe il racconto, ma poi, notando l'interesse che traspariva dagli occhi del console, prosegu senza esitazione. Le parole sgorgavano liberamente. Da troppi anni le teneva nascoste nella profondit del suo cuore, addormentate. Parlare era una liberazione. L'idea di morire purificata la incoraggiava.  stata una sua idea, di Fabio Massimo. Un piano che sono stata obbligata a seguire alla lettera, per il rischio che la vita delle mie sorelle si trasformasse in qualcosa peggiore della morte. Dovevo attrarre l'attenzione di Gaio Lelio quando questi fu chiamato da Massimo a Roma. Per questo mi ferii davanti a lui. Massimo mi aveva istruito sul carattere nobile di Gaio Lelio e mi aveva detto di ferirmi per richiamare la sua attenzione. All'inizio sembr non funzionare, ma poi le cose andarono come previsto e Lelio decise di comprarmi. Massimo inizialmente finse di non voler vendermi e di arrabbiarsi, ma cedermi era quello che realmente voleva. Fingeva di essere contrario per non destare sospetti. Da quel momento la mia missione  stata triplice: per prima cosa dovevo inviare messaggi a Roma, a Massimo, sulle azioni che portavi a termine; poi dovevo tentare di allontanare Lelio dal tuo affetto, mio signore; per questo non gli riferii mai che volevi scusarti e riconciliarti con lui dopo la vostra disputa a Baecula. So che questo vi stava, vi sta ancora logorando entrambi; dovevo alimentare questa distanza in modo che tu confidassi sempre meno in Lelio e gli affidassi missioni meno importanti. Ora, pur disprezzandomi per questo, so di aver raggiunto in parte lo scopo. In cambio, i messaggeri di Massimo, sempre diversi, in luoghi sempre differenti, mi confermavano per lettera la buona salute delle mie sorelle e il fatto che non venissero maltrattate. So bene che poteva mentirmi, ma so anche che se avessi mancato le mie missioni le avrebbe torturate in modo orribile. Solo per questo, per loro, sono stata obbligata a tradire l'unico uomo che mi ha trattato come una donna amata da quando sono diventata schiava, anzi, anche da prima di diventare schiava. Da lui, da Lelio, ho avuto solo affetto e premura, mentre giorno dopo giorno ero obbligata ad allontanarlo dai suoi migliori amici e a tradire lui e il console, mio signore, trasmettendo al tuo peggior nemico a Roma tutti i tuoi progetti e intenzioni; o, almeno, quello che potevo comprendere. E cercavo di capire quante pi cose possibili e meglio che potevo, pensando che pi informazioni fossi riuscita a passare a Massimo, tanto pi preziosa sarei apparsa ai suoi occhi e, di conseguenza, pi preziose sarebbero state le mie sorelle in qualit di ostaggi per tenermi intrappolata nella sua trama di falsit e inganno. Ho compiuto le missioni con tutta l'anima e ho amato Gaio Lelio con tutto il mio essere. Dal console di Roma qui presente che ora deve giudicarmi e da sua moglie ho ricevuto solo attenzioni e rispetto, pur essendo solo una schiava. Vi ho ripagato tutti con l'imbroglio, e avrei continuato a farlo, ma quando ho visto che Lelio stava per uccidere con la sua spada un innocente per colpa mia, non ho potuto resistere oltre, o forse non potevo pi resistere a tanta falsit a danno delle persone che mi volevano bene, che nutrivano un affetto sincero tra loro e che a causa mia e delle mie azioni meschine si stavano allontanando l'una dall'altra. So di dover morire, ma spero che Massimo riconosca nella mia morte l'intenzione di averlo servito bene fino alla fine e che risparmi la vita delle mie sorelle in cambio dei miei servigi. Non ho potuto fare di pi, non ho potuto farlo. Prego Serapide e Iside e tutti gli di dell'Egitto per loro.
Poi Netikerty si accovacci e, in ginocchio, prostrata al suolo, davanti a un serio Publio Cornelio Scipione e a un attonito e quanto mai assorto Gaio Lelio, pianse amaramente tutte le lacrime che aveva trattenuto per giorni, mesi, anni.
Pass un lungo minuto, mentre le ombre continuavano a tremare e le torce a fumare sotto le stelle del cielo di Siracusa. Publio Cornelio Scipione, inclinandosi leggermente da sopra la cathedra, domand di getto quello a cui Netikerty sperava di non dover mai rispondere.
Hai detto che Massimo t'incaric di tre missioni, ma me ne hai riferite solo due: i messaggi per Roma, allontanare Lelio da me; qual era allora la terza missione?
Netikerty non staccava il viso dal suolo e continuava a piangere. Cos'altro poteva fare? Ma fu il console a trovare le parole per le sue lacrime, con una chiaroveggenza che trafisse l'animo della giovane schiava.
La tua terza missione era uccidermi, non  vero? Netikerty smise di piangere. No, non c' bisogno che tu dica nulla. La schiava aveva sollevato il viso ricoperto di lacrime amare e guardava il console sorpresa. Questa era la tua terza missione: uccidermi appena ti fosse stato possibile. Per questo, fu per questo che sognai un coltello durante i miei deliri a Carthago Nova, quando soffrivo per quelle terribili febbri. Non stavo sognando. Eri tu. Stavi per farlo, stavi per uccidermi. Hai tentato, ma per qualche motivo, per qualche ragione, hai desistito, o non hai potuto...
Lelio si sentiva morire. Fin dove aveva condotto quella meschinit? Era stato lui personalmente a pretendere che fosse Netikerty a prendersi cura di Publio mentre era malato, quando lei insisteva che lo facesse qualcun altro. Lei stessa tentava di evitare il pi grave dei pericoli, non voleva quell'opportunit e invece era stato lui con la sua cecit a metterle praticamente il pugnale tra le mani, lui a darle il momento, l'occasione, il permesso per tenere un coltello vicino al console, nonostante i dubbi degli stessi lictores.
Non lo hai fatto ripet ancora Publio Cornelio Scipione reclinandosi sulla spaziosa cathedra. Non lo hai fatto. Hai avuto il tuo momento e non lo hai fatto. Ti sei presa cura di me. Mi hai curato. E poi hai continuato come se nulla fosse. Non lo hai fatto.
Non ho potuto, mio signore disse alla fine la giovane schiava con la voce rotta dal pianto. Non ho mai ammazzato nessuno e non potevo farlo cos, con tanta freddezza. Eri indifeso, malato. Non ho potuto. Non ce l'ho fatta. E ho pensato che Massimo non avrebbe potuto scoprire il fallimento di quella missione. Non lo avrebbe mai scoperto.  stato questo a frenarmi, credo.
No, Netikerty, questo e qualcos'altro. Massimo, in tutta la sua intelligenza, ha dimenticato un dettaglio, un piccolo dettaglio: ha dimenticato quello che sempre mi viene in mente quando ti vedo. Massimo ha dimenticato, oppure, ancor peggio per lui, ha disprezzato quello che significa il tuo nome. In Egitto tutti i nomi hanno un significato, un significato che accompagna ogni persona per tutta la vita. Tu lo hai appena dimostrato con le suppliche per le tue sorelle, sei una persona religiosa. Consciamente o inconsciamente che sia, non puoi andare contro il tuo nome, contro il tuo essere, contro la tua anima. Il tuo nome  ci che ti lega al tuo Paese, ai tuoi genitori, ai tuoi antenati. Il tuo nome ti ha impedito di uccidere, come tu dici, un uomo malato, invalido. Non potevi arrivare fino a l. Il tuo nome ti ha fermato. Publio sorrise sospirando. E Massimo nemmeno ci ha badato concluse, tornando a sospirare, ma il sorriso era gi scomparso. Ora resta solo da decidere cosa farne di te... cosa farne di te...
Il console di Roma guard uno dei lictores. Fu sufficiente. Il lictor annu in segno d'intesa e usc dal proprio angolo, incamminandosi verso il vestibolo. Il resto delle guardie fece lo stesso. Publio Cornelio Scipione, Gaio Lelio e Netikerty rimasero soli sotto un manto di stelle, circondati dalle ombre proiettate dalle torce dell'atrio.
Nessuno parlava. Lelio era affranto. Si sentiva traditore e tradito allo stesso tempo: un connubio terribile per chiunque. Era stato traditore della persona che pi apprezzava, di Publio, che aveva giurato di proteggere sempre, il suo amico, il suo migliore amico; ed era stato tradito da Netikerty, colei che amava, che proteggeva, che avrebbe voluto proteggere per tutta la vita, liberare e, perch no, addirittura sposare. Ora era tutto distrutto, annientato. Non esisteva un finale degno. Era la fine del suo mondo, la fine della sua migliore amicizia con uno, no, con l'uomo pi valoroso che avesse mai conosciuto e anche il pi intelligente. Ed era la fine del suo amore per quella schiava. Rimaneva, da quel momento, improvvisamente solo.
Netikerty aveva smesso di piangere. La sua pena risiedeva ben oltre le lacrime. Si piange quando si avverte il dolore da vicino; il suo dolore era invece lontano e duraturo. L'unica differenza era che ora lo aveva messo allo scoperto. La sua disperazione era ora visibile a tutti, ma sapeva anche che coloro che la circondavano in quel momento non avevano occhi per arrivare a vedere tanto profondamente e si sarebbero limitati a scrutare la superficie, l dove il suo tradimento e le sue menzogne galleggiavano. Era sola e sul punto di morire.
Publio Cornelio Scipione, console di Roma, si trovava di fronte al fallimento di tutti i suoi piani: colui che avrebbe dovuto proteggerlo, in cui pi confidava, aveva condotto il tradimento accanto a lui; la donna che doveva tranquillizzare l'animo del suo grande amico e guardiano era la fonte del tradimento e, intanto, il suo peggior nemico a Roma, Quinto Fabio Massimo, colui che aveva ordito tutto ci, stava preparando l'attacco finale per fermare il grande progetto di condurre la guerra in Africa. Un'ambasciata di senatori avvelenati dalle parole di Massimo sarebbe giunta entro pochi giorni per valutare la sua idoneit a portare a termine l'impresa per la quale il Senato aveva gi ritrattato in passato, all'inizio di quella interminabile guerra. Cos'altro si poteva fare? L'applicazione della legge romana lo portava a un vicolo cieco: Netikerty doveva morire per tradimento; Lelio avrebbe accettato compiacente la sentenza, per, presto o tardi, la morte della giovane avrebbe finito per pesare sulla sua coscienza, perch l'amava, questo era pi che evidente. Lelio era innamorato di quella schiava, anche se in quel momento nutriva solo disprezzo e rabbia, com'era logico che fosse. Tanta disperazione nella sua reazione non faceva che sottolineare quanto gli doleva che il tradimento provenisse da lei e non da un'altra persona. Lelio appariva turbato e la schiava, che accettava apaticamente la sua fine, quasi assente. Publio guardava la giovane: una bellissima statua scura nel mezzo di quella notte in cui tante cose erano finite per sempre. Comprendeva la passione di Lelio. E, ai suoi occhi, in fin dei conti, la ragazza non aveva fatto altro che tentare di proteggere le sue sorelle. Era una nobile causa per la quale mentire, per la quale tradire. Una schiava non possiede altro che il suo corpo e la sua intelligenza per sopravvivere e per lottare per proteggere la sua famiglia. Netikerty era colpevole di essere stata sufficientemente intelligente, perfino brillante dal punto di vista di Publio, da sapere come usare il proprio corpo e il proprio intelletto con maestria. Era riuscita a minare a poco a poco la reciproca fiducia tra lui e Lelio, qualcosa di impossibile se tentato direttamente, come aveva invece fatto Massimo a Roma, quando gli aveva offerto denaro e appoggio politico. Ma Massimo, oh, per tutti gli di, Massimo, era sempre stato astuto come una volpe e sicuramente comprendeva questa impossibilit. Il colloquio con Lelio lo aveva confermato. Ora Publio riconosceva tutto nitidamente. Proprio a causa dell'infattibilit di spezzare il legame tra lui e Lelio, aveva preparato un sofisticato piano alternativo usando Netikerty. Massimo sapeva bene quanto la ragazza fosse abile e fin dove potesse arrivare: alla rovina dell'amicizia tra i generali che Massimo desiderava distruggere e ad avere ogni preziosa informazione. Un eccellente bottino. Solo nel finale, nel credere che Netikerty sarebbe stata capace di ucciderlo, solo l Massimo aveva sbagliato.
In ogni caso, era una grande vittoria per il princeps senatus. Tuttavia... l, nel mezzo della totale angoscia, Publio trov lo spazio per un sorriso che n Lelio n Netikerty notarono, frastornati com'erano dai loro pensieri. S, pens Publio, per fortuna c'era una falla nel piano perfetto di Massimo: Netikerty non lo aveva ucciso quando ne aveva avuto l'occasione e ora lui, Publio Cornelio Scipione, era ancora vivo. Era l'unico punto debole del piano, ma era un difetto immenso, smisurato. Lui era ancora vivo. Poteva riflettere. Poteva ancora cambiare le cose, il corso degli avvenimenti, come aveva fatto salvando suo padre sul Ticino contro ogni probabilit di vittoria, come quando aveva lottato per essere eletto e mandare le legioni in Hispania nonostante la sua giovane et lo rendesse impossibile, come quando aveva conquistato Carthago Nova in sei giorni contro ogni aspettativa, come quando aveva sconfitto tutti gli eserciti punici in quel territorio, uno dopo l'altro, cambiando per sempre il corso della storia, modificandola, con le sue idee, con i suoi sforzi, con la fiducia in se stesso. E in quelle occasioni non aveva posseduto niente di pi, niente di meno, che se stesso... e i suoi amici... ed Emilia... e Lelio. Lelio era recuperabile. Lo era, ma non uccidendo Netikerty. Questa era la scelta che Massimo si aspettava da lui nel caso la ragazza fosse stata scoperta; e quello che non doveva fare era proprio ci che Massimo si aspettava. No.
Publio si alz e cominci a passeggiare per l'atrio di fronte allo sguardo sorpreso di Netikerty e di Lelio, che lo osservavano senza dire nulla. Il console andava da un lato all'altro, passando vicino all'impluvium guardando a terra. Publio riflett intensamente. Poi si ferm. Chiuse gli occhi. Cominci ad annuire lentamente. Poi pi rapidamente. Una, due, tre volte, scuotendo la testa deciso. Alz il capo, apr gli occhi e guard le stelle nel cielo.
Ecco cosa si deve fare, ecco disse senza alzare la voce, ma con una determinazione nella quale Lelio credette di riconoscere la sentenza di morte di Netikerty, sorprendendosi per il dolore acuto che sent nel ventre e allo stesso tempo disprezzandosi nel provare un simile sentimento. Netikerty, da parte sua, si prepar ad ascoltare la decisione del console. Pens che al di l della menzogna e del tradimento aveva vissuto momenti molto felici con Lelio. A parte gli anni di schiavit sotto la subdola mano di Massimo, la sua era stata una bella vita, tutto sommato. Le rimaneva solo l'angosciante preoccupazione per le sue sorelle. Magari una di loro, o entrambe, avessero potuto un giorno avere anche solo la met della felicit che lei aveva avuto stando al fianco di quel rude ufficiale dell'esercito di Roma! Ma n Netikerty n Lelio ebbero altro tempo per pensare perch Publio, tornando a sedersi sulla sua cathedra davanti a loro, cominci a spiegare ci che avrebbero fatto a partire da quel momento.
Ci ho riflettuto bene e credo di aver trovato una soluzione per superare questa terribile notte, con l'aiuto di tutti gli di, dei nostri e dei tuoi disse guardando Netikerty. Abbiamo bisogno di talmente tanto aiuto che non disdegno affatto quello che Serapide o Iside possono dare. Inoltre, Netikerty, Iside  una dea che secondo il vostro credo  capace di cambiare il destino, non  vero?
Netikerty non sapeva cosa dire. Si aspettava di tutto tranne che un dibattito sulla religione; inoltre, era sbalordita dalla grande cultura di quel console romano sulle tradizioni del suo Paese: non solo era informato sul significato del suo nome e su ci che questo implicava, ma conosceva anche gli attributi di Iside.
S,  cos, mio signore.
Bene. Ci sar utile un tale sostegno poich noi Romani, come anche i Greci, non crediamo che il destino, il fatum, possa essere modificato, nemmeno per mano degli di; quindi questo aiuto extra ci sar prezioso. Questa notte... e guard il tribuno ...questa notte non  mai esistita, Lelio. Questa notte noi non ci siamo visti, tantomeno abbiamo parlato. Qui non ci sono pi n traditori n tradimento. Non c' condanna per nessuno. Domani tutto proseguir come prima. Tu e Netikerty verrete nel pomeriggio per cenare, come tanti altri giorni, e apprezzeremo insieme una piacevole cena, parlando di questa guerra, di teatro, di politica e dell'Africa. Deve arrivare un'ambasciata del Senato. Dunque, discuteremo domani, Lelio, su come preparare ogni cosa. So che possiamo farlo: appronteremo alcune manovre, le migliori manovre alle quali un'ambasciata del Senato abbia mai assistito, per, come ho detto, di questo parleremo domani. E, Netikerty, disse dirigendosi alla giovane schiava ancora attonita ora ti spiego quello che dovrai fare. Ogni volta che trasmetterai un messaggio per Roma, a Massimo, informerai me per primo e io ti confermer punto per punto quello che puoi o meno dire. Ovvero, continuerai a inviare le informazioni, come se nulla fosse cambiato e tu continuassi a lavorare per Massimo, ma questa volta saremo noi a dirti esattamente cosa riferire. Questo  quello che farai. Perch c' qualcosa che non hai pensato ma che ora ti chiarir. Cosa credi che far Fabio Massimo appena sapr che ti abbiamo scoperto, cosa credi che far alle tue sorelle? Credi forse che le accudir, che non le maltratter? Per tutti gli di romani ed egizi, pazza che non sei altro, pensaci bene: tu sei stata per anni una schiava al servizio di Massimo. Il vecchio maiale le uccider, per dispetto, per ira, perch si sar stancato di loro e diverranno inutili quando non potr pi usarle come ostaggi per mantenerti sotto il suo potere. No, immolarti per loro, come pensavi di fare,  un sacrificio senza senso, poich loro moriranno non appena la notizia della tua morte giunger a Roma e soprattutto non appena Massimo sapr che ti abbiamo condannato dopo aver scoperto i tuoi servizi per lui. Massimo vorr cancellare ogni traccia di te, ogni possibile prova della sua strategia di spionaggio. Cosa fece ai Bruzi che lo aiutarono a conquistare Tarentum? Dimmi, Netikerty, tu che vivevi nella sua casa, che cosa n' stato di tutti quei Bruzi che gli aprirono le porte di Tarentum, che tanto lo sostennero?
Morti... sono tutti morti rispose la giovane con uno sguardo gelido, mentre si rendeva conto della verit che il console le stava rivelando. Si era venduta per salvare un altro schiavo che stava per morire al posto suo, per colpa del suo tradimento, ma intanto aveva condannato le sue sorelle e lei stessa.
Ma esiste una soluzione, Netikerty continu il console. Se ora continui a fare quello che facevi, tutto rimarr immutato: Massimo continuer a tenere in vita le tue sorelle, e io, con l'aiuto di Lelio, preparer il necessario per accogliere la visita dell'ambasciata di Roma e, non so ancora come, invaderemo l'Africa. L moriremo tutti o termineremo questa benedetta guerra e, se ci riusciamo, ti prometto che di ritorno a Roma compreremo le tue sorelle e le metteremo sotto la protezione di Lelio oppure le libereremo, se tu preferisci. Devi solo continuare ad agire come se lavorassi ancora per Massimo, ma in realt lo farai per me. E, lavorando per me, credo che cesserai di patire una lotta interiore cos dolorosa, poich cos facendo non mi tradirai pi, che sarebbe come tradire Lelio. Non posso interferire tra voi due. Sono affari vostri disse guardando per un istante Lelio e poi tornando a rivolgersi a Netikerty. Questo dovrai risolverlo direttamente con lui, ma ora devo sapere che hai compreso tutto quello che ti ho detto e che lo riconosci come qualcosa di giusto, la cosa migliore. Netikerty, sii fedele al tuo nome e unisciti a me e a Lelio.  l'unico modo che hai per salvare te stessa e le tue sorelle, per salvarci tutti.
Lelio guard Netikerty. Il console continuava a fissare la ragazza che, in ginocchio tra i due, abbass la testa. Le torce sfrigolarono per qualche secondo. L'arrivo dell'alba stava rinfrescando l'aria. Alcune nubi attraversarono il cielo spinte da Eolo. L'aria mosse delle piccole onde leggere sull'acqua stagnante dell'impluvium. Netikerty alz lo sguardo e guard fisso il console negli occhi. Un gesto imprudente da parte di una schiava, ma che al console non importava, in quella notte dove la frontiera tra uno schiavo e un console si era confusa nel complicato ordine degli accadimenti umani.
Ho compreso tutto quello che mi hai detto, mio signore, e so che aiutarti  l'unico modo per aiutare me stessa e le mie sorelle. Sei un uomo tanto raro quanto forte. Ora capisco la stima che Gaio Lelio nutre nei confronti del console, mio signore. Non ho mai incontrato nessuno capace di vedere le cose in un modo cos differente e ottenere che, quando tutto sembra finito, tutto ricominci. Mander i messaggi che Lelio mi indicher secondo i tuoi ordini.
E s'inchin, prostrandosi completamente davanti al console di Roma. La giovane aveva pensato di aggiungere che desiderava riconciliarsi con Lelio, il suo protettore, ma cap saggiamente che quello non era n il luogo n il momento. Lelio, il suo Lelio, non era un uomo d'intelletto pari al console. Aveva bisogno di tempo, ma se ora lei disponeva di qualcosa, quello era il tempo: un tempo donatole da quell'uomo, da Publio Cornelio Scipione. Non la sorprendeva affatto che il potente Fabio Massimo temesse tanto il giovane console di Roma. Netikerty comprese che la sua vita era stata destinata a incrociarsi con le decisioni di due menti prodigiose. Preg in silenzio, l inginocchiata, che Iside, proprio come diceva il console, si alleasse con loro per cambiare quello che fino a un momento prima sembrava inevitabile, ovvero che l'impresa della conquista dell'Africa non cominciasse o che, nel caso fosse cominciata, che fallisse e che Lelio la ripudiasse. Ora tutto questo poteva cambiare. Doveva cambiare. E preg, preg, preg: Oh, Iside onnipotente, sconfiggi l'heimarmene, il destino degli uomini, e che l'heimarmene, come in altre occasioni, ti obbedisca e sia lui a piegarsi alla tua volont tutelata dalle mie preghiere.
Quando si alz, Netikerty venne presa in consegna da due legionari che l'accompagnarono fuori dalla domus. Lelio aveva ordinato che la conducessero alla sua dimora, mentre lui sarebbe rimasto per attendere gli ordini del console.
Domani organizzeremo tutto per l'ambasciata comment Publio portandosi una mano alla fronte. Ora sono troppo stanco per farlo. Devo riposare, ma occupati di riferire al mio atriense che se lo desidera lo manometter, e anche suo figlio e la schiava che  sua madre. Ci ha sempre servito con lealt e noi lo abbiamo ripagato male.  giusto che riceva un compenso. Ti occuperai di questo, Lelio? Termin la frase senza guardarlo, con il volto nascosto dalla mano; sembrava che stesse crollando dal sonno, proprio l, seduto su quella cathedra.
Ci penser io, naturalmente rispose Lelio e aggiunger un sacchetto pieno d'oro da parte mia e gli dir quello che mai avrei pensato di dire a uno schiavo.
Che cosa, posso saperlo? chiese il console incuriosito, togliendo la mano dal viso e guardando nuovamente Lelio.
Gli dir che ha un figlio coraggioso.
Publio annu un paio di volte. Lelio sorrise leggermente, anche se la sua espressione ritorn subito triste. Il tradimento di Netikerty era una ferita troppo profonda perch si potesse cicatrizzare in cos poco tempo.
Lelio stava per andarsene, ma una domanda gli balen in mente. Non sapeva se era il momento adeguato, ma per la troppa curiosit, prima di uscire, decise di porla al console.
Mio generale...
S...?
Che cosa significa il nome di Netikerty?
Ah... Publio non si aspettava quella domanda, almeno non in quel momento, ma non gli dispiacque. Sorrise assaporando la dolce soddisfazione nel ricordare che aveva inflitto un colpo al princeps senatus, alla complessa trama d'intrighi che Massimo ordiva contro di loro. Gli Egizi spesso danno dei nomi alle figlie che ne sottolineano la bellezza, e molti di questi cominciano con l'espressione nefer. Vedendo la bellezza della tua schiava ci si sarebbe aspettati lo stesso, ma per qualche ragione a noi sconosciuta i suoi genitori la chiamarono Netikerty, che significa colei che  eccellente, colei che ricerca il giusto, colei che  buona. Massimo sicuramente ignora l'importanza del significato dei nomi stranieri, invece gli Egizi vi prestano molta attenzione, per nostra fortuna, pensando che i nomi di ognuno siano come sono per un motivo, e sentono di dover onorare quel significato. Per nostra fortuna, Lelio, per nostra fortuna.

64. L'AMBASCIATA DEL SENATO.
Siracusa, fine dell'autunno del 205 a.C.

La quinquereme romana navigava da nord a sud parallelamente alle inaccessibili mura dell'Acradina di Siracusa, le stesse che il console Marcello aveva tardato anni a espugnare. Rivedendo quelle mura che s'innalzavano per una decina di metri sul mare inabissando le loro antichissime fondamenta nella roccia sommersa sotto le acque increspate, il pretore Marco Pomponio, a capo della delegazione con i dieci legati del Senato, l'edile che li accompagnava e i due tribuni della plebe, si stupiva ancora della grande conquista di Marcello. Tutti sapevano inoltre che quelle mura erano state difese dalle eccentriche e temibili invenzioni dell'inventore Archimede; nella memoria degli ambasciatori tornavano a galla i racconti, allora incredibili, sulle gigantesche quinqueremi romane volate in aria dopo essere state infilzate da enormi ganci pendenti dalle pulegge ciclopiche che i difensori dell'assediata Siracusa usavano per afferrare le grandi navi da guerra romane. Ammirati com'erano dallo spettacolo di quelle fortificazioni e dalle storie delle memorabili gesta che le rammentavano, non fecero caso alla piccola trireme che si avvicinava a tribordo; la notarono invece il timoniere e il comandante dell'imbarcazione sui cui navigavano. Fu quest'ultimo a udire le istruzioni di un centurione inviato dallo stesso Publio Cornelio Scipione. Il comandante assent e la trireme si allontan.
L'ufficiale al comando della nave and a comunicare a Marco Pomponio gli ordini ricevuti. Si sentiva orgoglioso di condurre una comitiva tanto importante che Scipione in persona aveva invitato un centurione con una trireme per dargli istruzioni su come e dove attraccare. Il fatto era che, nonostante i senatori dell'ambasciata venissero con l'intenzione di condannare le attivit di Scipione in Sicilia e il suo intervento a Locri, per la maggior parte degli ufficiali delle legioni e della marina di Roma, cos come per tutti i legionari, Publio Cornelio Scipione non era affatto un uomo da condannare, ma piuttosto meritevole della maggior stima: era un generale che aveva sconfitto i Cartaginesi in ripetute battaglie in Hispania, che li aveva cacciati dalla penisola iberica e che aveva conquistato un'infinit di citt in quella regione, a cominciare dall'inespugnabile Carthago Nova, la capitale punica di quel Paese. E non solo: era l'unico generale a insistere incessantemente sulla necessit di portare la guerra in Africa e quindi ripagare della stessa moneta gli attacchi e la rovina che Annibale stava disseminando per l'Italia. Per questo il comandante non esit ad accettare le istruzioni inviate da Scipione; si sentiva onorato, era come stare ai suoi ordini, qualcosa che molti avrebbero voluto, ma che il Senato non permetteva. Anzi, gli avevano lasciato solo il comando delle legioni maledette e dei volontari che non erano stati arruolati nell'esercito.
Il comandante giunse al fianco del pretore Marco Pomponio, che seguitava distratto ad ammirare le mura dell'Acradina.
Salve, pretore Marco Pomponio.
Il pretore si volt, leggermente infastidito per essere stato interrotto mentre contemplava la muraglia, ma il comandante trasmise il messaggio senza l'intenzione di scusarsi.
Ci hanno dato istruzioni per attraccare nel Porto Piccolo della citt.  il pi vicino e ci evita di fare il giro dell'isola di Ortigia.
Ci  stato ordinato? chiese il pretore indignato, guardando il resto dei legati e inviati dell'ambasciata.
Pretore, sono gli ordini che ho ricevuto da un centurione inviato dallo stesso Publio Cornelio Scipione. Suppongo che essendo il console al comando della Sicilia dobbiamo seguire le sue istruzioni.
Il pretore non si sent affatto soddisfatto di quella precisazione.
Questa ambasciata  venuta proprio per decidere se il console deve continuare con la sua magistratura o se, cosa molto probabile, deve essere deposto dal proprio rango e inviato a Roma per rispondere dei suoi comportamenti discutibili. Io dico che dobbiamo attraccare al Portus Magnus, che  all'altezza di quest'ambasciata. Qualunque altra cosa sarebbe inaccettabile.
Il comandante era confuso. Non sapeva cosa fare. Si guard intorno, cercando tra i vari membri dell'ambasciata qualcuno che gli dicesse cos'era pi corretto fare. Detestava quel pretore, obbligato com'era a seguire i suoi ordini, anche se, d'altro canto, si trovavano nella baia di Siracusa, dove si dovevano rispettare le decisioni del console che governava la Sicilia, colui che era al comando dell'isola, almeno per il momento.
Marco Claudio, uno dei due tribuni della plebe, prov pena per quel comandante sconcertato.
Condivido l'opinione del pretore cominci rivolgendosi a Marco Pomponio e ottenendone l'approvazione. Tuttavia, d'altra parte, il console Publio Cornelio Scipione  ancora al comando e credo che finch l'ambasciata non valuter l'attuale stato delle cose, dobbiamo, anche se ci sembra inadeguato, seguire i suoi ordini. Ci sar un motivo se il console ha considerato migliore per la nostra comitiva attraccare nel Porto Piccolo della citt.
Umiliarci, ecco quello che Scipione tenta di fare rispose Marco Pomponio con disprezzo.
Non lo credo, ma anche se fosse insistette Marco Claudio ripeto la mia opinione.
Confermo la visione del mio collega aggiunse Marco Cinzio, l'altro tribuno della plebe.
I restanti legati e l'edile tacquero. Tutti sapevano del potere di veto dei tribuni della plebe e Marco Pomponio fu costretto a cedere, seppur malvolentieri. In fin dei conti, cosa importava dove attraccava la nave, non voleva infastidire i tribuni, piuttosto ottenere il loro favore per la propria causa, per la causa di Roma, come gli aveva detto Fabio Massimo prima di partire per quella missione: deporre Scipione dal suo incarico di console e bloccare quella folle invasione dell'Africa, che avrebbe solo causato perdite di uomini e di rifornimenti preziosi per i Romani nella guerra in Italia contro Annibale.
Pomponio annu e si volt fingendo di continuare ad ammirare le impressionanti mura dell'Acradina, mentre ripassava mentalmente tutti gli eventi accaduti da quando erano partiti da Roma, soprattutto l'arrivo a Locri, lo stato disastroso in cui avevano trovato la citt e il modo in cui erano stati costretti ad arrestare Pleminio, ricorrendo alla forza delle legioni che li avevano accompagnati fin l. Era chiaro che Scipione seminava zizzania ovunque andasse: Sucro, Locri... E, nonostante ci, il comandante della quinquereme sembrava ammirarlo. Massimo aveva ragione riguardo al pericolo che il giovane console poteva rappresentare per lo Stato. Sarebbero state necessarie le armi per deporre il giovane Scipione dal suo incarico? Avrebbero dovuto essere accompagnati dalle truppe; meno senatori e tribuni della plebe e pi truppe.
Intanto il comandante, estraneo alle elucubrazioni di Pomponio e grato all'intervento di Marco Claudio, salut, portandosi la mano al petto, i due tribuni della plebe e li ringrazi per avergli permesso di seguire gli ordini inviati da Scipione. Quindi si diresse verso il timoniere.
A tutta dritta! Piegate le vele! Avanzeremo remando! Dirigiamoci verso il bacino d'entrata del Porto Piccolo! Entriamo a Siracusa!
Publio Cornelio Scipione era in piedi in mezzo alle banchine del Porto Piccolo dell'imponente Siracusa. Alle sue spalle, i suoi ufficiali pi fedeli. La quinquereme con gli ambasciatori aveva appena ormeggiato ed era gi stata disposta la passerella. Un attimo dopo, i dieci legati, i due tribuni e l'edile di Roma, tutti capeggiati dall'appariscente e imponente figura del pretore Marco Pomponio, discendevano il ponte di legno allestito come passaggio a terra. Publio precedette i suoi ufficiali e si dispose ai piedi della passerella.
Salve, pretore Marco Pomponio, tribuni, senatori e consigliere di Roma. Spero che gli di vi abbiano concesso un viaggio sicuro. Desiderate riposare un poco e mangiare qualcosa o preferite cominciare il vostro incarico prima possibile?
Salve, salve rispose Pomponio.
Ora toccava a lui decidere. Aveva pensato di recarsi ai bagni della citt come prima cosa, per poter cos immergersi nella dimensione cittadina e verificare come si sentivano gli abitanti di Siracusa sotto il comando di quell'eccentrico e straniero console di Roma che, tuttavia, aveva almeno avuto la compiacenza di riceverli indossando la corazza militare propria dei generali romani, armato della spada, circondato dai suoi ufficiali e protetto dai lictores. Il fatto era che, vedendo il console cos preparato, proporre qualunque cosa che non fosse cominciare subito la missione sarebbe apparso indecoroso. Pomponio non esit, nonostante la stanchezza che le sue doloranti ossa avevano dovuto sopportare, obbligate a uno sforzo eccessivo considerando il suo scarso addestramento fisico.
Cominceremo quanto prima, quanto prima, console rispose risoluto e piuttosto altezzoso. Inoltre, non credo che tarderemo troppo nella valutazione della vostra capacit o incapacit in merito al compito che vi  stato assegnato: preparare le legioni V e VI per il combattimento attivo e organizzare l'effettiva e imminente invasione dell'Africa.
Alcuni legati sorrisero eccessivamente. L'edile invece rimase serio e i tribuni occultarono i loro sentimenti, ma furono d'accordo con Pomponio di cominciare immediatamente la valutazione per la quale erano stati chiamati.
E sia, per Ercole accett Publio che, voltandosi verso i suoi ufficiali, diede una sola semplice indicazione agli ambasciatori. Seguitemi. Il console fece strada con i suoi tribuni e centurioni mentre gli ambasciatori li seguivano.
Pomponio e i tribuni della plebe che capeggiavano la comitiva dell'ambasciata videro che il console impartiva una rapida serie di ordini ai suoi ufficiali e che questi assentivano e prontamente si separavano per le strade di Siracusa, alcuni a piedi, verso sud-ovest, in direzione del Portus Magnus, altri a cavallo, verso nord-ovest, in direzione del quartiere che i cittadini di quella citt chiamavano Neapolis. Intanto il generale conduceva gli ambasciatori per le strade dell'isola di Ortigia, e tanto i senatori quanto i tribuni e il cancelliere di Roma non poterono evitare di apprezzare gli incredibili templi, edifici e piazze che attraversavano. A Pomponio sembrava che il console stesse facendo un giro non necessario, ma la passeggiata per la citt lo interess tanto quanto agli altri suoi colleghi, che rimasero in silenzio mentre percorrevano la grande agor di Siracusa o la cittadella di Dionisio.
Publio dirigeva quel gruppo di distinti magistrati romani con rapidit, senza dar loro respiro. Faceva parte del suo piano. Non lasciare loro un momento di tregua. Questo tra le altre cose. Erano venuti a esaminare la sua idoneit, che lo facessero dunque, che lo facessero per tutto il giorno, senza fermarsi. Volevano vedere se era in grado di dirigere un'invasione? Bene, avrebbe fornito loro tutti i dati, tutte le informazioni.
Si stup di se stesso: cominciava a trarne decisamente beneficio. Innanzitutto avrebbero fatto una passeggiata per la citt, quella citt tanto sottovalutata da Roma nonostante fosse molto pi antica di Roma stessa, e che per anni aveva dominato la Sicilia e gran parte delle coste vicine. Una fortezza e un porto disprezzati perch non conquistati da Massimo ma da Marcello e, di conseguenza, gli adulatori di Fabio Massimo avevano ingigantito l'importanza di Tarentum, che invece era stata da lui espugnata, cos come avevano ridotto il valore militare e politico della presa e del dominio di Siracusa. Per questo Publio li stava accompagnando in un primo giro, per fornire agli ambasciatori la giusta prospettiva.
Lasciarono la cittadella di Dionisio e passarono vicino al tempio di Artemide fino ad arrivare all'immenso tempio di Atena, dove, senza aver bisogno di voltarsi, Publio ud l'esclamazione di sbigottimento di alcuni senatori, attoniti davanti alle alte e imponenti colonne doriche sui cui si innalzava quella mole di pietra. Gli ambasciatori erano ancora stupefatti per la vista della massiccia struttura del tempio di Atena quando, svoltando per una strada, si ritrovarono di fronte alla magnificenza della baia del Portus Magnus di Siracusa, dove il console non aveva permesso che attraccassero. E se prima era stato solo qualche senatore a esclamare per la sorpresa davanti al tempio di Atena, ora perfino Pomponio si meravigli.
Per tutti gli di! esclam, e poi tacque. Davanti agli ambasciatori si estendeva l'amplissimo Portus Magnus dell'eterna Siracusa, regina dei mari per secoli, completamente punteggiato da imbarcazioni di ogni tipo, da carico, da pesca e militari. Un'infinit di navi che i senatori e i tribuni nemmeno riuscivano a contare.
Sono quattrocento navi da carico e quaranta navi da guerra tra triremi e quinqueremi spieg Publio sicuro di s. Sono quelle che mi servono per trasportare circa venticinquemila uomini oltre all'equipaggiamento militare necessario per la campagna e le provviste per intraprendere le prime azioni belliche fino a che non potremo rifornirci dalle nostre risorse in Africa. Venite.
Il console camminava seguito dai suoi lictores e dagli ambasciatori. Lelio, Trebellio e Gaio Valerio stavano cavalcando verso la parte ovest della citt secondo le sue istruzioni, mentre Marcio, Mario, Silano e Sesto Digizio avevano anticipato la comitiva per arrivare prima al Portus Magnus. Digizio era giunto per primo ed era salpato con una veloce trireme in mare aperto, cos com'era stato precedentemente pianificato, mentre Marcio Settimo, Silano e Mario Giuvenzio aspettavano lui e gli ambasciatori vicino alle banchine del Portus Magnus, proprio l dove s'innalzavano gli enormi depositi che i Siracusani avevano utilizzato per anni per rifornire la loro terribile flotta e che ora Publio impiegava come punto di partenza per la prossima invasione in Africa.
Publio aspett che gli ambasciatori arrivassero nel luogo dove Marcio e Mario attendevano, di fronte a uno dei grandi magazzini; quando il pretore e i suoi accompagnatori li raggiunsero, ancora distratti dalla contemplazione del mare ricoperto da centinaia di imbarcazioni e incantati davanti alla pi grande flotta che avessero mai visto, ordin a Marcio, Silano e Mario di aprire le porte dei granai, non prima di richiamare l'attenzione dei senatori ancora attoniti dalla vista della baia.
Per favore, vi prego di esaminare questi grandi granai cos da poter riferire a Roma il loro contenuto e la mia abilit nel riunire abbastanza provvigioni da nutrire venticinquemila uomini per un minimo di quarantacinque giorni, ovvero il margine sufficiente per potersi stabilire in Africa e cominciare un altro approvvigionamento, conquistando importanti centri o citt sulla costa.
Marcio ordin che un gruppo di dieci legionari corresse ai portoni di legno che davano accesso ai granai del porto. Davanti agli ambasciatori apparvero allora decine, centinaia, migliaia di sacchi di grano impilati in uno dei depositi che si estendevano lungo tutto il Portus Magnus.
Entrate, entrate, per favore, vi prego li invit Publio Cornelio Scipione.
La comitiva si addentr nell'oscurit dei depositi. A ogni cinque passi era appostato di guardia un legionario armato. Senza dubbio il console non vuole mettere a rischio l'enorme fonte di rifornimenti che ha accumulato durante i tanti mesi della sua permanenza in Sicilia pensarono i tribuni, apprezzando l'organizzazione e la disposizione di ci che veniva loro mostrato. I senatori tacevano e ascoltavano, meravigliati ma ancora diffidenti. Abbiamo frumento, farina, pane, carne di cinghiale essiccata, carne di volatili, sale, acqua, vino, miele, frutta secca, tutto suddiviso tra cibo cucinato o preparato per essere consumato entro i primi quindici giorni e alimenti che possono essere cucinati entro altri trenta giorni. A tutto ci va aggiunto il bestiame che trasportiamo, soprattutto capre, pecore, maiali e vacche, per mantenere le risorse di carne e latte durante le prime settimane della campagna. Per favore, prendetevi il tempo che volete per esaminare i viveri. Verificate quello che preferite, Marcio, Silano e Mario vi apriranno il contenuto di qualunque sacco desideriate; potete prendere dei campioni, anche un sacco intero se volete, ma vi avverto, pesano molto.
E Publio usc soddisfatto dai depositi in direzione delle banchine del Portus Magnus. Voleva controllare che tutto fosse pronto per prendere subito il largo.
Marco Pomponio non esit ad accettare l'invito del console di ispezionare il contenuto dei sacchi e ordin che se ne aprissero alcuni davanti agli occhi di tutti gli ambasciatori. In ognuno di essi si trovava quello che doveva esserci in base al deposito di riferimento: sale, grano, carne essiccata di cinghiale e maiale, noci, mandorle e altri viveri. Il pretore chiese di assaggiare il liquido di varie anfore, trovando in esse acqua fresca, vino, olio, aceto e mulsum. Quando arrivarono alle stalle abilitate presso le banchine, incontrarono vari greggi di capre, pecore, galline e buoi in perfetto stato, oltre a innumerevoli sacchi di fieno, grano e carrube conservati per nutrire gli animali durante la traversata e, se necessario, durante le prime settimane della campagna in Africa. Tutto appariva in perfetto ordine.
Pomponio usc dai depositi seguendo Marcio, che lo dirigeva verso la quinquereme attraccata al centro del molo principale del Portus Magnus. Nell'intimo del pretore cominciavano a sorgere sentimenti contrastanti: era arrivato l convinto dell'incapacit di quell'uomo di preparare un'operazione di tale portata, un'impossibile conquista dell'Africa, eppure quello che aveva visto finora era un'immensa flotta e un sacco di provviste. Ci non era sufficiente per superare una pericolosa traversata e solcare quelle acque ostili, infestate dalle triremi puniche. La cosa pi probabile era che se gli si fosse concesso il permesso di far partire la flotta, questa sarebbe finita distrutta in mezzo al mare e, peggio ancora, tutti quei rifornimenti sarebbero caduti in mano nemica.
Pomponio camminava assorto e non si rese conto di essere giunto all'inizio della passerella di una quinquereme. Alz lo sguardo. Osservando la torre centrale del ponte, pi alta del normale, e le dimensioni della nave, poco pi grandi di quelle di una normale quinquereme, il pretore concluse che quella doveva essere la nave ammiraglia dell'armata che il generale Scipione aveva preparato per il suo folle sogno di guerra.
L'ufficiale che li accompagnava invit gli ambasciatori a salire a bordo. Pomponio accett. Non mancava che ispezionare le navi che dovevano proteggere tutti quei rifornimenti durante la traversata verso l'Africa. Marco Pomponio sal lentamente a bordo e in pochi secondi si ritrov nuovamente su una nave, quando da appena un'ora aveva abbandonato quella su cui aveva viaggiato da Roma. Cominci esaminando i rematori: ce n'erano pi di trecento, come ci si aspettava da una nave di quelle dimensioni; questi cominciarono improvvisamente a remare. Con la spinta di centinaia di remi la nave inizi a navigare. Pomponio si gir e vide che si allontanavano dal molo, mentre anche gli altri ambasciatori esternavano la loro sorpresa.
Il pretore cerc con lo sguardo il comandante e incontr quello dello stesso Publio Cornelio Scipione che scendeva dal ponte di comando dirigendosi verso la coperta principale in cui si trovava la comitiva.
Andremo per mare. Vorrei mostrarvi il tipo di manovre navali a cui stiamo addestrando i comandanti delle navi, i rematori e i legionari di bordo.
Pomponio era contrariato, ma pens anche che un giro per il Portus Magnus, tra le sole imbarcazioni amiche, avrebbe messo in ridicolo il console: se queste erano le manovre che pensava di praticare, la sua abilit nel dirigere la flotta con successo rimaneva alquanto incerta.
E sia, passiamo per la baia, passiamoci rispose Marco Pomponio.
E sia, per tutti gli di, passiamoci conferm Publio, ripetendo l'espressione passiamoci con un tono tra l'ironico e il divertito.
La quinquereme navig abilmente pilotata in mezzo all'infinit di navi ancorate nel Portus Magnus, facendo il giro della baia in parallelo alla Via Elorina, che univa via terra i villaggi della costa alle mura di Siracusa. Raggiunse quindi l'altezza di Plemmirio, l'ultima citt della baia, prima di fare rotta verso est, al largo.
Come noterete, siamo l'avanguardia di una piccola formazione di venti navi mercantili cominci a spiegare Publio agli ambasciatori per ora tranquilli. Una volta imboccata la via verso il mare aperto ci seguiranno altre quattro quinqueremi che, insieme alla nostra, proteggeranno cingendole le venti imbarcazioni da carico.  una simulazione di quella che sar la grande traversata con la flotta al completo: quaranta navi da guerra a proteggerne altre quattrocento da trasporto. Bene. Una volta superata Plemmirio, entreremo in mare aperto e l troveremo Sesto Digizio che ci attaccher con una flottiglia di cinque triremi. Il suo obiettivo sar quello di mettere fuori uso le nostre quinqueremi per poter abbordare i trasporti e prendersi le provviste come bottino. Noi, naturalmente, dovremo cercare di evitarlo, ma Sesto  un abile marinaio. Non sar facile. Spero che l'esercitazione sar di vostro gradimento. Ora, vi prego di scusarmi.
Con queste parole Publio Cornelio Scipione concluse la sua spiegazione sulla manovra navale che doveva avere luogo e scese dalla torre di comando per poi, una volta in coperta, dare istruzioni a vari ufficiali.
Marco Pomponio aveva ascoltato con interesse ma senza impressionarsi. Il console voleva simulare un attacco. Bene, stava per assistere a ci che quell'uomo abituato a vivere tra scrittori, amante delle rappresentazioni teatrali, intendeva per attacco.
La nave cominci a oscillare con dondolii maggiori del normale.
Il mare  abbastanza agitato comment uno dei senatori dell'ambasciata. Questo render difficile manovrare. Spero che il console sappia quello che fa.
Marco Pomponio non disse nulla, ma il suo stomaco iniziava ad accompagnare il ritmico andirivieni dell'imbarcazione. Ringrazi gli di per la forza dei trecento rematori che, con il costante colpo dei loro remi sulle acque, facevano s che la nave seguisse le onde mitigando la sensazione di nausea che cominciava a impadronirsi del suo stomaco.
Guardate! esclam Marco Claudio, uno dei tribuni della plebe.
A un fianco della flottiglia, a babordo, apparve la sagoma di un gruppo di navi pi piccole che, a tutta velocit, si avvicinavano verso di loro. Si trattava delle triremi di Sesto Digizio di cui il console aveva parlato. Le triremi, essendo pi piccole, avevano solo settanta rematori, ma erano pi agili e leggere, e in pochi minuti raggiunsero la flottiglia del console. Immediatamente, una delle triremi si separ dalle restanti e si lanci in quella che sembrava una carica frontale contro la nave capitana sulla quale si trovavano il console e gli ambasciatori.
Per tutti gli di, non vorr caricarci con il rostro? chiese un agitato Marco Pomponio, senza rendersi conto che alcune gocce di sudore freddo cominciavano a denunciare il suo confuso stato d'animo.
No, certo, spero di no chiar Publio salendo la scala che dava accesso al ponte. Non  questa l'idea. Questo sarebbe quello che farebbero durante una battaglia navale vera e propria e senz'altro nella sua fase finale; ma in un attacco che tenta d'impossessarsi dei trasporti la cosa logica  che cerchino di mettere fuori gioco le nostre pesanti navi da guerra e poi di lanciarsi sulle navi da carico. Per fare questo, Sesto Digizio realizzer una pericolosa ma superba manovra di attacco tipica dell'armata cartaginese: la sua trireme sbarrer il nostro fianco, accostandosi per distruggere tutti i nostri remi da quel lato, cos da lasciarli inutilizzabili, quindi passer a tutta velocit, senza fermarsi, e, una volta che ci avr superati, si diriger verso le mercantili. Il resto delle triremi far lo stesso.
Non  una manovra pericolosa? chiese l'edile.
Pericolosa? ribatt Publio diretto al vento, mentre si proteggeva con la mano destra dal sole e osservava la manovra d'attacco di Digizio sulla propria nave. S, per Ercole, certo che lo . Questa  la cosa interessante. Dal momento che, stimati ambasciatori, queste sono le manovre di guerra alle quali... e si volt verso Pomponio ...si suppone che io sia preparato, non  vero?
Il pretore stava per replicare, ma non fece in tempo, poich la nave di Digizio, a una velocit sorprendente, si lanci contro di loro, frontalmente. Pomponio ud lo scricchiolio di tutti i remi della quinquereme che andavano in mille pezzi.
Ora! grid Publio ai suoi ufficiali, e dal centro della nave si gett il corvus, un gigantesco gancio attaccato a una grossa e imponente cima che, abilmente lanciato, cadde al centro della trireme di Digizio distruggendo le tavole della coperta e rimanendovi agganciato, cos che la nave attaccante dovette virare bruscamente e frenare la sua spinta quando la cima raggiunse il limite massimo. In questo modo, le due navi rimasero unite dal corvus e i loro corpi di legno urtarono tra loro facendo stridere e scricchiolare le tavole di entrambe le imbarcazioni. La scossa fu terribile e tutti gli ambasciatori caddero dalla coperta.
Avanti! aggiunse il console, e i senatori, Pomponio tra loro, si aggrapparono alle balaustre del ponte per non cadere di nuovo a causa delle sferzate che la trireme agganciata stava tentando per liberarsi del corvus.
Videro allora come, dalla parte frontale della quinquereme, un gruppo di legionari sganciava la manus ferrea, un ponte levatoio che fecero girare con rapidit verso il lato della trireme e, una volta spostato e situato all'altezza dell'imbarcazione che li aveva attaccati, sciolsero le corde che lo sostenevano lasciandolo cadere di colpo sulla nave pi piccola. In questo modo il ponte rimase teso tra le due imbarcazioni e, immediatamente, varie decine di legionari salirono sul passaggio, organizzati in formazione come fossero sulla terraferma. Raggiunsero la trireme, su un lato della quale vari marinai cercavano inutilmente di tagliare la grande cima del corvus inzuppata di olio, cosa che rendeva impossibile l'azione, e altri si affannavano a preparare una difesa contro l'abbordaggio che li stava assalendo.
In ogni quinquereme continuava a spiegare quasi gridando Publio agli ambasciatori, ho ordinato d'installare un corvus e una manus ferrea simili a quelli che vedete qui, e ogni nave trasporta, come noi, pi di trecento rematori, un manipolo di cento triarii, esperti e veterani. Questo ci rende lenti ma forti difensori. Le triremi potranno difenderci dalle navi che non agguanteremo con i corvi in caso d'attacco, oltre a precedere la flotta e avvistare i nemici in tempo sufficiente per preparare una difesa adeguata. Inoltre, avete assistito con i vostri occhi alla bravura di Digizio nel distruggere i remi dei nemici. Questa  una manovra che tutte le triremi hanno praticato. Dato che si tratta di esercitazioni, i soldati sono armati di spade e lance di legno senza punta.
Gli ambasciatori furono testimoni dell'impossibilit dei marinai della trireme di tagliare il corvus o di frenare l'attacco dei triarii. In pochi minuti la nave di Digizio si arrese e lo stesso accadde con il resto delle triremi della flottiglia attaccante.
Bene,  sufficiente per oggi! esclam il console ai suoi ufficiali. Torniamo al porto!
Marco Pomponio avrebbe voluto sedersi, ma non ce n'era modo su quel ponte di comando. Le navi si erano fermate in alto mare mentre si realizzavano le operazioni di sganciamento e il viavai delle onde in mezzo a quella mareggiata crescente cominciava a risultare intollerabile alla sua testa e, peggio ancora, al suo stomaco. Il pretore si affacci alla balaustra. I conati arrivarono immediatamente, il suo corpo si contrasse e cominci a vomitare senza freno da quel posto di comando al centro della nave che si alzava dall'interno della coperta principale. Fu per questo che il suo vomito non cadde in mare, ma sui marinai che si stavano affannando nelle manovre di sganciamento e di sostituzione dei remi danneggiati con altri che erano gi stati predisposti su ogni nave in caso di attacco laterale.
Publio not il pretore che vomitava e i marinai che si spostavano da sotto quell'inaspettata pioggia di succhi gastrici e bile. Quando Marco Pomponio termin di svuotare il suo stomaco dalla coperta della nave, il console gli si avvicin.
Un bacile con dell'acqua e una sella per il pretore, svelti, per Castore!
Gli ordini del console furono subito eseguiti. Una volta sedutosi e ripulitosi, il pretore ringrazi concisamente per l'acqua e la sella.
Publio annu senza aggiungere nulla. Il pretore si era gi fatto notare abbastanza. Non sarebbe stato intelligente punzecchiare e umiliare colui che aveva il potere, insieme ai tribuni, di votare, in base alla disposizione del Senato di Roma, a favore o contro le sue capacit di dirigere l'invasione dell'Africa. Per la prima volta quel giorno, Publio nutr qualche dubbio sul proprio modo di procedere con il programma dedicato all'ambasciata. Voleva impressionarli ma non umiliarli, e meno di tutti il pretore, pur essendo l'uomo di Fabio. Perci, quando raggiunsero il molo centrale del Portus Magnus, volle offrire un'alternativa alla comitiva.
Avete conosciuto le nostre forze navali e la preparazione della difesa delle navi da carico per l'invasione. Ho anche predisposto le legioni V e VI per alcune esercitazioni terrestri nella zona a ovest della citt, sulla terrazza delle Epipole, oltre le mura di Dionisio, ma forse  meglio che questo pomeriggio riposiate e domani potrete assistere alle esercitazioni. Possono essere posticipate.
Tutti i membri dell'ambasciata sapevano che quel commento era diretto a Marco Pomponio, ma il console, agendo discretamente, lo aveva proposto a tutti i senatori e ai tribuni della plebe. Il pretore ringrazi nel proprio intimo l'offerta del console e soprattutto la discreta forma di proporla; tuttavia, nonostante il pallore del suo viso, si sentiva meglio ora che era tornato sulla terraferma. Al di l di tutto quello che gli aveva detto Fabio, quel generale aveva dimostrato la sua abilit. Pomponio non nutriva pi molti dubbi sul fatto che quell'uomo sarebbe riuscito a trasportare i quattrocento mercantili e a sbarcarli in Africa, ma rimaneva ancora la cosa pi importante: le truppe e la loro concreta capacit di combattere e vincere in Africa i Numidi alleati di Cartagine, i mercenari di diverse regioni e gli stessi Punici. E le legioni su cui quell'uomo contava altro non erano che le legioni maledette, la V e la VI, come aveva detto lo stesso console. Forse, forse pens Pomponio per un istante, forse con altre truppe... ma non con quelle, non con gli sconfitti di Canne e di Herdonea. No, non con quei legionari. Legionari? Che assurdit! Sono stati in esilio per anni. Troppi per essere recuperabili.
No, console. Siamo venuti per prendere un'importante decisione che pu influenzare il corso di questa guerra, e quanto prima avremo tutte le informazioni necessarie per decidere, meglio sar. Cos, se le legioni sono pronte per essere valutate dall'ambasciata e se il resto dei legati, i tribuni della plebe e l'edile lo giudicano opportuno, credo che la cosa appropriata sia continuare il controllo delle forze terrestri, dopo averci mostrato le forze navali di cui disponi e il tuo modo di utilizzarle per la difesa e l'attacco. E, fissando Publio negli occhi, aggiunse: Se ti preoccupa la mia salute, giovane console, sappi che io ammazzavo i Galli in Liguria mentre tu eri ancora un poppante attaccato alla balia.
Publio non pot evitare di riconoscere il tono di un'antica fierezza nelle ultime parole del pretore e non si offese per il riferimento critico alla giovane et di un generale al quale doveva decidere se affidare o meno l'invasione del territorio del maggior nemico di Roma. Decise quindi di non cogliere la provocazione e di evitare di finire in uno sterile dibattito sulla propria et. Parole. In quelle, Publio riconosceva lo zampino di Fabio Massimo. Contro le parole, Publio aveva deciso da tempo di opporre solo fatti, come quello che si era appena verificato in mare. Ora doveva fare lo stesso in terra.
I tribuni della plebe e il resto dei membri dell'ambasciata accettarono di continuare il controllo di tutto ci che fosse in relazione con il progetto d'invasione dell'Africa.
E sia disse Publio, dirigendosi verso alcune quadrighe preparate per trasportare rapidamente i membri dell'ambasciata attraverso la grande citt di Siracusa. Montate sui carri. Attraverseremo l'isola di Ortigia, il Foro della citt e il quartiere di Neapolis.
Scipione sal sul primo carro e gli ambasciatori lo seguirono montando sulle altre quadrighe disposte per loro. L'attraversamento della citt fu rapido. I cavalli trottavano in fretta seguendo la rotta che il console aveva annunciato: dal Portus Magnus scesero fino al centro dell'isola di Ortigia, passando di fronte a tutti i suoi grandi templi, fino a incontrare l'Acradina fuori dalla citt; poi attraversarono il Foro senza soste, finch i carri, avanzando verso ovest, non raggiunsero il luogo dove si erigeva l'immensa ara di Gerone II, dedicata al dio Zeus.
Pomponio rimase sbalordito di fronte ai duecento metri di altezza, ma non ebbe nemmeno il tempo di analizzare pi dettagliatamente la struttura che i cavalli gi correvano senza tregua seguendo la rotta. Dall'altare di Gerone raggiunsero, all'interno della zona di Neapolis, il grande teatro greco, l dove Pomponio sapeva che il console aveva intrattenuto le sue truppe facendole assistere a rappresentazioni di contenuto opinabile invece di concentrarsi sull'addestramento quotidiano. S, sarebbe stato interessante osservare quelle legioni esiliate e maldirette da quel console ambizioso.
Scipione aveva sfoggiato un'indubitabile sapienza sulle arti della guerra navale, ma era a terra che avrebbe dovuto piegare i Cartaginesi, e sul loro stesso territorio. Pi Pomponio ci rifletteva, pi gli appariva assurda tutta l'idea dell'invasione dell'Africa. Era pur vero che quel generale aveva sconfitto i Cartaginesi in varie occasioni in Hispania, ma quello era un paese straniero per i Punici e inoltre l Scipione era stato aiutato dalle alleanze con gli Iberi; invece in Africa sarebbe stato praticamente impossibile ottenere alleanze di fiducia, anche se il console si era impegnato a rispettare il suo patto con il re Siface come fosse una garanzia in pi per la futura campagna. Siface era un uomo collerico, di umore lunatico, dal quale ci si aspettava poco o niente di buono per Roma. Pomponio, a bordo della sua quadriga, dissentiva in silenzio. Inoltre, le truppe con cui Scipione aveva ottenuto le vittorie in Hispania erano altre: da un lato legionari nuovi, con una leale passione per Roma, e dall'altro veterani ereditati dalle legioni di suo padre e di suo zio, ansiosi di rimediare alla loro sconfitta passata. Invece, ora, di chi disponeva il giovane Scipione? Solo delle legioni maledette. La V e la VI non erano truppe, ma uomini ridotti a delle carcasse dall'esilio e dalla vergogna.
Preso dai suoi pensieri, il pretore non si rese conto che avevano attraversato tutta Neapolis e gran parte della terrazza delle Epipole, fino a raggiungere le imponenti mura che si estendevano davanti a loro da nord-ovest a sud-est: le mura che Dionisio aveva innalzato pi di un secolo prima per proteggere l'ampliata ed egemone Siracusa, un tempo centro del potere in Sicilia e di gran parte del Mediterraneo occidentale.
I carri si fermarono e prima il console, poi il resto dei membri della comitiva senatoriale scesero dalle quadrighe. Davanti a loro, a una cinquantina di passi dalle mura, si trovavano accumulati su due file decine di catapulte e di scorpioni, pronti a essere lanciati dalle varie centinaia di legionari che si stavano affannando a raccogliere quello che sembrava essere della ghiaia e del terriccio. Tutto era predisposto come se si stesse preparando la difesa di un assedio.
Seguitemi, vi prego, sulla cima delle mura. Da l potrete avere una visione migliore del tutto li invit un visibilmente concentrato Publio, al quale continuavano ad avvicinarsi degli ufficiali che lui ascoltava e poi licenziava con una o due rapide istruzioni. Gli ufficiali assentivano e correvano a compiere gli ordini ricevuti.
Gli ambasciatori salirono per una scala di legno che li condusse sulla parte occidentale delle mura di Siracusa. Davanti a loro si present uno spettacolo inaspettato. Le legioni V e VI di Roma erano disposte in formazione di combattimento, con i velites leggermente pi avanti rispetto al resto dei legionari; dietro di loro, c'erano i manipoli degli hastati, milleduecento uomini per ogni legione, e, a seguire, altrettanti legionari nei manipoli dei principes. Nella retroguardia si trovavano i triarii, seicento per ogni legione, gli uomini pi veterani ed esperti, e, alla fine, circa seicento cavalieri raggruppati in varie turmae, alcuni dei quali provenivano dai sopravvissuti di Canne e altri erano volontari educati in Sicilia dai cavalieri di Siracusa. Sulle ali si erano radunate migliaia di truppe ausiliarie di entrambe le legioni.
Il pretore osservava dall'alto il paesaggio che si delineava davanti ai suoi occhi: la formazione era certamente appropriata e avrebbe impressionato chiunque non fosse abituato a presenziare a un esercito consolare, ma per le vecchie ossa di Pomponio quello non era altro che una facciata.
All'improvviso, qualcosa fu lanciato dall'interno della citt. Pomponio alz lo sguardo e vide una freccia incandescente attraversare il cielo pomeridiano della Sicilia. Dopo il segnale, le legioni cominciarono l'avanzata. Il pretore not dei cumuli di fronde, rami e perfino tronchi d'albero appena tagliati davanti ai quali i velites si fermavano, raccoglievano rami pi o meno grandi e proseguivano l'avanzata verso le mura. Guard verso il basso: le mura terminavano in un profondo fosso che avrebbe reso difficile l'accesso alla base. Il fossato sembrava di recente fattura oppure forse era stato riparato nelle ultime settimane o negli ultimi mesi. Le legioni continuavano ad avanzare.
Ora! ordin a gran voce Publio Cornelio Scipione.
Le decine di catapulte cominciarono a lanciare ghiaia e terra compattata in secche zolle che volavano sull'alto delle mura cadendo anche sui velites che si videro obbligati a sollevare con una mano gli scudi e a proteggersi dalla pioggia di ghiaia e terra mentre, con l'altra mano, continuavano a trascinare il pesante carico di rami, tronchi e fronde.
Fu un'avanzata spossante e penosa per quegli uomini, ma in nessun momento desistettero, fino a che non raggiunsero la base delle mura, dove, a turno, gettarono tutti i tronchi e, a forza di portare legna, foglie, steli e tronchi, riuscirono a riempire le cavit profonde del fossato in molti punti. Una volta compiuta la loro missione, molti di loro, accecati per la terra negli occhi, altri con la testa sanguinante a causa della pioggia di ghiaia, si ritirarono a gran velocit per ripiegare e lasciare il passo ai manipoli degli hastati e a varie unit di truppe ausiliarie, che si stavano lanciando sulle mura con scale e corde sulle spalle. Anche gli hastati ricevevano ondate di ghiaia e terra, ma non si fermavano e continuavano a procedere, finch attraversarono il fossato camminando sui rami e sui tronchi gettati dai loro compagni legionari della punta avanzata. Giunti ai piedi delle mura, cominciarono a lanciare le scale e le corde, molte delle quali centravano l'obiettivo, ma che venivano sistematicamente rilanciate di sotto dai manipoli dei legionari posizionati sull'alto delle mura, la cui missione era appunto quella di ostacolare l'accesso delle legioni attaccanti. Il lavoro degli hastati proseguiva in modo costante ma infruttuoso, finch i principes, rafforzati da altre truppe ausiliarie, entrarono in azione raggruppandosi per attaccare le porte della citt all'estremit di quel recinto murato. I principes attaccarono scagliandosi con pesanti arieti contro i grandi portoni della citt, ma, nonostante la grinta dei soldati, tanto la porta quanto le mura, troppo ben difese dai manipoli di legionari addestrati dal generale a contrastare le legioni, sembravano inespugnabili.
Fu allora che il pretore e i restanti membri dell'ambasciata videro emergere da lontano due lente, alte e pesanti costruzioni mobili. Erano due ciclopiche torri d'assedio spinte da decine di robusti triarii. Le torri, traballando come giganti ubriachi, vennero avvicinate, lentamente e inesorabilmente, verso i due estremi delle mura e lasciate dai legionari ad appena venti passi da esse. La pioggia di ghiaia e di terra non cessava, ma tanto i velites quanto gli hastati persistevano nello sforzo di arrampicarsi sulle mura, mentre i principes lottavano per abbattere le porte e assediare le mura a esse vicine.
I legionari della difesa lavoravano a ritmo serrato e senza pause; erano talmente tanti ad assediarli, e con una tale furia, che quello non sembrava nemmeno pi un esercito: era come se le legioni V e VI volessero espugnare le mura durante quelle esercitazioni per un motivo di orgoglio personale. Sapevano che un'ambasciata del Senato era venuta l per valutare la loro forza nel combattimento cos come l'abilit del loro generale nel dirigerlo, lo stesso generale che aveva concesso loro una seconda opportunit. Tutti sapevano anche che quel generale non glielo avrebbe reso facile, poich una semplice esercitazione non avrebbe impressionato i senatori; per questo, nonostante la tormenta di pietre scagliate sopra le loro teste, le scale che sistematicamente ricadevano sganciate dai muri, e il compito affidatogli fosse apparentemente impossibile, tutti quegli uomini, gli sconfitti di Canne, rinnegati e disprezzati da Roma, si ostinavano a cercare di piegare quella caparbia difesa con una cocciutaggine ancor pi dura delle mura di Siracusa.
Intanto, dalle torri d'assedio caddero i ponti levatoi che piombarono con il loro terribile peso sui merli pi alti delle mura e, immediatamente, decine di sandali di triarii attraversarono il ponte avanzando, protetti dagli scudi, verso la cima. In pochi minuti i triarii liberarono dai difensori ampi spazi delle mura che vennero immediatamente occupati dai velites e dagli hastati per arrampicarsi rapidi e raggiungere i loro compagni, mentre un tonfo assordante fece comprendere a tutti che le porte della citt avevano ceduto, sotto la spinta degli arieti, spaccandosi a met e lasciando entrare i principes dentro Siracusa.
Dalla cima delle mura, circondati ora dagli attaccanti invece che dai difensori, il pretore e i legati presenziarono alla conclusione dell'esercitazione. Tale era stata l'audacia con cui i legionari della V e della VI avevano espugnato le mura che alcuni dei senatori si sentirono addirittura turbati e confusi di fronte a una tale competenza; e quando i triarii li raggiunsero, accompagnati dal generale delle legioni, gli ambasciatori notarono che tra gli attaccanti spiccava la figura dell'ufficiale al comando, il tribuno Gaio Lelio, da tutti conosciuto a Roma come il secondo di Scipione. Il veterano si diresse verso il giovane generale salutandolo con la mano sul petto.
Salve, Publio Cornelio Scipione, console di Roma! Le mura sono state espugnate secondo i tuoi ordini!
E per tutti gli di, i miei ordini sono stati perfettamente rispettati! rispose Publio e, rivolgendosi agli ambasciatori, aggiunse: Suppongo che tutti conosciate il mio secondo al comando, Gaio Lelio.
Publio not che sia il pretore che i legati, l'edile e i tribuni della plebe annuivano in segno di riconoscimento. Il console si sedette, per la prima volta quel giorno, pienamente soddisfatto e orgoglioso non solo di se stesso, ma, cosa ben pi importante, della lealt dimostrata dagli uomini che lo circondavano.
Mentre il console gli dava nuove istruzioni perch raggruppasse le legioni e le disponesse davanti alle mura espugnate per salutare l'ambasciata, Lelio non pot evitare di leggere negli occhi del generale la sensazione di felicit che lo pervadeva. Sembrava che, a poco a poco, gli insulti di Baecula fossero spariti, che il tradimento di Netikerty non fosse mai esistito e che le loro anime si fossero riavvicinate l'una all'altra proprio come quando avevano combattuto insieme sulle mura di Carthago Nova.
Furono portati acqua e vino per gli ambasciatori, che accettarono di buon grado. La giornata era stata intensa. Dall'alto delle mura continuarono ad assistere alla rapidit con cui gli uomini ben addestrati, sotto il comando di quel generale, ritornavano in formazione: ogni legionario si posizionava nel proprio manipolo, nonostante molti di loro fossero rimasti feriti dalle pietre e altri avessero le caviglie slogate per essere caduti nel tentativo di scalare le mura. Alcuni avevano braccia e gambe rotte e vennero trasportati all'interno della citt da un gruppo di soldati che il generale sembrava aver riservato appositamente per ritirare i feriti gravi, oltre ai cadaveri di tre uomini che erano precipitati dall'alto delle torri d'assedio. Erano state esercitazioni decisamente cruente, ma necessarie. La realt della guerra, tutti lo sapevano, sarebbe stata di gran lunga peggiore.
Tutto si risolse in pochi minuti e davanti agli ambasciatori, ancora intenti a vuotare le coppe di acqua e vino, furono portate le legioni V e VI di Roma, le legioni maledette, che si posizionarono in perfetta formazione.
Il generale alz il braccio e un profondo silenzio sembr improvvisamente riversarsi per tutta la parte ovest di Siracusa e raggiungere le truppe schierate davanti alle sue mura. Publio Cornelio Scipione abbass il braccio e circa ventimila gole, tra velites, hastati, principes, triarii, volontari veterani della guerra in Hispania, cavalieri delle turmae, soldati delle truppe ausiliarie e anche gli stessi calones, che unirono la loro voce a quella dei loro capi, gridarono all'unisono, mentre tutti facevano risuonare le loro lance contro gli scudi sollevati in direzione delle mura di Siracusa. Un assordante ruggito di guerra, che il vento amplific, giunse come se provenisse direttamente dalle fauci di un colossale leone. Le mura tremarono e gli ambasciatori smisero di colpo di bere.
Il generale alz di nuovo la mano e il grido cess cos improvvisamente che un senatore, colto di sorpresa, lasci cadere la sua coppa e il rumore che provoc risalt nel totale silenzio che si era nuovamente stabilito.
Queste sono le mie legioni, maledette da molti, ma pronte a combattere per me e per Roma, al servizio dello Stato, addestrate per invadere l'Africa disse Publio guardando gli ambasciatori uno a uno in modo enigmatico, come se le sue parole avessero un significato incontestabile, come se volesse dire che il valore delle sue truppe risiedeva ben oltre quella valutazione. Per la prima volta da quando era giunta l'ambasciata, sfoggiava un'aria altezzosa, sicura, poderosa, irremovibile.
Molti dei legati finirono per abbassare lo sguardo, ma non Marco Pomponio, n i tribuni della plebe, anche se, chiaramente, il primo non lo fece per orgoglio mentre gli altri per ammirazione verso il console.
In ogni caso continu Publio con un tono pi conciliante siete voi a dover deliberare circa la mia abilit nel comandare queste truppe; ma vorrei ricordarvi che  su di me che dovete farlo e non su questi uomini che avete visto conquistare le mura. Questi legionari, questi legionari di Roma,  cos che io li chiamo, meritano una seconda possibilit: datemi il comando o toglietemelo, ma non spegnete ancora una volta la speranza di questi soldati. E ora, se volete accompagnarmi, credo che sia giunto il momento di celebrare un sacrificio in onore della vostra visita e per l'invasione dell'Africa, che sia sotto il mio comando o sotto quello di un generale considerato pi appropriato.
A quelle parole tutti rimasero affascinati ma perplessi per il modo con cui il console aveva voluto separare la valutazione degli ambasciatori sul futuro delle truppe da quella sulla sua missione, sottolineando che la decisione dei legati doveva concentrarsi esclusivamente sulla sua persona.
Pomponio rifletteva mentre scendeva dalla scala di legno in direzione dei carri che li attendevano ai piedi delle mura per condurli, come aveva loro spiegato il console, all'altare di Gerone II, dove avrebbe avuto luogo il sacrificio. Il pretore era incuriosito: Scipione era un uomo audace o vanitoso, o forse entrambe le cose? O forse erano l'audacia e la vanit le caratteristiche necessarie per dirigere un'invasione dell'Africa? La decisione non era facile, pi complicata di quanto avesse immaginato quando aveva accettato il compito di dirigere quell'ambasciata. Fabio Massimo aveva insistito che negasse il comando a Scipione e che proibisse lo sbarco in Africa, ritenendo quel piano generato dalla follia. In effetti, pensava il pretore, qualcosa di folle c'era senz'altro, ma cosa sarebbe stato meglio: mantenere questo pazzo a Roma, in mezzo al popolo, o lasciarlo una volta per tutte seguire il suo destino come fecero prima di lui suo padre e suo zio in Hispania, e ponendo cos fine alle sue stramberie? E se per fare questo avrebbe portato con s tutti gli sconfitti della disfatta di Canne, era un problema o piuttosto una benedizione? Pomponio sorrise pensando che avrebbe sorriso anche Massimo: sarebbe stato come cacciare due cinghiali in un unico bosco. Inoltre, i tribuni della plebe erano rimasti palesemente affascinati da Scipione.
La comitiva aveva intanto raggiunto l'altare di Gerone II: la colossale ara s'innalzava su una base quadrata di roccia sapientemente tagliata in blocchi, con due ampie rampe laterali e alcuni canali che permettevano di raccogliere il sangue di tutti gli animali che l si sacrificavano. In ognuna delle rampe, le figure di appoggio sembravano vigilare su tutto ci che accadeva intorno e dal cornicione dell'altare alcune enormi teste di leone osservavano, attente, fredde, eterne.
Lungo i quasi duecento passi dell'estensione dell'altare sfilarono fino a cento enormi buoi, appositamente ingrassati per l'occasione che, uno a uno, vennero sacrificati dal popa con i colpi netti della sua pesante clava. Il console, al termine del sanguinoso cerimoniale, diresse una supplica a Giove Ottimo Massimo, a Marte, dio della guerra, e a tutte le divinit perch lo aiutassero nell'impresa di sconfiggere i Cartaginesi sulla loro stessa terra, nel cuore dell'Africa. Davanti all'altare, c'erano centinaia di soldati delle legioni che avevano ottenuto il permesso da parte di Lelio di assistere ai sacrifici; senza contare che la loro presenza avrebbe impressionato l'animo degli ambasciatori.
Il sacrificio fu talmente grandioso che il sangue degli animali morti flu per i canali come se questi fossero degli acquedotti strapieni di acqua rossa. Per i tribuni della plebe che partecipavano all'ambasciata era evidente che quel generale faceva ogni cosa oltre misura: le manovre navali, il numero delle navi preparate per il trasporto, i viveri immagazzinati, le operazioni di terra, l'addestramento delle truppe e i sacrifici. Probabilmente era esagerato anche nella sua passione per l'intrattenimento, per il teatro. Le sue maniere compiacenti con gli scrittori, per, e il fatto di voler invadere l'Africa non erano gi una dismisura di per s? Chi meglio di qualcuno come quel generale poteva compiere un'azione che appariva a tutti inverosimile? Se quelle truppe erano disposte a seguirlo, chi erano loro per impedirlo?
Publio Cornelio Scipione presenzi ai sacrifici e, una volta terminati, scese dal grande altare e si riun con i membri dell'ambasciata. Sulle mani, le braccia e il viso del console c'era il sangue delle vittime di cui lui stesso si era bagnato in cerca del favore degli di. Alcuni calones portarono acqua e asciugamani perch il console si ripulisse. Mentre si rassettava si diresse verso un visibilmente spossato Marco Pomponio.
Questo  quanto volevo mostrare al pretore, ai legati, al consigliere e ai tribuni di Roma.  stata una giornata agitata, lo so, per desideravo che aveste tutte le informazioni necessarie prima di deliberare e vorrei che lo faceste presto. Per tutti gli di, manca solo che mi si accusi di non facilitarvi il compito. Ora vi accompagner ai vostri alloggi in una delle case principali nel centro dell'isola di Ortigia. L potrete riposare e meditare su...
Per quanto mi riguarda non c' molto su cui dover riflettere disse Pomponio interrompendo il console e compiacendosi per averlo sorpreso. Era una delle poche soddisfazioni che gli rimanevano dopo aver visto quello che aveva visto. Not lo sguardo curioso e nervoso di Scipione che lo osservava con aria interrogativa. Si godette il momento per pochi istanti, ma poi profer il suo verdetto. Non gli interessava prolungare la sua permanenza l. Non poteva pi fare quello che aveva pensato di dover fare. Lo leggeva nel volto fiducioso dei tribuni della plebe: loro erano a favore dell'invasione e certi della capacit di quello Scipione, cos come molti dei senatori. Opporsi significava opporsi ai tribuni del popolo e generare un conflitto di potere all'interno dell'ambasciata e, dopo quello a cui avevano assistito, quando i tribuni lo avessero riferito a Roma, il popolo si sarebbe ribellato al Senato in favore di Scipione. No, non si poteva fare altro che lasciare che la storia seguisse il suo corso. Gli di avrebbero deciso il resto. No, da parte mia non c' molto su cui dover riflettere ribad retoricamente Pomponio. Continuo a essere contrario a questa missione, all'invasione dell'Africa. Per me, come per molti in Senato, si tratta di una follia, ma questo l'abbiamo gi dibattuto, e io e questa ambasciata dobbiamo preoccuparci solo di decidere se tu, Publio Cornelio Scipione, sei o non sei in grado di compiere questa impresa. Ritengo che tu abbia saputo riunire i trasporti sufficienti e la flotta da guerra necessaria per la traversata verso l'Africa e i marinai sono preparati per poter sbarcare tutti i viveri accumulati nei granai di questa citt, insieme alle legioni e al resto delle truppe ausiliarie e ai volontari di cui disponi. E devo anche ammettere che sono rimasto sorpreso dalla forza, dal vigore con cui gli uomini della V e della VI hanno compiuto l'esercitazione dell'assalto alle mura di Siracusa questo pomeriggio.  stata una prova notevole. Per tutto questo non posso negare il mio voto a favore delle tue abilit per questa folle impresa, ma dubito fortemente che tutto ci sar sufficiente a sconfiggere i Cartaginesi sul loro territorio. Credo, giovane generale, che tu ti stia incamminando verso la morte, con una determinazione e una cecit proprie dell'immaturit, e che ti sia circondato di un gruppo di ufficiali che, per qualche strana ragione a me incomprensibile, sembra condividere la tua forma illogica di vedere le cose. Ma, come ho detto prima, questo non mi riguarda. Ho visto abbastanza. Che gli di di Roma siano con te, generale, perch in Africa... in Africa nessun'altro lo sar. Ora andr a riposare. Per quanto mi riguarda non vedo alcun impedimento a partire domani verso mezzogiorno per fare ritorno a Roma.
Pomponio non attese la riposta di nessuno. Era, a tutti gli effetti, molto stanco. Manovre navali al mattino, giro al trotto sulla quadriga e assedio nel pomeriggio. Era un programma troppo denso di attivit per la sua et, ma si era sforzato di mantenere la dignit perch nessuno potesse dubitare sulle sue intenzioni nel caso avesse sollecitato di posticipare qualche manovra per riposare.
Il pretore si fece largo tra gli ufficiali, i legionari e i membri dell'ambasciata. Tutti si scansarono, lasciando libera la strada sulla quale Pomponio si allontan in cerca della quadriga che lo aspettava. Non si volt. Non gli piaceva salutare chi riteneva vicino alla morte. Credeva che portasse sfortuna.
Publio vide allontanarsi prima Pomponio, poi i tribuni della plebe, che invece erano andati a salutarlo e ad augurargli buona fortuna per la sua impresa in Africa, e quindi il resto dei rappresentanti dell'ambasciata. Poi guard i legionari che facevano ritorno all'accampamento delle legioni, nella parte ovest della citt. Rimase fino a quando tutti se ne furono andati, ai piedi dell'immenso altare di Gerone II, circondato solo dai lictores della sua guardia personale e accanto a Lelio.
Ce l'hai fatta, ce l'abbiamo fatta si lasci scappare alla fine Gaio Lelio.
Gi, abbiamo superato la prova pi facile rispose Publio enigmatico.
La pi facile? Non capisco cosa vuoi dire lo interrog Lelio.
Siamo riusciti a ottenere l'approvazione dell'ambasciata per partire verso il Sud e invadere l'Africa. Questa, caro Lelio, era la parte facile.
E quale sar la parte difficile ora che abbiamo il permesso di Roma di invadere l'Africa?
Publio gli rivolse uno sguardo silenzioso prima di rispondere. Sopravvivere all'invasione in Africa, Lelio, sopravvivere.

65. UNA SECONDA AMBASCIATA.
Siracusa, fine dell'autunno del 205 a.C.

Era tutto pronto. Publio aveva ordinato che le navi da carico e quelle militari si muovessero in piccoli gruppi verso il porto occidentale di Lilibeo. Le legioni si stavano allontanando a piedi in direzione dell'interno dell'isola. Non era una cattiva idea praticare ancora una volta le marce forzate. In Africa, il tempo impiegato per muovere le truppe da un luogo all'altro, fosse stato per attaccare o per cercare rifugio, poteva risultare un fattore chiave. Le legioni V e VI si dimostravano ragionevolmente contente. Perfino i legionari pi ribelli della VI, che erano stati nuovamente espulsi dall'Italia per i fatti di Locri, apparivano pi docili dopo che i loro arroganti ufficiali Marco Sergio e Publio Mazieno erano stati massacrati davanti ai loro occhi per ordine del pretore Pleminio, che a sua volta era stato arrestato dall'ambasciata del Senato. Per quegli uomini, un nuovo esilio o una campagna in Africa era la cosa migliore in confronto alla morte certa che avrebbero trovato per mano di Pleminio se le truppe di Roma al comando del pretore Pomponio non avessero fatto irruzione a Locri per imporre l'ordine.
Anche il console si sentiva contento e soddisfatto per ci che era avvenuto a Locri.
Errore politico, s, aveva confessato a Lelio mentre ultimavano i preparativi per la traversata verso l'Africa errore politico, ma un successo militare: ora il porto di Locri  nelle mani di Roma, abbiamo ridotto le linee di approvvigionamento di Annibale e mi sono liberato dei due ufficiali pi sleali delle legioni maledette, senza dover affrontare il risentimento delle legioni.
Publio aveva ordinato che le piccole flottiglie si dirigessero a Lilibeo costeggiando la Sicilia sulla costa nord, cercando di evitare le flotte militari puniche dell'Africa. Alcuni ufficiali ritenevano tutto quel trambusto uno sforzo inutile e un altro ritardo nell'invasione dell'Africa, ma il giovane console diffidava di tutto. Sapeva che se Massimo era riuscito a infiltrare spie perfino tra gli schiavi a lui pi vicini, come la schiava di Lelio, cosa non avrebbero tentato i Cartaginesi?
La scelta di dislocare la flotta a Lilibeo sembrava effettivamente ritardare l'invasione. Quello era precisamente ci che avrebbero riferito le spie e invece, non appena tutta la flotta si fosse concentrata presso la citt, lui sarebbe partito con pi di quattrocento imbarcazioni, le due legioni e l'esercito di volontari, tutti diretti in Africa, mentre a Cartagine sarebbero rimasti ancora a parlare del fatto che il console romano in Sicilia non faceva altro che spostare le truppe e le navi da un luogo all'altro senza osare attraversare il mare. Ottenere questo elemento sorpresa era fondamentale per i suoi obiettivi. In un territorio infestato da nemici e senza nemmeno un porto amico o una citt in cui rifugiarsi, la sorpresa sarebbe stata la sua migliore alleata per riuscire a conquistare qualche enclave portuaria importante e fortificata. S, pi ci pensava pi lo vedeva chiaramente.
Inoltre, tutto faceva presagire l'arrivo di altre notizie funeste per l'invasione. Era uscito dalla sua grande domus nel centro di Siracusa diretto verso il Portus Magnus. Una nuova ambasciata era arrivata in citt. Ancora una volta, Siface inviava un messaggero per un colloquio. Nell'ultima occasione era riuscito a evitare gli sguardi curiosi, incontrandosi con l'inviato del re della Numidia all'interno del teatro di Siracusa, mentre tutti erano occupati ad assistere alla rappresentazione dell'ultima opera di Plauto. Ora aveva dato appuntamento al nuovo messaggero presso i magazzini ai moli del Portus Magnus. Il console era sicuro che in mezzo al tumulto che quotidianamente si generava in quell'immenso porto, soprattutto in quei giorni in cui in ogni momento partivano varie decine di navi dirette a Lilibeo, i movimenti del numida sarebbero passati inosservati. Anche Publio aveva deciso di uscire in incognito, evitando di risplendere nella toga purpurea che lo avrebbe tradito o nel paludamentum militare che gli corrispondeva. Usc invece vestito di una corazza, ma senza elmo; armato di una spada, ma senza alcun tipo di complemento, accompagnato solo da due lictores armati con gladi a cui aveva ordinato di abbandonare i loro simboli tradizionali. In questo modo, il console, camminando rapidamente, sembrava solo un altro centurione della V o della VI scortato da due suoi ufficiali. L'incontro con il messaggero numida avrebbe avuto luogo in un deposito di sale, pesce e anfore contenenti olio. Anche il forte odore di pesce avrebbe aiutato a tenere lontani i curiosi. Alle porte del deposito c'erano una decina di legionari che facevano da guardia alla porta e il messaggero si trovava nascosto tra loro.
Nel vedere arrivare colui che scambiarono sul momento per un centurione gli segnalarono di fermarsi, ma un ufficiale al comando della vigilanza del deposito riconobbe il console di Roma in Sicilia, ammutol e si fece da parte portandosi la mano al petto. Publio pass come un fulmine davanti ai legionari posizionati sull'attenti e dietro di lui entrarono i due lictores.
L, tra centinaia di anfore, sacchi di sale e ceste contenenti pesce sotto sale, un uomo nero, alto e muscoloso, attendeva. Non era armato, poich era stato obbligato a consegnare la lancia, la spada e le due daghe ai legionari che vigilavano l'entrata del deposito. Era vestito con una tunica color sabbia e sulle sue spalle scendevano pelli di animali che il console non riconobbe. Forse un leone pens o qualche altra bestia selvatica dell'Africa.
Publio lo esamin con attenzione prima di dire qualcosa. Era evidente che l'uomo non era nervoso. La sicurezza di s dimostrata da possibili nemici non era un buon segnale. Il console si avvicin di un paio di passi fermandosi a due metri dal numida. D'aspetto sembrava lo stesso messaggero che aveva incontrato nei corridoi del grande teatro di Gerone alcuni mesi prima, mentre aveva luogo la rappresentazione di Plauto e i suoi legionari ridevano a crepapelle. Per non ne era certo. In quell'occasione, la tenue luce delle torce e il volto in ombra dell'interlocutore non gli avevano permesso di distinguerne nitidamente i tratti.
Ti ascolto disse Publio in latino, con tono deciso seppure gentile, scandito ma a bassa voce. Quella doveva essere una conversazione assolutamente privata.
Mi manda Siface rispose l'interpellato in greco.
La cadenza delle consonanti, la voce profonda... era lo stesso messaggero della volta prima. Ora Publio non aveva alcun dubbio.
Come ti chiami? chiese. Se quell'uomo godeva della fiducia del re Siface tanto da essere mandato in ripetute occasioni in qualit di ambasciatore, doveva essere qualcuno d'importante, e quindi altrettanto importante era conoscere il suo nome.
Il numida attese qualche secondo prima di rispondere. Quella domanda lo aveva colto di sorpresa.
Non  importante il mio nome, ma quello che vengo a dirti e in nome di chi vengo.
Certamente, ma  la seconda volta che Siface ti manda e ci ti rende ai miei occhi un servitore fedele del tuo re. Mi piace conoscere i nomi di coloro che servono bene i miei amici. Publio enfatizz con la voce l'ultima parola.
Il mio re  un amico, s, per questo mi manda, perch ti trasmetta un avvertimento: i Romani non devono sbarcare in Africa. Se lo faranno, il mio re vi attaccher.
Publio si allontan di un paio di passi e poi gli diede le spalle. Doveva pensare. Siface aveva cambiato completamente posizione. Tra la promessa di non intervenire e la decisione di attaccare c'era una gran differenza. Che cosa gli aveva fatto cambiare idea cos categoricamente? Si volt nuovamente verso il suo interlocutore e gli si avvicin fino a rimanere a pochi passi di distanza.
Il numida non si mosse minimamente.
Il tuo re mi aveva dato la sua parola che non mi avrebbe attaccato. Me lo disse lui di persona. Perch dovrei crederti?  un cambiamento troppo radicale per non doverlo udire direttamente da lui.
Se il console fosse venuto in Africa dopo l'ultima volta che abbiamo parlato, Siface, il mio re, te lo avrebbe detto di persona. Ma il console non  venuto. Questo non ha aiutato.
Io non posso muovermi liberamente e questo lo sai tu come lo sa il tuo re.
 vero, ma questo  il messaggio che debbo riferire.
E perch il tuo re ha cambiato idea?
A ci posso rispondere, mi  stato dato il permesso di informarti: il mio re ha preso in sposa Sofonisba, la figlia del generale cartaginese Asdrubale Giscone con il quale ha firmato un trattato di reciproca alleanza. Se i Romani sbarcheranno in Africa, il mio re mander in aiuto dei Cartaginesi un esercito di cinquantamila uomini e diecimila cavalieri e vi distrugger. Quello che ho visto nel vostro porto non mi ha impressionato e non impressioner nemmeno il mio re. Il console di Roma non deve andare in Africa. Il mio re si  preso il disturbo di avvertirti perch ti stima, ma il suo patto con Cartagine  definitivo.
Publio sorrise tra s e s. Il suo piano di spostare le truppe a Lilibeo stava dando i suoi frutti. Pi della met dell'esercito, delle navi da carico e delle triremi militari non si trovavano pi nel Portus Magnus di Siracusa. Quello che il numida aveva visto era solo la met delle sue forze, e pi di quello che aveva visto la volta precedente, cos che quello che credeva essere il raggruppamento dei Romani prima della partenza era in realt di gran lunga inferiore rispetto a quello di cui Publio disponeva per l'invasione. Per cinquantamila uomini corrispondevano a una forza superiore alle sue legioni, a cui si dovevano anche aggiungere i soldati di Cartagine e, ancor peggio, i diecimila cavalieri, diecimila o forse di pi. Forse Siface mentiva per mezzo di quel messaggero? Forse si vantava esageratamente delle proprie forze? Purtroppo, tutte le informazioni di cui i Romani disponevano facevano pensare che il re Siface fosse realmente in grado di riunire un esercito di tali dimensioni in pochi giorni; un esercito, inoltre, abituato a spostarsi velocemente da un luogo all'altro dell'immensa Numidia e che in un breve lasso di tempo poteva giungere fin dove i Romani volevano sbarcare.
Publio affront il messaggero. Non mi hai ancora detto il tuo nome.
Bucar.
Bucar, il tuo re ha cambiato alleati per una donna?
Il mio re fa quello che reputa pi giusto. Io trasmetto solo i suoi messaggi. Il mio re, visto che me lo chiedi, ha firmato un trattato con Giscone, non con una donna.
Non ti sbagli, Bucar; sembri essere un uomo intelligente. Giscone e io ci incontrammo con il tuo re, e il re Siface strinse un patto con me. E ora, proprio quando Roma  pi forte, quando i Cartaginesi stanno retrocedendo in Italia e quando hanno gi perso in Hispania, il tuo re fa un patto con Giscone? No, l'unica novit  che ora c' una donna, questa Sofonisba. Bucar, tu stai servendo un re che obbedisce a una donna?
Per la prima volta i muscoli del volto del messaggero si contrassero. Publio era soddisfatto. Aveva messo il dito nella piaga. Aveva indovinato esattamente quello che il messaggero pensava ma che non osava riconoscere. Doveva continuare a provocarlo.
Bucar, puoi fermarti qui e servire me. Le tue informazioni mi saranno utili e io sono un uomo generoso. In Hispania sono stato molto generoso con gli Iberi che mi hanno aiutato. I Cartaginesi sono cattivi ricompensatori e unirsi a loro solitamente conduce a morte e distruzione.
Bucar tacque. Abbass lo sguardo. Si pass la mano sulla folta barba nera, riccia e spessa, che gli ricopriva completamente il mento. Poi neg con la testa.
 un'offerta interessante, ma ho visto entrambi gli eserciti. Romano, sarai anche console, ma il tuo Paese non ti ha dato sufficienti truppe. Se sbarchi in Africa morirai. Non voglio essere al tuo fianco quando il mio re ti trover e ti torturer fino alla morte. La tua non  una buona offerta. I Cartaginesi governavano gi il Mediterraneo, mentre voi vi arrangiavate come potevate per sopravvivere contro gli Etruschi o i Latini o i Galli. Nel mio Paese abbiamo visto i Cartaginesi andare e venire, a volte vittoriosi, a volte sconfitti, ma ci sono sempre stati. Invece per voi, le poche volte che siete sbarcati in Africa,  stato un disastro.
Il mio secondo, Gaio Lelio,  sbarcato con successo ed  tornato con un ottimo bottino.
Lelio  scappato prima che i Cartaginesi e il mio re potessero reagire. Tu vuoi partire per conquistare e l'Africa non  l'Hispania. L'Africa  governata da Cartagine e la Numidia dal mio re. Entrambe unite vi distruggeranno. Pu darsi che il mio re ora sia distratto dalla giovane punica figlia di Giscone, ma questo non cambia le cose. Pu darsi che non mi piaccia, ma nemmeno questo cambia le cose: vi superiamo di tre volte in numero e lottiamo per la nostra terra. Nessuno di voi sopravvivr. Morirete tutti e coloro che non moriranno cadranno prigionieri e desidereranno di essere morti.
Cal un lungo e pesante silenzio. Il messaggero era stato sincero. Publio lo guardava e il numida sosteneva lo sguardo, deciso. Il console si rese conto che quell'uomo poteva s essere comprato, ma da qualcuno che realmente, ai suoi occhi, potesse sconfiggere il suo re. Era desolante constatare come la sua analisi militare, molto precisa, mostrasse a chiare lettere che la missione in Africa era una totale pazzia. Publio pens di minacciarlo con la violenza, di gridare, ma poi ebbe la sensazione che quella guerra avesse troppe variabili e che ci che oggi sembrava bianco il giorno dopo poteva essere nero, nero come il viso di quel messaggero. A Publio rimaneva ancora da giocare la carta di Massinissa. Era una scommessa rischiosa, ma l'unica che restava al console di Roma.
Di' al tuo re riprese finalmente che ci pensi bene prima di attaccarmi. Digli che mi recher in Africa con le mie legioni e che se mi attaccher... Digli solo che ci pensi bene.
Al numida scapp una piccola risata che offese il console, ma Publio non rispose, n aggiunse altro. Si sentiva impotente, per non voleva pronunciare parole oltraggiose che avrebbero aumentato l'avversione di Siface verso di lui, un'avversione dolcemente alimentata, almeno cos pareva, dalle lussuriose carezze di una giovane donna. Tuttavia quelle risate meritavano una risposta.
Potrei anche ordinare di ucciderti. Cos non avresti la possibilit di informare il tuo re. O forse cos il mio messaggio arriverebbe ancor pi chiaramente a Siface.
Bucar chiuse la bocca e serr le labbra. Istintivamente port la mano destra alla cintura, ma non vi era nessuna spada dato che era stata requisita dai legionari prima di lasciarlo solo con il console. Il numida si guard intorno. Ogni parte del deposito era serrata. Le finestre da cui entrava la luce erano solo degli orifizi sull'alto delle pareti, troppo piccoli perch potesse passarci un uomo. Dietro al console c'erano i lictores che vigilavano la porta dall'interno e fuori c'erano altri legionari. Fuggire era impossibile.
Questo non farebbe che riaffermare il patto del mio re con Cartagine e renderebbe vere tutte le cose che Giscone racconta sul console: che sei un traditore, che non mantieni la parola, che dopo aver combattuto contro Cartagine combatterai contro la Numidia, che non sei affidabile...
Bucar parlava rapidamente. Ora era decisamente nervoso.
Quello che dici  vero, ma la tua risata mi ha offeso e a un console offeso si offusca la mente: se mi lasciassi trascinare dai sentimenti e non dalla ragione ti farei tagliare la testa dai miei uomini, ordinerei loro di infilzarla in una lancia e di riportarla alla tua nave. Per tutti gli di, non so cosa mi trattenga, perch pi ci penso pi ho voglia di farlo.
Siface ha stretto un patto con i Cartaginesi, ma se non gli dai altri motivi di offesa da aggiungere alle parole di Giscone... il mio re  un uomo che fonda le proprie opinioni sulle azioni altrui. Uccidimi e Siface non esiter ad attaccarti.
Publio non mosse un muscolo del suo viso, ma dentro di lui si accese una piccola fiamma di speranza. Siface aveva ancora dei dubbi, perfino dopo aver trattato con Giscone e dopo averne sposato la figlia. Aveva forse patteggiato solo per giacere con quella giovane e poi avrebbe fatto quello che gli pareva? Era una possibilit. Era l'unica possibilit a cui poteva aggrapparsi. Anzi, ce n'era un'altra: che le informazioni del messaggero non fossero del tutto vere, e che nel vedere meno della met delle sue forze armate, proprio come aveva pensato prima, tanto Giscone quanto Siface si fossero sentiti pi sicuri.
Vattene e non farti mai pi vedere disse Publio dandogli le spalle e facendo un segnale ai lictores.
Mentre grandi gocce di sudore gli scivolavano dalle tempie, il numida usc dal deposito accompagnato da alcuni legionari di fiducia del console. Dopo circa mezz'ora, l'uomo si era gi imbarcato e la sua nave veniva scortata da una trireme fino al largo. Da l, lo si perse di vista all'orizzonte.
Il console si era fermato sul molo come se stesse supervisionando l'imbarco di nuove truppe e viveri diretti a Lilibeo, ma in realt voleva solo assicurarsi che quel messaggero non tornasse. Siface con sessantamila uomini. Quanti ne aveva riuniti Giscone? Ventimila, venticinquemila? Di pi, di meno? Lui sarebbe arrivato ad appena trentamila sommandoli tutti, volontari e legioni maledette. E ci sarebbero stati gli elefanti. Gli elefanti. Poteva darsi che, dopotutto, i Cartaginesi non avessero bisogno di reclamare Annibale. Siface e Giscone avrebbero potuto distruggere le sue legioni anche senza troppi sforzi.
Publio Cornelio Scipione si avvicin al bordo della banchina. Chiuse gli occhi e inspir profondamente. L'odore del sale marino lo inebri. Aveva un piano e doveva portarlo avanti. Era un buon piano, nonostante tutto. Ma se Siface aveva deciso di attaccarlo insieme ai Cartaginesi... allora tutto sarebbe risultato impossibile. La chiave era ottenere una vittoria rapida in qualche luogo dell'Africa, in modo da spaventare Siface sufficientemente perch ci pensasse due volte prima di accorrere in aiuto di Cartagine. Aveva bisogno di una citt in Africa. Una citt dove rinforzarsi, dalla quale attaccare e dove potersi rifugiare; una citt con un porto per rifornirsi di approvvigionamenti. Una citt come Carthago Nova in Hispania, da dove cominciare la conquista di tutta l'Africa. Una citt... Siface avrebbe esitato e questo gli avrebbe dato tempo, il tempo necessario per cominciare a sconfiggere i Cartaginesi.
Publio apr gli occhi e a voce bassa, mentre riprendeva il cammino di ritorno verso la sua domus, mormor due parole tra i denti: Una citt.

66. LA FONTE ARETUSA.
Siracusa, inverno del 205 a.C.

Emilia si lasciava condurre dal marito attraverso le strette vie dell'isola di Ortigia, passando sotto all'imponenza delle quattordici gigantesche colonne laterali del tempio di Atena e scendendo fino alla baia del Portus Magnus, proprio dove si trovava la fonte Aretusa. Emilia sapeva che non era necessario passare dal tempio di Atena per raggiungere la fonte, ma a Publio piaceva passeggiare per Siracusa, soprattutto con lei, come ripeteva sempre, e ammirare gli stupefacenti edifici della citt. Pi di una volta, Publio si era divertito a spiegarle che per abbracciare una di quelle immense colonne doriche ci volevano almeno due persone. Un giorno, davanti allo sguardo meravigliato dei lictores e dei passanti della citt, il console lo aveva perfino dimostrato fisicamente, chiedendo a lei di abbracciare una delle sei colonne doriche frontali da un lato, mentre lui faceva lo stesso dall'altro. Erano azioni come quella ad aver dato adito alle critiche dei nemici di suo marito: Passeggia per la citt come un semplice visitatore invece di occuparsi dell'invasione dell'Africa e dell'addestramento delle truppe.
Emilia sapeva che suo marito era in grado di rispettare i propri impegni politici e militari e allo stesso tempo di apprezzare la bellezza di una citt greca, la cui cultura stimava e ammirava; ma quelli erano un'attitudine e un comportamento troppo complessi per essere ben interpretati da senatori manipolati dalle informazioni di Catone e dai discorsi di Fabio. Tuttavia, Publio era stato in grado di cambiare, ancora una volta, il corso degli avvenimenti e persuadere l'ambasciata del Senato che tutto era convenientemente pronto per l'invasione dell'Africa.
Il cuore di Emilia era pieno di amore e di rispetto in ugual misura nei confronti di suo marito, tanto potente, tanto occupato, e che tuttavia, contrariamente a ci che ci si sarebbe aspettato, la rendeva sempre partecipe di ogni questione. C'era stato un momento, poco dopo le nozze, in cui aveva dovuto lottare per accompagnarlo in Hispania, ma lui non ci aveva messo molto a cedere. Da allora era rimasta sempre al suo fianco, a Roma, in Hispania e infine in Sicilia. Ma il silenzio con cui ora le passeggiava accanto, dopo essere riuscito a risolvere il problema dell'ambasciata di Roma, la preoccupava.
Arrivarono alla fonte. L'acqua fresca del fiume, che sfociava fondendosi con quella del mare in uno scenario avvolto dalla frescura di piante verdi e abbondanti che circondavano la sorgente, impregnava ogni cosa. Era un'umidit inebriante e dolce che si mescolava alla brezza del mare: una festa per i sensi. Nonostante fossero gi all'inizio dell'inverno la temperatura era mite, gradevole.
Sai perch la chiamano la fonte Aretusa? chiese Publio senza guardarla, gli occhi fissi sulle acque di quella grande fonte naturale.
No, mi hai raccontato tante cose di Siracusa, ma questa non me l'hai mai spiegata.
Publio la guard sorridendo.
Aretusa era una ninfa, una ninfa della dea Artemide cominci a raccontare lentamente, e le sue parole si mescolarono al rumore dell'acqua che correva verso il mare. Alfeo, un fiume del Peloponneso, in Grecia, figlio di Oceano e Teti come la maggior parte dei fiumi greci, s'innamor perdutamente della giovane ninfa, ma questo fece infuriare Artemide che port la ninfa fin qui, fino all'isola di Ortigia, e non contenta di averla allontanata da Alfeo, decise di trasformarla in una sorgente, la fonte Aretusa. Cos, i due furono separati da un'enorme distanza, capisci?
Emilia annu lievemente, ma non era sicura di aver compreso. Pensava che il racconto fosse concluso, quando Publio prosegu.
Per trasformare Aretusa in una sorgente fu un grave errore di Artemide, poich dicono che da allora il dio Alfeo spinga le sue acque verso il mare e viaggi ogni giorno fin qui, mescolando la sua acqua con quella della fonte dell'amata, e cos, unendosi le due acque, loro si amano eternamente.
Publio pronunci le ultime parole guardando negli occhi la moglie. Emilia non pot evitare di arrossire e abbassare lo sguardo. Si volt prima verso la fonte e poi verso il mare.
Quando diventi cos affettuoso  perch devi dirmi qualcosa che non mi far piacere sentire.
Non sono forse sempre gentile nei tuoi confronti? chiese Publio, sorpreso da quelle parole.
Certo che lo sei, ma non in modo cos speciale. Sei cos solo quando devi dirmi qualcosa che sai gi che non vorr fare.
Publio sospir. A volte dimenticava quanto a fondo sua moglie lo conoscesse.
Hai ragione, naturalmente.
Gi, per disgrazia ho ragione conferm lei senza guardarlo, osservando il mare calmo nella baia del Portus Magnus.
Publio si rese conto che non sarebbe stato facile.
Bene... a proposito dell'Africa... cominci.
Voglio venire con te, proprio come sono venuta in Hispania e qui in Sicilia. Sono sempre stata al tuo fianco, non capisco perch ora deve essere diverso.
Publio rimase un momento in silenzio. Poi prese la parola con una decisione quasi gelida, che dimostr una determinazione sconosciuta alla sua bella moglie.
No, Emilia, per Ercole, questa volta  diverso. Quando ti ho chiesto di rimanere a Roma, la prima volta, tu mi hai fatto comprendere, e pure mia madre alleata con te, che il posto di una moglie  accanto al marito. Ed  cos,  cos... Per in Hispania, come anche qui in Sicilia, abbiamo sempre viaggiato per luoghi s di confine, ma conquistati, con citt fedeli a Roma, dove potevo garantire una discreta sicurezza a te e ai bambini, prima a Tarraco e poi qui a Siracusa. Ma in Africa  diverso. In Africa non possediamo citt conquistate e nemmeno amiche.
C' Siga, non  la citt in cui hai incontrato Siface, il re della Numidia? Siface non ha forse inviato degli ambasciatori qualche giorno fa per confermare la sua alleanza con te? L potrei stare al sicuro.
Publio sbuff. Respir e decise che non c'era motivo di nascondere la cosa a sua moglie. Se voleva farle capire la gravit della situazione doveva raccontarle la cruda verit.
Il messaggero numida non  venuto a confermare il patto di Siface; questo  ci che ho raccontato a tutti, tranne che a Lelio e a Marcio, per lasciar circolare questa voce. Non l'ho detto nemmeno a te perch non volevo che conoscessi l'autentico pericolo di questa missione, non volevo che ti preoccupassi; ma non puoi accompagnarmi, e se per questo devo rivelarti quanto terribilmente difficile sar questa campagna, lo far. Gli ambasciatori numidi sono venuti a comunicarci la diserzione di Siface, e lo hanno gi fatto in due occasioni. Siface non solo si rifiuta di appoggiarmi nell'invasione, ma si  anche alleato con i Cartaginesi e ha giurato alla moglie, Sofonisba, figlia del generale Giscone, che se metter piede in Africa combatter insieme alle truppe di Cartagine per distruggermi. Questa...  questa la situazione riguardo all'invasione dell'Africa: dispongo di truppe scarse, come in Hispania, ma con la differenza che in Africa non posso contare n su un porto n su una citt amica. Forse potrei ricevere aiuto da Massinissa, nemico di Siface, ma le sue forze militari sono inferiori e lui non rappresenta un'alleanza certa. Non  che non voglia che tu mi accompagni, ma non dispongo di un luogo sicuro dove proteggere te e, soprattutto, i bambini. Ti preoccupa la loro sicurezza, specialmente quella del piccolo Publio; mi hai fatto giurare di terminare questa guerra ed evitare cos che anche lui si trovi costretto ad affrontare Annibale, e lo far, ma ora sei tu a dover pensare a loro e a proteggerli andando a Roma. Potresti fermarti qui, ma la situazione della guerra  talmente mutevole che preferisco che tu torni a Roma e l, insieme a tuo fratello e a mia madre, che tu stia con i bambini, al sicuro dalle vicissitudini della guerra. In Africa non dispongo nemmeno di una baia dove attraccare le navi. Tutto quello che otterr dipender dall'uso della forza e non ho nessun piano per espugnare una citt in sei giorni, come ho fatto in Hispania. Sar tutto pi difficile, pi costoso. Posso contare solo sulla determinazione dei miei ufficiali, dei miei uomini e sull'aiuto degli di, se lo vorranno. In Africa devo sconfiggere Siface, le truppe mercenarie reclutate da Cartagine, che saranno molte, i generali punici che decideranno di inviare per fermarmi e, se riuscir a superare tutte queste prove gi di per s molto difficili, Emilia, i sufeti di Cartagine richiameranno Annibale. In questa campagna non ho altro posto per te che nel mio cuore. Non c' altra possibilit. Devi comprenderlo e devi aiutarmi proteggendo i bambini. Sono il nostro futuro e sono il futuro di Roma.
Emilia taceva. Publio si sentiva pi tranquillo. Almeno sua moglie non aveva replicato e questo era gi qualcosa.
Inoltre aggiunse vorrei che stessi con mia madre. Ho chiesto a Lucio, mio fratello, di venire con me. Ho bisogno del suo aiuto, dell'aiuto di tutti quelli di cui posso fidarmi, e tu puoi aiutarmi prendendoti cura dei bambini e di mia madre.
Emilia rimaneva in silenzio.
Tornerai dall'Africa? chiese poi dopo qualche istante, mentre il rumore dell'acqua attutiva i suoi tristi pensieri per quella separazione.
Non lo so disse Publio. E con amara sincerit aggiunse: Credo di no, la verit  che credo di no, ma devo provarci. Devo provarci.
E non esiste un altro modo, per Castore? Un altro modo per terminare questa guerra?
Se esiste io non lo vedo. Annibale non abbandoner mai l'Italia a meno che non venga obbligato dal suo stesso Senato; il Senato cartaginese non lo far a meno che non individui un pericolo imminente, e questo pu essere causato solamente da un'invasione come quella che stiamo preparando, anche se dovesse risultare infruttuosa.
Emilia esit prima di pronunciare le parole che seguirono, ma poi lo fece suo malgrado. Stava lottando per proteggere la vita del marito, dei figli, della famiglia, la sua.
Non sarebbe meglio combattere in Italia, anche se questa  l'opinione di Fabio? Non potrebbe avere ragione?
Publio non si offese. Comprendeva cosa costringeva Emilia a sostenere, anche solo per un momento, le idee del suo peggior nemico a Roma.
Tornare in Italia spieg Publio lentamente significherebbe rifornire Annibale di acqua, di sostentamento e di tempo. Questo  quello che abbiamo fatto per quattordici anni senza riuscire a sconfiggerlo. E Annibale non  il re Pirro. Annibale non desister fino a quando una delle due fazioni non sar distrutta. Annibale potrebbe continuare a minacciare i nostri alleati in Italia per anni e Cartagine, sia dal Nord che dal Sud, continuer a fornirgli rinforzi, forse non tutti quelli che Annibale chiede, ma continuer a procurargli sempre pi truppe. Per quanti anni ancora dobbiamo vivere cos? Cinque, dieci, venti? Hai detto che non vuoi che tuo figlio combatta contro Annibale. Questo  l'unico modo per evitarlo. Devi scegliere tra la sicurezza dei tuoi figli e la mia. Non puoi averle entrambe. Non finch Annibale rester in Italia. So che sembra ingiusto quello che dico, ma la vita, a volte, anzi spesso,  ingiusta. La dea Fortuna ci ha aiutato in innumerevoli occasioni, ma questa volta dobbiamo affrontare da soli il nostro destino. Far tutto quello che  in mio potere per tornare a Roma e riabbracciarti. Te lo giuro per tutti gli di, per i nostri figli e per l'amore che provo per te, ma ora devi partire con loro per Roma e io per l'Africa, con le mie legioni e i miei ufficiali; e l devo riuscire a sollevare un tale putiferio che Cartagine sar costretta a reclamare il suo migliore generale.
Quando Emilia rispose, la rassegnazione si era ormai impossessata di lei. Se succeder, e spero di s, che Cartagine reclamer Annibale, sar contenta perch la prima parte del tuo piano avr avuto successo; ma allora la mia paura sar ancora pi grande, poich Annibale ha ucciso mio padre a Canne e temo che far lo stesso con te, lo temo cos tanto... E scoppi a piangere.
Publio l'abbracci. Tra i singhiozzi ascolt le ultime parole che sua moglie pronunci quel pomeriggio.
Far quello che mi chiedi, contro la mia volont, ma lo far.
Publio la strinse forte.
Di notte, quando sarai a Roma, io diverr Alfeo, navigher in mare dall'Africa e mi unir a te attraverso il Tevere, a Roma. Pensa questo ogni notte. Nella paura e nella lontananza, pensa a questo, Emilia, e torner da te, torner da te dal cuore stesso dell'Africa.

67. UN CALICE AMARO.
Lilibeo, inverno del 205 a.C.

Lelio fece chiamare Netikerty. La giovane schiava egizia entr nella stanza da letto. Per un momento pens che il suo padrone la reclamasse per giacere con lei, cosa che non aveva pi fatto da quando il suo tradimento era stato scoperto, ma dal tono freddo con cui le parl cap che non era per quello che l'aveva fatta venire.
Il console vuole che tu trasmetta un messaggio a Roma attraverso i messaggeri che Fabio Massimo ti mander. Ne sarai capace, schiava?
Era la prima volta che Lelio usava il termine schiava per riferirsi a lei, la prima volta nei quattro anni che avevano passato insieme. Non lo biasim per questo.
S, mio signore. Lo far.
Lelio non la guardava, ma fissava la coppa d'argento che teneva in mano, quasi ossessivamente. Prese un lungo sorso. Poi parl ancora.
Devi trasmettere la notizia che Siface ha riconfermato la sua alleanza con Roma, con il console. Hai capito bene il messaggio, schiava?
La seconda volta le fece anche pi male, ma Netikerty annu abbassando lo sguardo.
S, mio padrone. Siface ha riconfermato il suo patto, la sua alleanza con il console. Siface  con Roma.
Bene. E ora vattene. Quando avrai comunicato il messaggio fammelo sapere. Fino ad allora non voglio sapere nulla di te e fa' in modo che non ti veda quando entro o esco dalla stanza.
S, mio padrone.
Netikerty retrocedette, rimanendo inchinata, senza alzare lo sguardo da terra, fino all'uscita della stanza. L si gir e, scivolando sui piedi coperti da fini sandali di cuoio, scomparve.
Gaio Lelio termin il vino con una lenta, lunga e amara sorsata. Poi si alz lentamente e improvvisamente lanci la coppa con tutta la sua forza contro una delle pareti. Un paio di palmi di stucco si stacc dalla parete e la coppa ammaccata cadde rotolando sul suolo della stanza creando un suono metallico e acuto che anche Netikerty ud, mentre percorreva l'altro estremo dell'atrio.
La giovane egizia guard verso il luogo da cui era arrivato il rumore. Il cuore la spingeva a tornare, ma la mente la frenava. Solo il tempo poteva concederle un'altra opportunit; doveva quindi essere infinitamente paziente e attendere. Chiss se era davvero tutto finito con quell'uomo che l'aveva riscattata dalla tortura e dalla schiavit a Roma.
...
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LIBRO Sesto.
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...
LO SBARCO
204 a. C.
Mundus caeli vastus constitit silentio
et Neptunos saevus undis asperis pausam dedit,
sol equis iter repressit ungulis volantibus;
constituere amnes perennes, arbores vento vacant.
[Il vasto cielo si  fermato in silenzio,
e il crudele Nettuno ha fermato le onde in tempesta,
il Sole ha bloccato la corsa dei cavalli dagli zoccoli volanti, i fiumi perenni si sono fermati, tra gli alberi non passa il vento.]
ENNIO, frammento dagli Annali che descrive il transito di Scipione in Africa con le legioni V e VI
Seseque ei perire mauolunt ibidem
quam cum stupro redire ad suos populares
[Quelli di perir preferiscono sul posto
piuttosto che disonore ritornar dai loro concittadini]
NEVIO, descrivendo la resistenza suicida delle legioni di Regolo in Africa,  l'unico e funesto referente di una campagna romana in Africa precedente a quella di Scipione

68. ROTTA VERSO L'AFRICA.
Mar Mediterraneo, tra la Sicilia e il Nord dell'Africa, primavera del 204 a.C.

Avrebbero navigato di notte per gran parte del viaggio. Publio ci aveva riflettuto bene. Da Lilibeo fino alla costa settentrionale dell'Africa ci sarebbero voluti almeno due giorni e due notti e, con un po' di fortuna, all'alba del terzo giorno avrebbero avvistato la costa dominata da Cartagine e dai suoi alleati. Era essenziale non sbagliare rotta, n dirigendosi verso sud, una regione inospitale e lontana dagli obbiettivi della guerra, n troppo a nord, dove le coste erano governate dai Numidi. Avrebbe condotto tutta la flotta vicino a Cartagine, ma non esattamente a Cartagine. Il promontorio di Apollo, a un paio di giorni di cammino da Cartagine, era il luogo scelto dal console.
Nel frattempo Lilibeo era diventata un brulichio di truppe, di legionari che caricavano pacchi, provviste di ogni tipo, sacchi, anfore, armi, cavalli, bestiame. Marco Pomponio, che dopo l'ambasciata aveva ricevuto l'ordine del Senato di restare a Siracusa in qualit di pretore durante il viaggio di Scipione in Africa insieme al sempre scettico Marco Porcio Catone, quaestor delle legioni, supervisionava l'intero processo.
Publio, energico e risoluto, correva da un luogo all'altro controllando ogni pi piccolo dettaglio, aprendo vari sacchi, passando la mano sulla lama delle spade appena arrivate dalle fucine, ripassando il numero dei remi di una nave, le vele di un'altra, le lanterne che secondo i suoi ordini ogni imbarcazione doveva possedere per la navigazione notturna. Lo accompagnavano il fratello Lucio e Gaio Lelio.
 una flotta eccellente comment un ammirato Lucio. Non mi meraviglia che tu abbia convinto anche il vecchio Marco Pomponio disse poi a bassa voce, guardandosi intorno.  la miglior flotta che abbia mai visto.
Publio gli rispose sicuro di s e orgoglioso, mentre ordinava che gli aprissero un'anfora d'olio.
Quattrocento navi da carico e quaranta vascelli da guerra tra triremi, quadriremi e quinqueremi.  una delle pi grandi flotte da trasporto che Roma abbia mai organizzato, forse la pi grande, ma abbiamo poche imbarcazioni da guerra per proteggerla. Per questo voglio che navighiamo giorno e notte, senza tregua; di fatto, quanto pi navighiamo di notte meglio . N i pirati n i Cartaginesi amano viaggiare col buio: sar pi sicuro.
Ma in questo modo le navi potrebbero perdersi rispose Lucio.
Non si perderanno disse il giovane console, attualmente proconsole, dopo aver ricevuto la proroga del suo mandato dal Senato, mentre assaggiava un sorso d'olio che gli avevano servito in un calice.
Publio assent: era buono. Uno schiavo richiuse l'anfora e i soldati continuarono a caricare la nave con centinaia di anfore come quella che aveva appena valutato il generale d'armata dell'esercito.
Dopo mezzogiorno, tutto era pronto, cos lui non esit a salire sulla nave ammiraglia, una delle grandi quinqueremi della flotta, e da l esegu tutti i sacrifici in onore degli di. Poi, con le sue stesse mani, gett dalla nave le viscere di un bue sacrificato, cercando cos di ingraziarsi le divinit del mare e delle acque che tanto favorevoli si erano mostrate in altre occasioni, specialmente presso Carthago Nova.
I legionari delle legioni V e VI ascoltavano assorti le preghiere che il proconsole rivolgeva agli di chiedendo che li aiutassero in guerra e che permettessero loro di ripagare i Cartaginesi, sulla loro terra, con lo stesso danno e la stessa sofferenza che Annibale aveva loro arrecato torturando Roma e i suoi alleati per anni. I soldati erano impressionati. Finalmente partivano per l'Africa. La desiderata, anelata, bramata Africa.
Il mare si ricopr di un'interminabile scia di imbarcazioni, suddivise in due grandi gruppi: su un'ala della formazione navale c'erano quelle da carico e quelle da guerra comandate dallo stesso proconsole e da suo fratello; sull'ala opposta navigava il resto delle imbarcazioni sotto il comando di Gaio Lelio e del quaestor Marco Porcio Catone.
Ben presto Lilibeo scomparve dall'orizzonte e tutte le navi rimasero circondate dalla sola acqua del mare. Publio guard il cielo.
 sgombro disse dalla prua della nave ammiraglia.
S, rispose suo fratello almeno per oggi e per stanotte non dovremmo avere problemi.
E cos fu. Il primo giorno di navigazione trascorse senza intoppi.
Al calar della notte il console ordin che si accendessero le tre grandi lanterne che erano state sistemate vicino al corvus della nave. In precedenza aveva stabilito che ogni nave da trasporto disponesse di una di queste lanterne e ogni nave da guerra ne avesse due. Invece, la nave ammiraglia, per poter essere identificata da tutti in ogni momento, doveva accendere ben tre di quelle luci. Erano tutte lanterne trasportabili ma molto grandi, ideali per la navigazione in mare, poich proteggevano la fiamma con sottili pareti di corno alcune, le laternae corneae, e di vescica d'agnello le altre, le laternae ex vesica. Paradossalmente, le migliori, quelle di pelle pi raffinata, provenivano proprio da Cartagine, dove si fabbricavano lanterne eccellenti, per questo chiamate lanterne puniche. Cos come aveva fatto riprodurre le spade sul modello di quelle a doppia lama iberiche per armare molti dei suoi uomini, Publio aveva anche deciso di usare le ottime lanterne cartaginesi per guidare le sue navi nella notte.
Dopo un viaggio tra le ombre notturne sotto una luna calante, spunt l'alba e, sollevati, i due Scipioni videro che intorno a loro c'erano ancora tutte le navi e che solcavano il mare lente ma sicure, come se avessero appena salpato. Tutto appariva fin troppo facile.
Il secondo giorno, verso la fine del pomeriggio, si alz una spessa nebbia che li avvolse in un manto grigio e umido e che lasciava appena intravedere a una distanza di trenta, quaranta passi. Il console ordin allora di accendere le lanterne prima del calar della notte. Le luci compirono splendidamente il loro dovere, rimanendo visibili, nonostante la densa nebbia, fino a circa cento passi.
Che tutti navighino pi vicino gli uni agli altri ordin. E che ogni nave controlli che chi sta al suo lato non perda il ritmo.
E cos fecero. I rematori vogarono senza tregua per tutta la notte sostituendosi gli uni con gli altri e, quando non ressero pi lo sforzo, furono sostituiti dai soldati; i rispettivi gruppi di legionari controllavano intanto entrambi i lati di ogni nave assicurandosi che le imbarcazioni a fianco mantenessero la formazione.
In questo modo, nonostante la nebbia e la notte, all'alba del terzo giorno la flotta delle legioni V e VI di Roma riemerse indenne e intatta; e pronta ad avvistare, appena la nebbia si fosse dissipata completamente grazie al forte vento proveniente da est che si era intanto alzato, proprio sotto la linea grigia nell'orizzonte dell'aurora, l'Africa.
Si scorse una punta di terra che dava forma a due pareti di roccia, una verso nord e l'altra verso sud. Era il promontorio di Apollo. Non avevano sbagliato la rotta.
Verso sud disse Publio.
Le lanterne erano spente, la nebbia diminuiva, il territorio nemico era vicino e la linea della costa cresceva davanti agli occhi attoniti dei legionari di Roma. Solo alcuni di loro erano gi stati in quel territorio ostile, durante l'attacco esplorativo di Lelio, ma anche loro si sentivano investiti da innumerevoli e strane sensazioni, dato che non erano l per fare un'altra rapida incursione e ripartire in fretta e furia con il bottino sequestrato. Ora, tutti coloro che si trovavano in quelle navi erano l per rimanere e conquistare quella terra, la patria del loro pi acerrimo e temibile nemico. Stavano per sbarcare in Africa, nella terra che aveva visto nascere Annibale.
Quinto Trebellio e Sesto Digizio avevano condiviso il viaggio su una delle veloci triremi.
Enea pass da qui disse Trebellio. Era una delle poche nozioni sulla storia di Roma che conoscesse.
E perfino lui dovette fuggire rispose Digizio.
S concluse l'altro.
Erano tribuni coraggiosi oltre ogni limite ed entrambi lo avevano dimostrato fino allo sfinimento sul campo di battaglia, eppure... eppure... i loro cuori palpitavano per uno strano timore, quasi premonitore.
Al segnale, i rematori lasciarono i remi. Tutti, tranne quelli della nave ammiraglia che continu a vogare fino a raggiungere la spiaggia a sud del promontorio di Apollo.
All'improvviso, Publio e Lucio udirono l'assordante scricchiolio del legno. Il pesante ventre della quinquereme, stipato di armi, bestiame e provvigioni, era andato a sbattere contro la dura roccia dell'Africa.
Calarono una piccola imbarcazione su cui salirono il console, il fratello e dodici lictores che assunsero il ruolo di rematori improvvisati per condurre la scialuppa fino alla spiaggia. Publio Cornelio Scipione fu il primo a sbarcare e a mettere piede a terra. I suoi pesanti sandali militari s'immersero nell'acqua che gli arrivava alle gambe, all'altezza delle cosce. Il purpureo paludamentum si gonfiava fluttuando alle sue spalle mentre il proconsole si dirigeva verso la costa. Dopo di lui scesero il fratello e quindi i dodici lictores, che afferrarono la scialuppa per trascinarla sulla sabbia.
Publio cammin fino a riva, abbandonando il mare, le onde, la loro spuma alle sue spalle. I suoi sandali affondarono nella sabbia umida della costa africana lasciando dietro a s le orme del passaggio di un proconsole di Roma.

69. I MASSILI.
Nord della Numidia, primavera del 204 a.C.

Il giovane Massinissa, il re dei Massili esiliato nel Nord-Est della Numidia, aveva cavalcato per un intero giorno e un'intera notte senza mai fermarsi, raggiungendo le spiagge del Nord accompagnato dal suo piccolo gruppo di fiducia. Erano solo cento cavalieri a calpestare la sabbia dell'Africa con i loro cavalli neri e bianchi in quelle tiepide ore dell'alba. Gli animali erano stanchi, cos Massinissa ordin di rallentare la corsa. Continuando al passo, i cavalieri risalirono alcune elevate dune che s'interponevano tra loro e la parte sud del promontorio di Apollo.
Raggiunta la cima, Massinissa si rese conto che era valsa la pena di cavalcare senza tregua. Ai suoi piedi, lungo tutte le varie miglia della costa, decine, centinaia di imbarcazioni erano ancorate a pochi passi dalla spiaggia la cui sabbia s'intravvedeva appena, coperta com'era dai soldati: centinaia, migliaia di legionari stavano scaricando le navi, distribuendo tutto quello che prelevavano sull'intera superficie della costa. A duecento passi dal mare, i Romani avevano elevato un'imponente palizzata con, oltre al materiale che avevano portato con s, centinaia di palme da datteri che avevano abbattuto per completare la fortificazione. Inoltre, avevano gi predisposto vari punti di guardia verso l'interno, alcuni avamposti, uno dei quali molto vicino al punto in cui Massinissa e i suoi guerrieri si erano fermati.
Il giovane re cap che non doveva fare nulla, solamente aspettare. E difatti, dopo pochi minuti, la palizzata si apr al centro, dove, a quanto pareva, i legionari avevano costruito un'ampia porta dalla quale uscirono pi di trecento cavalieri della cavalleria romana. Questi cavalcarono al trotto fino a nemmeno cinquanta passi da Massinissa e i suoi uomini e l si fermarono. Era una distanza prudente: entro il limite della gittata delle lance ma con sufficiente spazio per lanciare un assalto al galoppo.
I Romani restavano fermi, in attesa. Massinissa ordin ai suoi di rimanere indietro mentre lui spronava la cavalcatura. Il re numida esiliato si diresse a trotto leggero, fino a raggiungere l'ufficiale al comando di quelle turmae romane.
Sono Massinissa, disse il monarca in un latino leggermente confuso ma comprensibile re dei Massili, e sono venuto qui per incontrare Publio Cornelio Scipione, generale di Roma.
I cavalli romani scalpitavano raspando con gli zoccoli la sabbia africana. L'ufficiale al comando, con il volto coperto dal pesante elmo, si avvicin a cavallo fino a trovarsi a un paio di passi da Massinissa.
Non mi riconosci, giovane re?
Massinissa lo guard con pi attenzione, poi sorrise e rispose.
Come vedi, Gaio Lelio, tribuno delle legioni di Roma, Massinissa  arrivato, fedele alla parola data.
Lelio gli rispose soddisfatto.
Ci ti onora. Ora accompagnami. I tuoi uomini possono rimanere qui. Nessuno dar loro fastidio e faremo portare acqua e cibo. Pare che abbiate cavalcato per molto tempo senza riposare.
Come sai, ardo dal desiderio di combattere agli ordini del generale.
Lelio lo guard e annu. Quel giovane re avrebbe presto avuto l'opportunit di lottare contro Numidi, Cartaginesi e ogni tipo di mercenario al servizio dell'impero punico fino a stancarsene. Oramai veterano e non solo di quella guerra ma anche di tante passate, cominciava a sorprendersi dell'ansia dei giovani di entrare in combattimento. Tuttavia, quello era un re deposto dagli alleati di Siface ed esiliato nel Nord-Est della Numidia, quindi la sua rabbia e la volont di recuperare il suo trono rubato producevano certamente un'inesauribile fonte di forza e di tenacia.
Lelio cavalcava al lato di Massinissa senza guardarlo. Sapeva che il giovane re ammirava il potere di Roma, ma che allo stesso tempo stava quantificando uomini, bestie e macchine da guerra cercando di verificare se quell'esercito fosse sufficiente per piegare Cartagine e Siface.
Publio si trovava nella tenda del praetorium eretta nel centro della baia dove i suoi uomini stavano scaricando tutte le provviste, animali e armi che avevano portato dalla Sicilia. Con lui c'erano Lucio Marcio e Silano. Il resto degli ufficiali, Quinto Trebellio, Sesto Digizio, Gaio Valerio e Mario Giuvenzio, si era posizionato in diversi punti della spiaggia per controllare che i tempi dello sbarco coincidessero con quelli impiegati per innalzare le fortificazioni necessarie, onde evitare che un attacco a sorpresa mettesse in pericolo le navi che si stava ancora finendo di scaricare. In quei giorni, Catone si teneva lontano dal praetorium, cosa che tutti gradivano, assorbito dai suoi compiti di quaestor, a controllare che non si perdessero provvigioni n armi durante il processo di sbarco.
Un lictor entr nella tenda e si diresse verso il console.
Il tribuno Gaio Lelio sta tornando, proconsole.
Massinissa  con lui?
S, mio generale.
D'accordo... questa  una grande notizia...
Tuttavia il lictor complet il suo messaggio con una certa amarezza.
S, mio generale, ma Massinissa ha portato con s appena cento cavalieri.
Cento cavalieri? chiese Marcio, incredulo.
Il soldato annu e abbass lo sguardo. Il proconsole gli ordin di uscire e il legionario se ne and lasciando Publio solo con Marcio e Silano.
Cento cavalieri non saranno di grande aiuto aggiunse Silano.
Il proconsole annu e poi disse: Massinissa ha affrontato spesso Siface ed  stato sconfitto pi di una volta; talvolta lo hanno anche dato per morto, ma nell'ultima occasione  riuscito ad armare un esercito di quattromila cavalieri. Oggi, invece, si  presentato con pochi uomini. Ascoltiamolo prima di giudicare.
I due tribuni confermarono scuotendo la testa che erano d'accordo con il proconsole.
Dopo poco entrarono nel praetorium Gaio Lelio e il re Massinissa in persona. Fu quest'ultimo a parlare per primo.
Sono felice di rivederti, Publio Cornelio Scipione, proconsole di Roma. Con le tue legioni e il mio popolo uniti riusciremo finalmente a sconfiggere i nostri comuni nemici.
Publio gli rispose con una certa freddezza. Anche lui, come i suoi tribuni, si era aspettato... aveva bisogno di pi cavalieri. La cavalleria romana era ben preparata ma scarsa, nonostante il suo stratagemma a Siracusa per rinforzarla, e i Cartaginesi avevano probabilmente almeno mille cavalieri numidi forniti da Siface. Che cavalleria potevano contrapporre a una tale forza? Prima, aveva confidato nel fatto che Siface non l'avrebbe attaccato, cosa che invece ora non si poteva evitare, poi aveva riposto le speranze in Massinissa e questi arrivava con appena cento cavalieri.
Quando tuttavia il giovane re cominci a spiegarsi, Publio interruppe le proprie congetture per ascoltarlo attentamente.
Come sai, mi sono battuto varie volte contro Siface per recuperare la parte della Numidia che legittimamente mi appartiene, ma lui, aiutato dai Cartaginesi, mi ha sconfitto in due occasioni. Ho perso molti uomini, buoni soldati, buoni e leali amici e patrioti e, come vedi, sono rimasto con solo una manciata di cavalieri. I Massili sono sottomessi alle truppe di Siface che ora domina l'intera Numidia, ma nessuno del mio popolo lo vuole come re, lo vedono per quello che , un usurpatore e un tiranno.  crudele, egoista e maltratta il mio popolo. Per due volte ho ottenuto che i Massili, da me guidati, alzassero le armi contro di lui e per due volte ho fallito; ma so di potere ancora contare sull'appoggio e la stima della mia gente. Loro sanno che ho perso perch ho sempre dovuto affrontare eserciti molti pi numerosi e meglio armati, e conoscono il mio onore e il mio coraggio. Sono sicuro che quando i Massili vedranno che ora godo dell'appoggio di Roma, quando nei campi e nelle citt del Nord della Numidia girer la voce che Massinissa ha ottenuto l'aiuto di Publio Cornelio Scipione, che questi  sbarcato in Africa, sono sicuro che allora riuscir a ottenere pi cavalieri, un vero esercito di cavalleria per servirti. So anche che ai tuoi occhi e a quelli dei tuoi ufficiali io ora non posso apparire che un povero esiliato senza potere n forza, ma conoscete il mio onore. Avevo promesso che appena tu fossi sbarcato in Africa sarei arrivato per mettermi sotto i tuoi ordini, e ora sono qui, sono qui per te. Una volta tu hai risparmiato la vita di uno dei miei familiari, in Hispania. Da quel momento ho deciso di giudicarti per le tue azioni nei miei confronti e non per quello che i Cartaginesi raccontano di te, e so di aver fatto bene. Ti chiedo solo di fare lo stesso con me. Di giudicarmi per quello che vedi e non per quello che ti dicono o ti raccontano sul mio conto i Cartaginesi o gli uomini di Siface. Sono stato di parola. Ti chiedo una cosa sola, nobile proconsole di Roma: Siface ha forse rispettato la promessa che ti aveva fatto?
Publio aveva gi informato i suoi ufficiali del fatto che Siface non era pi disposto ad appoggiarli nella loro campagna in Africa e che esisteva perfino la possibilit che li attaccasse. Sulle prime, quelle notizie erano piombate come un terribile getto d'acqua fredda su tutti i tribuni e i centurioni, anche se poi erano state digerite e accettate: aver avuto quelle informazioni in precedenza fece ora apprezzare a Marcio e Silano l'autentico valore delle parole del giovane re esiliato da Siface.
Publio diede voce ai pensieri dei suoi ufficiali.
Hai ragione su tutto, giovane re dei Massili. Le tue azioni testimoniano il tuo onore e la tua nobilt. Tu mi hai rispettato e io sempre ti rispetter, finch le tue azioni avvaloreranno il voto di lealt verso Roma. Ma la battaglia che ci aspetta sar di proporzioni gigantesche e le scarse forze della cavalleria che ci hai portato risultano essere molto al di sotto delle aspettative che tu stesso ci facesti intendere in Hispania.
Lo so, ma ci non  dipeso dalla mia volont. Lasciami combattere sotto il tuo comando, dammi questa opportunit e appena otterremo una minima vittoria, per quanto piccola sia, decine, centinaia di Massili si uniranno a me per combattere ai tuoi ordini. Te lo giuro in nome dei miei di.
Il proconsole guard i suoi ufficiali. Questi annuirono e Publio rispose al giovane re.
Almeno tu, Massinissa, re dei Massili, non cambierai la tua lealt per il bacio di una donna, non  vero?
L'allusione a Sofonisba colse di sorpresa il re numida esiliato che abbass per un momento lo sguardo, cosa che non pass inosservata al console; ma poi torn rapidamente a sollevarlo, per affrontare l'espressione seria del generale romano.
Ti sar sempre leale.
Publio lo guard dall'alto al basso, ponderando il valore di quella risposta e il tono emotivo con cui era stata pronunciata. Era una lealt indiscriminata quella che il numida gli offriva? C'era qualcosa che lo faceva diffidare, ma il console aveva bisogno di rinforzi, di alleati, per pochi che potessero essere, e disprezzare Massinissa in questo momento non avrebbe fatto altro che generare un ulteriore nemico in Africa. Cos Publio sospir e rispose occultando sotto il manto delle parole i dubbi e le domande. Solo gli di potevano sapere se stava facendo la cosa giusta.
E sia, re Massinissa, accett infine entrerai al servizio di Roma. A partire da questo momento mi servirai come forza di cavalleria di appoggio nelle manovre della campagna che le legioni V e VI di Roma stanno preparando per la conquista dell'Africa e, come tu stesso hai detto, che siano le tue azioni in guerra a dimostrarmi che quella odierna  stata una giusta decisione. Se dimostrerai coraggio nella campagna che stiamo per intraprendere, io ti appogger personalmente per farti recuperare la parte della Numidia che ti appartiene. Scelgo Giove, Marte e il resto degli di come testimoni di questo patto.
Poi Publio si avvicin a Massinissa e lo abbracci, sorprendendo il giovane monarca esiliato che per accett con gratitudine. Si stavano separando dall'abbraccio, quando uno dei lictores entr nella tenda.
Mio generale, hanno catturato alcuni pescatori delle citt vicine, forse di Utica. Che ne facciamo di loro?
Publio si guard intorno. Lelio, Silano e Marcio tacquero e Massinissa osserv un rispettoso silenzio. Non voleva cominciare il servizio sotto il proconsole immischiandosi in affari che non lo riguardavano. Da quel momento, almeno per un po' di tempo, doveva limitarsi a ricevere gli ordini e a eseguirli.
Il console fiss dunque il lictor.
Cosa hanno visto questi uomini?
Il soldato cap che la vita di quegli uomini dipendeva dalla sua risposta, ma non poteva venir meno al suo dovere, che corrispondeva a informare il console con esattezza.
Hanno visto tutto, mio generale. Li hanno presi mentre uscivano dal promontorio di Apollo. Probabilmente stavano navigando di ritorno alla loro citt e si sono imbattuti nella nostra flotta. Sono passati tra le triremi, le chiatte di trasporto, hanno visto tutto il nostro esercito, le armi d'assedio, le catapulte, il bestiame, le provviste. Hanno visto tutto.
Per Castore e Polluce, capisco... disse il proconsole, e si ferm a riflettere.
Tutti aspettavano la sentenza del generale quando Publio Cornelio Scipione scoppi in una sonora risata.
Perfetto, liberateli, lasciateli andare e che corrano a raccontare tutto quello che hanno visto. Che seminino la paura nella loro citt e che da l si propaghi per tutta l'Africa. Che siano i nostri messaggeri del terrore che dilagher per tutta questa terra finch Cartagine non cadr o non si arrender senza condizioni. Lasciateli, che vedano quanto poco ci importa che sappiano che siamo qui.
Il lictor salut il console e usc di corsa dal praetorium. Lelio intervenne.
Credevo che fosse importante l'elemento sorpresa disse. Ora tutti ci aspetteranno.
S, disse Publio tutti ci aspetteranno... a Cartagine... Ma noi, noi, Lelio, Silano, Marcio, il re Massinissa, noi tutti non marceremo verso Cartagine.
No? chiese Lelio.
No, caro Lelio. No. Noi marceremo verso Utica. Domani. All'alba.

70. L'ASSEDIO DI UTICA.
Africa, aprile 204 a.C.

I cittadini di Utica avevano serrato le porte della citt, eretta in prossimit della foce del fiume Bagrada, proprio sul cammino verso Cartagine. Tutti avevano paura, ma durante i giorni che avevano preceduto l'arrivo dei Romani si erano consolati con l'idea che le legioni del proconsole sarebbero passate vicino alla citt, avrebbero saccheggiato i loro campi e i granai sulla strada diretta a Cartagine, ma non si sarebbero fermate, per dirigersi verso quello che doveva essere con ogni probabilit il loro obiettivo principale: conquistare la capitale dell'impero punico.
Quale fu invece il loro tormento e il loro dolore quando si resero conto che il console, invece di proseguire l'avanzata con le sue truppe, si era fermato davanti alle mura della loro citt e aveva inviato dei messaggeri per negoziare.
Gli abitanti di Utica non aprirono le porte ai messaggeri, per, nell'intento di ridurre i danni che i Romani potevano provocare, parlarono con loro dalle mura. Il messaggio degli inviati del console era irremovibile: o consegnavano la fortezza o l'avrebbero rasa al suolo. Come c'era da aspettarsi, gli abitanti di Utica si rifiutarono di arrendersi.
Dopo la partenza dei messaggeri, i governanti della citt si riunirono e si accordarono per preparare la difesa. Le mura che li proteggevano erano possenti, ma non come quelle dell'inespugnabile Cartagine, anche se sufficientemente robuste e alte per resistere a un lungo assedio, che fosse da terra, dal mare o da entrambi contemporaneamente. Decisero anche di inviare messaggeri via terra e via mare quando il riparo dell'oscurit della notte lo avrebbe permesso, pur non rivelandosi necessario dal momento che l'intera Africa ormai sapeva dell'arrivo delle legioni romane, le legioni che gli stessi Romani chiamavano maledette perch costituite dai resti delle truppe che erano fuggite dal massacro di Canne in cui Annibale aveva sbaragliato sei legioni di Roma in un giorno solo. Non erano quindi truppe che infondessero un eccessivo timore. Dovevano solo resistere il tempo necessario perch Cartagine organizzasse l'esercito che in pochi giorni sarebbe giunto a Utica per mettere in fuga dei Romani tanto folli da sbarcare in Africa e credere di riuscire, con solo due legioni e qualche volontario, a piegare la forza e il potere di una citt come Cartagine che teneva in scacco Roma da pi di quattordici anni.
Utica disse Publio indicando le mura dietro le quali si rifugiavano tutti i Cartaginesi e gli Africani delle regioni intorno alla foce del fiume Bagrada.
Gli ufficiali del proconsole si divisero. Tutti conoscevano il proprio compito, cos rimasero con il console solamente i suoi lictores, suo fratello Lucio, il re Massinissa, curioso com'era di scoprire il piano preparato dai Romani per prendere la fortezza, e Lelio. Catone, intanto, continuava a mantenersi nella retroguardia: la sua missione non consisteva nel dirigere un attacco, ma nel supervisionare le provvigioni e le armi quando queste venivano richieste.
Vari manipoli della V legione cominciarono, in base agli ordini di Gaio Valerio, a innalzare due grandi torri d'assedio, che costruirono vicino alle mura della citt, ma a una distanza sufficiente da rimanere protette da qualunque tipo di arma da lancio. Silano, al comando dell'esercito di volontari, inizi una serie di cariche contro la porta della citt, che venivano sistematicamente respinte dai difensori con lanci di giavellotti, frecce e, quando i legionari di Silano arrivavano sotto le mura, con olio bollente. Quinto Trebellio a un estremo e Mario Giuvenzio all'altro, insieme agli uomini della VI, cominciarono a rimuovere il terreno intorno alle mura accumulandone enormi quantit in modo da creare un gigantesco terrapieno che, a poco a poco, man mano che si avvicinavano alle mura, cresceva e cresceva, con l'obiettivo di raggiungerne l'altezza. Il lavoro sarebbe durato giorni.
Massinissa teneva gli occhi ben aperti mentre assimilava con autentica passione tutto quello a cui stava assistendo. Inoltre, dal punto in cui si trovavano, era possibile osservare parte della flotta del proconsole che si avvicinava via mare, al comando di Marcio appoggiato da Digizio.
Vado a cominciare la mia? chiese Lelio al console.
S rispose Publio. Hai un giorno per montarla e domani all'alba attaccheremo da ogni lato. Utica deve cadere prima che Cartagine si muova e ci circondi con le sue truppe.
Gaio Lelio accett l'ordine e s'incammin verso la spiaggia. In fondo era quasi contento. Quell'assedio lo teneva lontano da Netikerty: l'ultima persona che avrebbe voluto vedere in quel momento e che Publio aveva invece deciso di portare in Africa nel caso potesse essere utile.
Nel tragitto verso la spiaggia il tribuno veterano sput a terra maledicendo la sorte. Si sentiva solo. Con Publio ancora emotivamente distante e i propri sentimenti traditi da Netikerty, cominciava ad accarezzare l'idea che, forse, una morte sul campo di battaglia potesse essere la maniera pi nobile di porre fine alla propria vita al servizio di Roma.
Dall'alto di un promontorio, il proconsole, accompagnato ora solo dal fratello Lucio, osservava le manovre dei suoi legionari. Massinissa lo interpell con curiosit. Dove sta andando Gaio Lelio?
Va a innalzare una torre d'assedio che monter sulle nostre due navi pi grandi, le due quinqueremi, e che avvicineremo a Utica per intraprendere la conquista delle mura che si affacciano sul mare. Sar un'azione molto simile a quella che attu a Carthago Nova con successo, anche se gli cost quasi la vita. Questo  il suo compito.
Ci riuscir?
 quello che spero concluse il console.
Io credo di s sentenzi Lucio. Lelio  fatto di una pasta dura.
Passarono alcuni minuti di silenzio finch Massinissa torn ancora a interrogare il console.
Tutti sono di utilit, tutti si stanno dando da fare per conquistare la citt per te, tutti tranne me. Non c' nulla che io possa fare?
Publio gli rispose senza guardarlo. Era troppo preso dalla supervisione delle manovre che i suoi legionari stavano portando a termine cos come aveva ordinato.
Tu e i tuoi uomini fate parte della mia cavalleria ora, e la cavalleria non  utile in un assedio. Ma arriver il momento di combattere in campo aperto e per allora, giovane re, per allora mi servirai.
Massinissa accett la risposta, anche se si sentiva a disagio, inquieto, a non muovere un dito mentre venticinquemila legionari lavoravano a ritmo serrato, alcuni attaccando, altri costruendo torri e terrapieni da dove continuare l'assedio e l'abbattimento delle difese della citt. Era ancora assorto nei suoi pensieri quando venne improvvisamente interrotto dal fragore delle pietre che si schiantavano contro le mura intorno alla grande porta di Utica. Le catapulte di Silano avevano cominciato a lanciare.

71. LA REGINA DELLA NUMIDIA.
Cirta, aprile 204 a.C.

Cosa aspetti ad aiutare il mio popolo? chiese la regina Sofonisba al potente re della Numidia.
Siface la guard con aria divertita. La giovane si era spogliata per lui ed era ai piedi del suo letto, vestita solo di una collana d'oro e di perle, bracciali d'argento e un bracciale d'oro. Collana e bracciali d'argento erano regali del re, mentre del misterioso bracciale d'oro Siface aveva domandato una volta la provenienza senza ottenere risposta. Era avvenuto durante la notte di nozze. Alcuni giorni dopo il re era tornato a insistere e la giovane moglie gli aveva spiegato che il braccialetto era un regalo di suo padre. Lui le aveva fatto cenno di toglierlo.
Se il mio re  infastidito dal braccialetto lo toglier e non lo indosser pi, ma  un ricordo di mio padre, della mia patria e, se al mio re forte e bello non dispiace, vorrei poterlo tenere.
Siface, come in molte altre occasioni, aveva ceduto. Che importava se una figlia voleva indossare il gioiello regalatole dal padre? Quasi lo commuoveva: tanto sfacciata a letto e poi questi gesti di tenera innocenza filiale... Tutto ci la rendeva ancor pi desiderabile ai suoi occhi. Per quello era avvenuto tempo prima. Ora, invece, le pretese di Sofonisba si erano fatte pi esigenti. Aveva cominciato chiedendo di indossare un gioiello che non era un regalo del re, poi aveva continuato pregandolo di troncare l'alleanza con il generale romano Scipione, e ora, dopo che il romano era sbarcato in Africa disattendendo tutti gli avvertimenti che lui gli aveva fatto, Sofonisba lo invitava, continuamente, ad attaccarlo. Siface era un uomo cauto, restio a entrare in guerra quando non era strettamente necessario. Anche perch la guerra era un vero fastidio per lui: si mangiava peggio, si doveva combattere, anche se lui lo faceva sempre meno limitandosi a inviare il suo esercito, e, soprattutto, si vedeva privato del piacere di fare l'amore quando voleva, poich le lunghe cavalcate, la preoccupazione sulla conduzione della guerra, l'evitare le rivolte, il conquistare citt erano compiti che pur portando alla gloria e al potere diminuivano per le sue energie a letto, il luogo dove pi si divertiva e dove pi gli piaceva stare.
Cosa aspetta il mio re a mantenere le promesse fatte alla sua umile e servizievole moglie? Il generale romano ti sta sfidando; ha deciso di sbarcare nonostante i tuoi avvertimenti, e questa , a tutti gli effetti, un'aggressione.
Sofonisba era abile con le parole, quasi quanto con il suo corpo nudo. Siface la guardava come chi ammira un meraviglioso trofeo di caccia trasportato da un luogo all'altro perch tutti vedano ci che si  stati capaci di catturare con le proprie mani.
Sto aspettando che me lo chiedano rispose alla fine il re.
Sono io che te lo sto chiedendo, che ti sto pregando, supplicando disse Sofonisba con apparenti lacrime di dolore.
Che me lo chiedano da Cartagine specific Siface.
Non aveva ancora terminato di pronunciare quella sentenza che un soldato chiese dall'esterno della tenda il permesso di parlare con il suo re. Siface guard la giovane moglie e questa si copr con una pelle di leone. Il re lo chiam e il guerriero numida entr nella tenda.
Parla.
Cartagine ha inviato dei messaggeri. Sollecitano l'aiuto del re Siface per cacciare il romano dall'Africa.
Sofonisba sorrise. Il re la guard serio. Fece un cenno con la mano e il guerriero usc. Quest'ultimo si aspettava una risposta, ma se il suo re non voleva darla in quel momento e gli ordinava di uscire, uscire era quello che doveva fare. Siface continuava a guardare Sofonisba che, senza pi sorridere, abbass lo sguardo.
Cosa farai ora, mio re? chiese la giovane mentre si scopriva lentamente, tirando via, a poco a poco, la grande pelle di leone sotto cui aveva nascosto il bel corpo.
A quel punto fu il re a sorridere.
Prima di tutto ti possieder fino a non poterne pi. Poi, dormir fino a recuperare le forze. Quindi manger fino a essere sazio e infine accorrer in aiuto di Cartagine. Inoltre, c' qualcos'altro che io so e che tu ancora non sai.
Sofonisba, ora completamente nuda, lo guard incuriosita.
Cos'altro sai, mio re?
So che il ribelle Massinissa, dopo essermi sfuggito per la seconda volta, si  rifugiato dal generale romano. Ci aggiunge un elemento interessante ai miei occhi. Attaccare il romano non sar pi solo una questione politica e di alleanze, ma qualcosa di molto pi personale. Non vedo l'ora di decapitare questo massile e infilzare la sua sleale testa su un giavellotto. Questo sar l'unico modo per convincere i Massili a cessare di riprendere le armi contro di me ogni volta che riduco la presenza dei miei eserciti nel Nord-Est.
Capisco disse Sofonisba riflettendo, lasciando inconsciamente che la mano sinistra accarezzasse il braccialetto dorato che circondava il suo avambraccio destro.
Il gesto non pass inosservato all'esperto re dei Numidi. Siface aggrott la fronte e si fece pensieroso.
E quando desidera il mio re cominciare a possedermi? chiese Sofonisba, avanzando nuda verso di lui come una leonessa in calore, dissipando con la propria sensualit gli interrogativi di Siface e annegandolo in un mare di baci lascivi e carezze eccitanti che trasportarono il numida negli angoli pi perversi del piacere.
Nell'istante culminante, il re della Numidia pens che quei momenti valevano una guerra.

72. LA RESISTENZA DI UTICA.
Utica, maggio 204 a.C.

I Romani stavano attaccando senza tregua le mura di Utica, ma i difensori combattevano con notevole destrezza militare e fiduciosi del fatto che sarebbe presto giunto l'aiuto da Cartagine. Gli attacchi contro la porta venivano respinti con frecce, lance e, quando il vento era favorevole, gettando fiamme che incendiavano i grandi tronchi impiegati come arieti che i legionari della V agli ordini di Silano usavano per colpire furiosamente i giganteschi portoni di legno e di ferro della citt. I terrapieni erano quasi pronti, avendo gli uomini della VI lavorato senza sosta incitati da Quinto Trebellio e Mario Giuvenzio. Ma i difensori avevano cominciato a usare le catapulte lanciando dall'interno della citt enormi pietre che cadevano a piombo sull'immenso terrapieno, demolendo i blocchi di terra battuta e trasformando il lavoro dei legionari della VI in un'opera eternamente incompiuta.
Le torri d'assedio sono pronte annunci Gaio Valerio orgoglioso.
E sia, dunque rispose nervosamente il proconsole di Roma. Per Castore e Polluce, avanti con quelle.
L'offensiva contro Utica continuava ormai da giorni, le perdite erano copiose, tanti i feriti, e i progressi verso una possibile conquista della citt piuttosto scarsi. Gaio Lelio stava risalendo la collina fino al praetorium. Appariva stanco ma soddisfatto.
 pronta disse.
Perfetto rispose Publio, confidando nel fatto che si stesse avvicinando la conclusione di quell'impresa militare. Avanti! Per Ercole, le tre torri tutte insieme! S! Utica ceder!
Il re Massinissa vide come, ancora una volta, gli ufficiali del proconsole correvano a mettere in atto gli ordini ricevuti, tutti tranne Lucio, il fratello del generale romano, che rimase accanto a lui. Guard sbigottito le due gigantesche torri d'assedio, costruite dai legionari della V in quegli ultimi giorni, pesanti ma solide, che si muovevano trainate dai cavalli e dagli uomini verso le mura di Utica.
Marco Porcio Catone si sistem al suo fianco. Quella mattina, il quaestor aveva deciso di avventurarsi ad assistere al nuovo intento del proconsole di piegare i cittadini di Utica. La feroce resistenza della citt alimentava la curiosit di Catone che voleva osservare il nuovo spiegamento del generale con pi attenzione. Il quaestor aveva il buon presentimento che tutto sarebbe finito con un fallimento.
Dalla citt i difensori videro sopraggiungere ci che gi si aspettavano, dato che avevano assistito, giorno dopo giorno, allo sforzo dei Romani per erigere quegli enormi mostri di legno che ora stavano trainando verso le loro mura. Tuttavia la loro sorpresa e lo sconforto furono perfino maggiori quando si resero conto che per mare, su due enormi quinqueremi che i Romani avevano ancorato e tenuto nascoste dietro un meandro della baia, navigava una terza e immensa torre d'assedio, sospesa sopra una complessa piattaforma elaborata con i corvus e la manus ferrea di entrambe le navi unite e rinsaldate da pi tronchi, funi e rinforzi di ferro. Gaio Lelio dirigeva le operazioni di avvicinamento alle mura marine di Utica.
Publio, accanto al fratello, assisteva nervoso ma pi fiducioso rispetto a come si era sentito negli ultimi giorni. Dopotutto, gli interminabili terrapieni forse non sarebbero stati necessari. Da terra, le enormi torri di assedio si avvicinavano pesantemente con il loro carico di uomini e armi verso le mura di Utica; dal mare, le quinqueremi navigarono finch le prue non sbatterono contro il muro della citt che s'immergeva nelle profondit del mare.
Gaio Lelio risal da una delle grandi navi l'interno della torre marina fino ad arrivare al suo punto pi alto. Da l grid forte: Aprite il portone! Per Ercole, abbassate quel maledetto ponte!.
I legionari tagliarono con le asce le corde che sostenevano la lunga porta di legno che, come una gigantesca manus ferrea elevata, cadde violentemente sulle fortificazioni in cima alle mura che difendevano la citt dagli attacchi per mare. Attraverso il ponte cominciarono a passare fiotti di legionari incitati dalla voce di Lelio.
All'attacco, all'attacco! Per Roma! Per il proconsole! Per le legioni!
I difensori per avevano avuto il tempo di accorgersi dove sarebbe caduto il ponte della torre marina, poich le quinqueremi, a causa dei loro ventri appesantiti dal peso dell'enorme torre, si erano avvicinate con troppa lentezza verso le mura; cos, i legionari furono accolti da varie raffiche di lance e di frecce che sembravano non finire mai. Decine di legionari caddero in mare, attraversati come frutti maturi, mentre altri tentavano di resistere alla carica proteggendosi come potevano con i loro scudi.
Mantenete la formazione! si sgolava Lelio, difendendosi anche lui con un grande scudo di pelle indurita e rinforzato con ferro. Mantenete la posizione e avanzate, maledetti! Avanzate!
In quel momento accadde qualcosa d'inaspettato. Gli abitanti di Utica interruppero improvvisamente la difesa per lasciar passare un reparto dei loro migliori soldati che subito si scagli sul ponte della torre marina entrando in combattimento con i legionari. Questi, sorpresi dal repentino attacco da parte di coloro che pensavano si sarebbero semplicemente difesi da dietro le mura, indietreggiarono, a poco a poco. Ci nonostante, Gaio Lelio si apr il cammino tra i suoi uomini e raggiunse la prima linea d'attacco. Infilz la spada nella spalla di un cartaginese, si abbass, colp al ginocchio un altro che si accasci per il dolore e ne approfitt per tagliargli la gola lasciata scoperta. Facendosi largo attraverso lo spazio abbandonato dai Cartaginesi colpiti, Gaio Lelio cominci a spingere al contrattacco i suoi uomini che, incoraggiati dalla presenza del tribuno, si ripresero e tornarono verso il ponte. Intanto, i difensori tornarono a darsi da fare e dalle mura ripresero a piovere frecce infuocate sulle quinqueremi.
Inizialmente, Marcio e i suoi uomini erano riusciti a spegnere i piccoli incendi che scoppiavano da ogni parte, ma poi la pioggia di frecce infuocate divenne tale che alla fine le fiamme si espansero per gli interi fianchi di entrambe le navi e cominciarono a risalire sulla torre dilagando lungo le travi di legno. Marcio guard in alto. Dalla cima della torre Gaio Lelio combatteva accanitamente sul ponte, ma di sotto tutto sembrava ormai perduto. Il fuoco stava consumando ogni cosa e i suoi uomini si buttavano in mare, nuotando tra le frecce e le lance per raggiungere le triremi che Digizio, saggiamente, aveva avvicinato per permettere ai legionari di arrivarvi a nuoto e rifugiarvisi, ma non abbastanza da evitare di diventare bersagli della stessa pioggia di lance, pietre e dardi infuocati che aveva distrutto le quinqueremi.
Marcio grid: Lelio, a mare, a mare, a mare! Per Giove, buttatevi a mare! Tutti!.
Proprio in quel momento, una delle due navi che sostenevano la torre lanci un lungo e assordante stridio, quasi un urlo di morte, preludio della sua agonia. Marcio sent il pavimento della coperta tremare sotto i piedi e, senza attendere un momento di pi, si butt in mare insieme ai pochi marinai rimasti al suo fianco. La scossa della nave che si spaccava fece tremare simultaneamente le deboli travi della torre gi consumate dalle fiamme, provocandone il crollo della maggior parte.
Gaio Lelio continuava a trafiggere, a tagliare e a proteggersi con lo scudo, circondato da un numeroso gruppo di legionari, quando il pavimento del ponte si sollev da sinistra a destra, e quasi senza avere il tempo di rendersene conto, Romani e Cartaginesi volarono in aria finendo direttamente in acqua.
Sulla terraferma, la sorte delle altre due torri d'assedio non era stata migliore.
Publio Cornelio Scipione, insieme al giovane Massinissa, osservava il divampare delle fiamme provocato dalle innumerevoli raffiche di frecce infuocate che i Cartaginesi avevano lanciato dall'interno della citt e dalle loro mura. I legionari della V arretravano spaventati e cercavano rifugio allontanandosi da quelle mura che continuavano a sputare fuoco, pece bollente e morte. Gaio Valerio, in mezzo a tutto quel caos, tentava di riordinare e riformare le file dei suoi manipoli.
Fermatevi, maledetti, fermatevi e tornate alle torri! Per Ercole, dobbiamo risalire le torri!
Ma i fatti risposero alle parole del primus pilus con la cruda e incontestabile realt: le torri, avvolte dalle fiamme, caddero quasi contemporaneamente su un fianco, come alberi abbattuti dall'inesorabile ascia di fuoco di un boscaiolo.
Publio si pass il palmo della mano destra sulla testa, dall'alto al basso, e abbass lo sguardo. Sospir. Poi si pass la mano sinistra sul mento perfettamente rasato e sospir ancora. Lucio taceva. Non voleva provocare ulteriore dolore al fratello con commenti inopportuni. Intanto, alle sue spalle, arrivarono contemporaneamente due messaggeri a cavallo. Il proconsole si volse verso di loro. I lictores, che riconobbero i due centurioni della V, si fecero da parte. I due uomini si guardarono come per chiedersi chi dei due dovesse parlare per primo, ma il proconsole non aveva tempo da perdere e si rivolse a quello che era arrivato dalla spiaggia per primo.
Parla, centurione.
S, mio generale. La torre d'assedio delle quinqueremi  crollata e con essa sono morti molti uomini, ma il tribuno Gaio Lelio, che si trovava in cima alla torre insieme ad altri,  miracolosamente sopravvissuto e sta bene, mio generale.
Publio annu ripetutamente. Aveva assistito al crollo della torre marina a distanza, ma sapere che Lelio stava bene nonostante quel disastro era un'importante notizia che era ben lieto di ricevere.
Bene, centurione, bene... Molti uomini... quanti uomini esattamente?
Non lo so, mio generale. Marcio e Lelio hanno calcolato circa un centinaio di morti e una trentina di feriti.
Cento, centotrenta uomini fuori combattimento e almeno altrettanti, o probabilmente di pi, caduti con le torri d'assedio dirette da Gaio Valerio. Avevano perso pi di duecento uomini e non avevano ottenuto nulla. Nulla. Il proconsole avvert la figura di Catone in piedi, alle sue spalle, che si muoveva lentamente, e percep la soddisfazione del quaestor. In ogni caso, almeno per il momento, Catone rimaneva in silenzio. Ma doveva ancora ascoltare il secondo messaggero. Publio si limit a guardarlo e quello cominci a parlare.
I Cartaginesi hanno inviato un esercito di cavalleria da Cartagine. Si tratta di quattromila cavalieri, mio generale.
Quattromila cavalieri. Quattromila.
E nessun'altro? chiese il console. Non hanno inviato anche la fanteria con loro?
Questo  quanto abbiamo visto. Si sono rifugiati nella citt di Saleca, a un giorno di cavallo da qui.
In una citt? Publio se ne meravigli e guard Lucio, il quale fece spallucce, e poi il re dei Massili. Un esercito di cavalleria accampato in una citt in piena primavera, quasi in estate?
Massinissa condivideva lo stesso stupore. Una cavalleria non valeva nulla all'interno delle mura di una citt. Con il bel tempo di quei giorni, avrebbero dovuto accamparsi in campo aperto, dove gli uomini potevano rapidamente montare a cavallo e lanciarsi alla carica attraverso un'ampia pianura. Era in un luogo tale che la forza devastante di una cos numerosa cavalleria risultava praticamente invincibile.
Sappiamo chi  il genio che comanda questo esercito di cavalleria? chiese Publio.
Abbiamo catturato alcuni mercanti che uscivano da Saleca. Dicono che sono arrivati sotto il comando di Annone.
Il console si volt verso Massinissa.
 un inetto conferm il re esiliato.  arrogante e incompetente in termini militari.
Publio assent. La scelta di condurre la cavalleria dentro una citt confermava l'opinione di Massinissa.
Bene disse dunque il proconsole. Ardevi dal desiderio di servirmi, non  vero, giovane re dei Massili? Ecco la tua occasione. Raccoglierai i tuoi uomini e attaccherai Saleca.
Il re lo guard confuso. Disponeva di soli duecento cavalieri e questo grazie al fatto che alcuni Massili si erano uniti a lui di recente, attratti dalla presenza delle legioni romane; ma Annone, per quanto incompetente, ne possedeva quattromila. Tuttavia il proconsole non gli diede il tempo di replicare.
Partirete all'alba specific Publio mentre scendeva dalla collina per andare a riorganizzare l'esercito dopo quel disastroso assedio. E senza voltarsi indietro aggiunse: Ti dar alcuni rinforzi perch tu possa tornare vivo da Saleca.
Il giovane re Massinissa rimase a osservare il proconsole che, circondato dai suoi dodici lictores e accompagnato dal fratello Lucio e dai due centurioni che avevano portato quelle notizie, discendeva la collina lasciandolo solo con due delle sue guardie numide e un silenzioso Marco Porcio Catone che ancora contemplava le fiamme che stavano consumando le ormai distrutte torri d'assedio romane. Massinissa scuoteva la testa. Di fatto, tutt'intorno a Utica c'erano solo fiamme, mentre centinaia di Romani si affannavano a ritirare i feriti e a raccogliere le armi disperse in prossimit delle torri distrutte. Sulla spiaggia venivano depositati altri morti e feriti provenienti dalle triremi. L'assedio si stava trasformando in un totale e completo disastro e ora quell'uomo lo mandava con i suoi pochi cavalieri incontro a un esercito venti volte pi numeroso. Alcuni rinforzi? Cosa intendeva il console per alcuni rinforzi? Quello era lo stesso uomo che aveva conquistato l'Hispania?
Una delle guardie numide si avvicin al re.
Che cosa facciamo? chiese nella loro lingua.
Ci prepariamo allo scontro, rispose Massinissa forse sar il nostro ultimo combattimento. E gli pose una mano sulla spalla.
La giovane guardia si sent lusingata e orgogliosa del fatto che il re la trattasse con quella familiarit. Discesero la collina.
Catone si sedette sopra una pietra. Lo spettacolo infernale delle legioni maledette che ripiegavano e ritiravano i feriti era appassionante. Aveva delle ottime notizie da dare a Quinto Fabio Massimo.
All'interno della sua tenda, steso su un fianco mentre il medico Attilio gli curava alcune ferite, il tribuno Gaio Lelio malediceva la sfortuna. In quel momento Publio fece irruzione. Il medico, Netikerty e un paio di schiavi che stavano assistendo Attilio uscirono sotto lo sguardo severo del proconsole. Lelio si volt e vide che il generale si sedeva accanto.
Stai bene? chiese Publio.
Sono stato meglio, ma se mi stai chiedendo se posso ancora combattere, s, s, posso farlo.
Bene.
Anche se ora, dopo il fallimento delle torri d'assedio, non so proprio che cosa faremo.
Publio abbass lo sguardo cercando una risposta. Infine lo risollev lentamente e parl con la determinazione propria dell'uomo tenace qual era.
Faremo, Lelio, la stessa cosa che sta facendo Annibale in Italia da quattordici anni: resistere.
Lelio annu mentre si massaggiava un enorme livido sulla gamba e contraeva il viso per il dolore.
E sia disse tra i denti.
I Cartaginesi hanno inviato quattromila cavalieri e ho pensato continu Publio che Lucio dovrebbe rimanere al comando qui a Utica, e tu e io ci occuperemo di questo esercito della cavalleria.
Lelio annu ancora e strinse le labbra. Publio gli appoggi allora la mano destra sulla spalla e senza dire altro usc dalla tenda.
C'erano molte cose a cui doveva pensare. L'invasione dell'Africa non era cominciata bene. Tutto il contrario che in Hispania. Il proconsole di Roma pass per l'accampamento sotto lo sguardo attento dei suoi uomini. Si sforz di camminare a testa alta, sicuro di s, come un capo che non perde la speranza.

73. LA CAVALLERIA DI ANNONE.
Nord Africa, giugno 204 a.C.

Massinissa cavalcava veloce, risoluto, seguito dai suoi duecento cavalieri numidi diretto alle porte di Saleca. Giunsero all'imbrunire e vari legionari sul posto, esploratori della V che controllavano la citt per poter informare in qualunque momento il proconsole sui possibili movimenti dei Cartaginesi, si meravigliarono dell'arrivo del giovane re dei Massili.
Sono ancora dentro la citt? chiese Massinissa senza scendere da cavallo.
S rispose il centurione al comando del posto di guardia.
Bene disse il re. Il proconsole mi ha mandato per attaccare Saleca.
Il romano non disse nulla e si limit a guardare lo scarso numero di uomini con cui il re esiliato del Nord-Est della Numidia, e al servizio del proconsole, era arrivato. Massinissa si rese conto che il centurione stava per scoppiare a ridere, ma che si tratteneva, sicuramente per rispetto, non tanto nei suoi confronti ma del proconsole che aveva ordinato la manovra: un ufficiale romano non poteva farsi beffe di ci che il suo generale ordinava, per quanto assurdo potesse sembrare.
Il sole era calato e le ombre della notte scendevano sopra Saleca. Massinissa decise di non fare caso a quei legionari. Era evidente che il proconsole rendeva partecipi delle sue complesse strategie solo pochi eletti e lui era tra questi, al contrario di quegli esploratori. Se il generale romano fosse riuscito a vincere in Africa, lui sarebbe senz'altro tornato a essere re. Anche se ci che aveva visto a Utica non presagiva nulla di buono, non aveva n altra scelta n altri alleati. Siface aveva messo una taglia sulla sua testa, gli erano rimasti pochi uomini fedeli, il suo popolo era sottomesso e i Cartaginesi dipendevano da Siface nella lotta contro Roma. Solo Roma era sua alleata e Roma aveva inviato quel generale, quel proconsole. Massinissa not che i legionari avevano acceso un fuoco.
Non  venuto nessuno a controllare questo fal? chiese il re numida ai Romani.
Il centurione neg scuotendo la testa.
Devono sentirsi molto sicuri questi Cartaginesi. Bene. Lo useremo noi allora.
E a un suo segnale i duecento cavalieri si avvicinarono al grande fal degli esploratori per accendere le loro torce.
Il reggimento numida di Massinissa, con lui in testa, si lanci poi al galoppo verso la citt di Saleca, di fronte allo sguardo perplesso del centurione e del suo piccolo gruppo di legionari.
Li massacreranno sentenzi mentre Massinissa era gi lontano. Bisogna riconoscere, per, che hanno coraggio.
I Numidi accelerarono quanto pi possibile il galoppo, tenendo alte le torce. Avvicinandosi alla citt si separarono in modo che, dalle fortificazioni di Saleca, i Cartaginesi che vigilavano l'orizzonte, colti di sorpresa, intravidero solo delle torce che avanzavano verso di loro in una lunga formazione che copriva quasi mezzo miglio. Impossibile quantificare, nella notte appena calata sul deserto africano, la quantit di nemici che attaccavano.
I Cartaginesi si misero in posizione raggiungendo in fretta e furia la cime delle non molto alte n ben protette mura di Saleca. Quella citt non era Utica, ma solo una piccola enclave dove i mercanti si fermavano per scambiare i prodotti durante i loro lunghi viaggi attraverso il Nord dell'Africa. Saleca non era stata costruita per resistere a un grande attacco, per questo Annone, il generale punico al comando, avvertito dalle grida dei suoi uomini, si precipit preoccupato in cima a una delle piccole torri di legno che avevano innalzato precedentemente vicino alle porte della citt. Annone non pot credere ai suoi occhi. Erano partiti da Cartagine per attaccare i Romani e invece ora si trovavano a essere attaccati. Non se lo aspettava. Stava ancora attendendo l'arrivo della fanteria che Asdrubale Giscone avrebbe dovuto inviare entro breve, cos come l'esercito del re Siface. Tutti insieme, avrebbero distrutto le due legioni romane. Ma chi erano quei cavalieri che si lanciavano contro di loro nella notte gridando furiosamente?
Sono Numidi, generale disse una delle sentinelle alla porta che aveva riconosciuto le loro grida.
Numidi... ribad Annone tentando di calmarsi e trovare un senso alla cosa. Massinissa sicuramente, ribelli sicuramente.
I cavalieri di Massinissa raggiunsero le fortificazioni e lanciarono le proprie torce in quella direzione colpendo le palizzate sopra le mura di mattoni e, soprattutto, appiccando un grande incendio alle porte della citt. I Cartaginesi, sotto gli ordini di Annone, si ritrovarono pi occupati a spegnere il fuoco che si stava sviluppando sulle difese di Saleca che a contrastare i giavellotti e le frecce che i Numidi stavano lanciando insieme alle torce. Ma, una volta che l'incendio fu in parte domato grazie agli sforzi dei Punici, Massinissa ordin ai suoi di ripiegare.
Dopo meno di mezz'ora d'improvvisa e folle battaglia, il re ribelle del Nord-Est della Numidia fece ritorno dal centurione che poco prima aveva sentenziato la sua morte.
Questa notte i Cartaginesi dormiranno poco disse Massinissa al centurione. Noi invece riposeremo. Domani sar un giorno di guerra.
Il romano, con mani e fronte sudate, replic piuttosto arrabbiato al re numida: E se adesso escono per contrattaccare? Ci uccideranno tutti, maledetto.
Massinissa smont da cavallo, si avvicin al centurione, lo prese per la corazza, lo sollev di un metro in aria e lo scagli a terra a vari passi di distanza. Il centurione rotol come un tronco lungo il pendio di una montagna. Si alz e sguain la spada, come fecero anche tutti i suoi uomini, ma Massinissa, protetto da decine dei suoi cavalieri, rimase impassibile e si limit a rispondere all'ufficiale romano.
Non usciranno, imbecille. Non sanno quanti siamo. Sanno solo di avere paura e che dormiranno male. Domani all'alba continueremo. Ora noi andiamo a riposare e tu e i tuoi uomini farete lo stesso. Il proconsole mi ha ordinato di attaccare Saleca finch i quattromila cavalieri di Annone non usciranno, e cos far.
L'ulteriore riferimento agli ordini del proconsole suscit l'effetto voluto da Massinissa. Il centurione sput a terra ma ingoi il proprio orgoglio, rinfoder la spada e insieme ai legionari si allontan dai Numidi per ritornare alle tre tende dove avrebbero passato la notte. Avrebbero lasciato un paio di uomini di guardia e che gli di vegliassero su di loro. Allo spuntar del giorno si sarebbero rifugiati tra le rovine di una torre situata a meno di un'ora di cammino in direzione di Utica e che i Numidi si arrangiassero da soli contro tutta la guarnigione cartaginese e mercenaria di Saleca. A loro il console aveva ordinato solo di vigilare e non avevano intenzione di fare altro.
Gaio Lelio smont da cavallo. Era quasi l'alba. Il resto degli uomini delle diverse turmae della V legione lo imit. Avevano riposato qualche ora e ora dovevano attendere che facesse giorno. Lelio affid le redini del cavallo a un soldato e fece qualche passo per sgranchire le gambe. Gli dolevano una spalla e lievemente una gamba, ma era stato molto fortunato. Nessuna delle travi della torre d'assedio gli era caduta addosso quando la gigantesca struttura era crollata in mezzo al mare. Aveva solo dovuto uccidere con la sua daga un paio di cartaginesi che erano caduti vicino a lui. Poi aveva nuotato ed era salito sulla trireme comandata da Digizio. Digizio era sempre stato un ottimo soldato. Coraggioso in combattimento. Eccellente marinaio.
Tutti avevano avuto fortuna, tranne quelli rimasti uccisi. Un paio di centinaia di morti durante il vano tentativo di prendere Utica con le torri d'assedio. Le cose non stavano andando bene. Ma non c'era tempo da perdere. Si doveva condurre la cavalleria della V dalla torre d'assedio fino a quelle colline, dove una fortificazione in rovina s'innalzava dimenticata da tempo.
Chi aveva fatto erigere quelle mura, rovinate e levigate dal vento, lasciate come piccole testimoni di un potere ormai perduto? S'intravedeva anche una torre vicino all'altro estremo della stretta valle, proprio l dove Publio stava aspettando con le turmae della VI e il resto della cavalleria reclutata a Siracusa. Quella campagna non lasciava nemmeno il tempo di un giorno di riposo. La cosa buona era che la cavalleria non aveva dovuto intervenire durante l'assedio di Utica, cos ora era riposata e desiderosa di combattere.
Anche lui ora era contento. Uscire dall'assedio e passare direttamente al comando della cavalleria della V gli evitava di dover tornare ogni notte alla sua tenda e vedere Netikerty. Avrebbe potuto ordinarle di spostarsi in un'altra tenda, ma Publio si era raccomandato di proteggerla personalmente e che tra loro due, padrone e schiava, tutto procedesse come se il tradimento dell'egizia non fosse mai stato scoperto.
Devi proteggere la schiava come proteggeresti te stesso, hai capito bene, Lelio?
Questo aveva detto Publio. Cos, lui la teneva nella tenda, vigilata da due schiavi di fiducia. Naturalmente ci rendeva inevitabile incontrarla ogni volta che vi tornava. No. L, in mezzo a quella valle, tra le rovine abbandonate, si sentiva meglio. Attendendo l'alba, sul punto di ricominciare la battaglia.
Questa sarebbe stata sicuramente la sua ultima campagna. Lelio sentiva l'odore della morte. La percepiva vicina. Si trovavano in territorio nemico, non come in Hispania che, in fin dei conti, era territorio nemico tanto per i Romani quanto per i Cartaginesi; ma l non era cos. L, loro, i Romani, erano quelli che tutti volevano vedere morti: Cartaginesi, Numidi e ogni popolazione del Nord dell'Africa. Nessuno voleva che il potere di Roma arrivasse fino alle loro coste e tutti si erano alleati contro di loro. E loro erano in pochi. Pochi.
Gaio Lelio, tribuno e capo della cavalleria romana delle legioni maledette, indoss l'elmo. Il sole stava spuntando. Presto sarebbe cominciato il combattimento.
Publio si copr con il paludamentum. Le notti erano particolarmente fredde nonostante fossero gi in piena estate, e un vento proveniente dall'interno acutizzava la sensazione di freddo. In cielo c'era solo una timida luna crescente, ma era sufficiente a proiettare una lunga ombra sotto la quale lui aveva trovato rifugio dal vento. Era l'ombra della torre fortificata che Agatocle, tiranno di Siracusa, aveva ordinato d'innalzare in quel luogo per avere una posizione protetta durante le sue incursioni in Africa. Agatocle. Publio guard in alto. Della torre non restava granch, ma poteva essere testimone del fatto che quello che lui tentava di fare era una buona idea. Agatocle, un povero miserabile di Siracusa che con abilit e astuzia era stato capace di risalire la scala sociale, prima sposandosi con una ricca vedova, poi arrivando a controllare gran parte del commercio della metropoli greca e quindi a lanciare diatribe nei confronti della nobilt dominante contro cui aveva scatenato un colpo di Stato appoggiato dal popolo, fino a diventare il padrone e signore di Siracusa.
Publio pass il palmo della mano nuda sulle pietre della base di quella torre. Agatocle, che era riuscito a prendere per moglie una figliastra di Tolomeo I Sotere, generale di Alessandro Magno divenuto re d'Egitto. Agatocle, che durante il suo regno si era preoccupato di far sposare la propria figlia con l'audace Pirro, re dell'Epiro. Tale era stato il potere di Agatocle, sovrano di Siracusa, che sotto il suo regno l'impero di Cartagine aveva tremato. Agatocle era poi passato dal dominio di Siracusa a quello di tutta la Sicilia, e dalla Sicilia a tutti i mari del Mediterraneo occidentale grazie a una complessa trama di alleanze con le citt greche costiere. Lo scontro con Cartagine era stato inevitabile e l'impatto terribile. Alla fine, dopo vari anni di guerra spietata, Agatocle era stato messo alle corde dai Cartaginesi a Siracusa e il suo destino sembrava deciso. Era stato allora che l'autentica genialit di quel tiranno si era resa evidente: assediato dai Cartaginesi in Sicilia, invece di difendere il proprio territorio aveva imbarcato un piccolo ma ben addestrato esercito su una flotta, attraversato il mare e sbarcato le truppe in Africa, vicino a Cartagine.
I Cartaginesi, che grazie all'indiscusso potere e al dominio centenario sulla regione non avevano mai avuto nemici vicini alle loro terre, erano stati colti di sorpresa. Agatocle aveva cominciato allora una rapida serie di incursioni brutali e terrificanti per tutta l'Africa che avevano obbligato i Cartaginesi ad abbandonare la Sicilia e a riportare i loro eserciti e le loro flotte in Africa per poi, alla fine, vedersi obbligati a stipulare un trattato di pace con lo stesso Agatocle, il quale si era assicurato cos il dominio dell'intera Sicilia per quasi vent'anni di seguito.
Publio ammirava quelle pietre. Erano opera di un genio. L'idea di suo padre e di suo zio, Publio e Gneo, di portare la guerra in Africa non era dunque una novit. Roma vi aveva gi tentato con Regolo, per quella volta non era finita bene poich i Cartaginesi, che avevano imparato dagli errori del passato, avevano costituito nuove alleanze per assicurarsi una buona difesa del loro territorio in caso d'invasione. In quell'occasione, Cartagine aveva fatto ricorso allo spartano Santippo, il quale, con grande abilit militare, era riuscito a massacrare le legioni di Regolo. Roma non aveva pi voluto fare altri tentativi in Africa, anche perch quando aveva deciso di far sbarcare Sempronio con varie legioni, Annibale era intanto comparso nel Nord dell'Italia e il Senato si era trovato costretto a richiamare le truppe per appoggiare le legioni del Nord. Da allora, l'invasione dell'Africa non era pi stata tentata. Fino a oggi. Fino a quel momento.
Per, se il piano di Agatocle aveva funzionato, perch non poteva succedere lo stesso anche a loro? Forse perch ora i Cartaginesi avevano Siface, come prima avevano avuto Santippo... Forse perch, se le cose si fossero messe male, potevano ricorrere ad Annibale.
Publio aveva dormito male. Il disastro di Utica gli pesava sull'animo, soprattutto a causa dei duecento uomini persi. Non aveva abbastanza legionari per permettersi errori di quel tipo. Inoltre, tra le truppe si stava diffondendo il male dello sconforto. Molti ufficiali sparlavano alle sue spalle, sostenendo che se le legioni V e VI non erano riuscite a espugnare la seconda cittadella di Locri, molto meno fortificata, come potevano sperare che ora Utica soccombesse sotto le loro armi? La prima cittadella di Locri era stata presa grazie al tradimento da parte degli abitanti, ma con Utica questo sarebbe stato impossibile. Utica era da decenni una fedele alleata di Cartagine e la stessa Cartagine non avrebbe tardato a inviare rinforzi. Publio era a conoscenza delle opinioni che circolavano, per ora solo a bassa voce, mormorii che tacevano appena il proconsole appariva. Non appena usciva dal praetorium e s'incamminava tra i legionari, le loro conversazioni s'interrompevano e, anche se questo era piuttosto frequente, ora, invece di guardarlo con ammirazione come succedeva in Hispania, lo salutavano per inerzia con il rispetto che la figura del proconsole esigeva. Almeno questo lo aveva ottenuto: che i legionari rispettassero un proconsole. Ma per quanto tempo ancora? Quanti altri morti avrebbero tollerato le legioni maledette ai piedi delle impenetrabili mura di Utica?
Publio Cornelio Scipione usc dall'ombra. Il suo volto serio, austero, dai tratti marcati, con la pelle gi piuttosto sciupata per i suoi trenta e passa anni, era ora visibile non pi per la luce della luna ma per i primi riflessi dell'alba che sorgeva dall'orizzonte del deserto.
Si ud il rumore di zoccoli di alcuni cavalli al galoppo. Il proconsole guard alle sue spalle, con uno sguardo severo. Millecinquecento cavalieri montarono sui propri cavalli obbedendo a quello sguardo. Gli animali scalpitavano e alcuni, nervosi, cominciarono a nitrire. Il proconsole guard allora innanzi a lui: si distinguevano le sagome di Lelio e delle turmae della V. Avevano bisogno di una vittoria e ne avevano bisogno subito.
Il mio cavallo disse senza alzare il tono di voce, e un lictor gli avvicin le redini di un bellissimo destriero nero. Che gli uomini si preparino. Al mio segnale attaccheremo e che gli di ci proteggano.
I dodici lictores montarono a cavallo. Stavano per entrare in combattimento. Non era frequente che un console prendesse posizione in prima linea, ma non era neppure frequente invadere l'Africa.
Annone vigilava senza sosta, dall'alba stava perlustrando insieme ai suoi ufficiali le fortificazioni di Saleca. Voleva vedere se chi aveva attaccato la cavalleria punica e numida di Cartagine era ancora l, di fronte alla citt. La luce del sole che spuntava da dietro le dune del deserto conferm i suoi presagi: davanti a loro apparvero circa duecento cavalieri numidi ribelli e un capo al loro comando.
 Massinissa? chiese Annone a uno degli ufficiali numidi al servizio di Cartagine.
L'ufficiale indossava alcune splendide pelli di leone sulle spalle, due grandi giavellotti allacciati alla schiena e uno scudo leggero di uno spesso cuoio essiccato legato all'avambraccio sinistro. Il numida osservava la figura del giovane re dei Massili mentre questi sollevava la spada in segno di sfida. Lo ud gridare al vento alcune parole cariche di odio e di forza.
S,  Massinissa concluse.
Cos'ha detto? lo interrog Annone.
L'ufficiale numida rispose al generale cartaginese senza smettere di guardare Massinissa.
Ha detto che oggi moriranno tutti i Numidi che non sono stati capaci di riconoscere il loro vero re e tutti i Cartaginesi che li aiuteranno.
Annone scoppi in una sonora risata e il resto degli ufficiali cartaginesi si un a lui. L'ufficiale numida, invece, rimase silenzioso.
Ha il coraggio di dircelo con solo duecento cavalieri sotto il suo comando? chiese Annone senza smettere di ridere. Qual  il tuo nome, numida?
L'ufficiale allora lo guard. Bucar, mio generale, il mio nome  Bucar.
Allora per Baal, Bucar, stasera per cena verr servita testa di re ribelle in salsa! E tutti gli ufficiali cartaginesi ricominciarono a ridere. Facciamo uscire l'intera cavalleria! Che i miei quattromila cavalieri escano a caccia! E che le donne di Saleca si preparino a riceverci questa notte!
Bucar si sforz di abbozzare un lieve sorriso. Avrebbe voluto dire che Cartagine e la Numidia avevano ordinato che la cavalleria attendesse l'arrivo del grosso degli eserciti al comando di Giscone e Siface; che Massinissa era un esperto nel sopravvivere a quel tipo di caccia; che lui stesso, Bucar, seguendo gli ordini del re Siface, aveva cacciato Massinissa in pi d'una occasione e che quel maledetto ribelle dei Massili era stato perfino dato per morto, ma invece era ancora l. Per Bucar non disse nulla, poich non c'era nessuno a cui parlare. In pochi istanti Annone era disceso dalle fortificazioni e ora, sul suo cavallo bianco, stava attraversando le porte con i suoi ufficiali punici. Bucar non aveva fretta. Che i Cartaginesi andassero pure in avanguardia. Lui, con i cavalieri numidi, avrebbe cavalcato dietro. Da tempo Bucar aveva smesso di ambire la gloria. Ultimamente si concentrava solo sulla sopravvivenza.
Massinissa vide uscire la cavalleria punica dalla fortezza di Saleca.
Arrivano al galoppo, mio re disse uno dei suoi leali cavalieri con un tono tra il nervoso e l'ansioso.
E al galoppo li riceveremo! rispose Massinissa e colpendo con tutta la forza dei talloni i fianchi del cavallo part alla carica contro la cavalleria cartaginese che, ancora indaffarata a uscire dalla citt attraverso la stretta porta, non aveva nemmeno avuto il tempo di posizionarsi lungo una linea di combattimento. Per la Numidia! Per i Massili!
I suoi guerrieri, infervorati dalle grida di guerra del loro giovane re, subito lo imitarono e tutti insieme, come una valanga di neve da una montagna rocciosa, si rovesciarono sui cavalieri punici mentre questi stavano ancora uscendo dalle porte della citt.
I Cartaginesi all'esterno delle mura erano gi pi di cinquecento e di fronte a loro si trovavano solo duecento cavalieri di Massinissa; eppure vennero colti di sorpresa dalla rapidit dell'attacco dei Massili, cos come dalla violenza del loro impeto che costrinse molti guerrieri punici a far retrocedere i cavalli fino a rifugiarsi sotto le fortificazioni della citt.
Massinissa si diresse verso il generale dei nemici, ma Annone indietreggi col cavallo e una decina di giovani cavalieri punici corse a tagliare la strada al giovane re dei Massili. Massinissa non la prese bene e con colpi sicuri abbatt uno, due, poi tre cavalieri prima che qualcuno di loro potesse avere anche solo la possibilit di rispondere con un colpo.
Alla fine, uno dei Cartaginesi riusc a sfoderare agilmente la spada e a sbatterla contro lo scudo del re numida. Fu l'ultima cosa che fece, poich uno dei Massili, corso in aiuto del proprio signore, conficc nella carne dell'audace cartaginese un giavellotto che lo oltrepass da parte a parte, tra il cuore e i polmoni. Il cartaginese cominci a soffocare tra i fiotti del proprio sangue e con gli occhi ben aperti, guardando un cielo per lui gi vuoto, cadde da cavallo per poi venire calpestato dagli animali degli uni e degli altri, immersi in una battaglia senza tregua proprio davanti alle porte di Saleca.
Ben presto l'energia dei Massili non bast pi per abbattere i nemici, poich questi, incitati dalle grida del loro generale, continuavano a venir fuori a decine dalle porte della citt. In breve, erano gi usciti pi di settecento cavalieri punici e vari gruppi si stavano allontanando dal centro della battaglia per tentare, circondati da guerrieri e animali impegnati nella loro disputa mortale, di raggiungere i Massili della retroguardia e trasformare cos ci che per questi era cominciata come una vittoria in uno sterminio collettivo e sistematico per mano delle spade puniche che reclamavano vendetta per i compagni caduti durante i primi momenti di quel combattimento.
Massinissa distribuiva colpi da entrambi i lati della cavalcatura, ma n i colpi che lanciava contro i nemici n coloro che fermava o evitava con i rapidi movimenti del cavallo gli impedivano di guardare con la coda dell'occhio da tutte le parti per non perdere l'orientamento n il senso di quello che stava accadendo nella complessit dello scontro. Ben presto comprese la manovra che Annone stava tentando di realizzare, cos che, con la stessa rapidit con cui aveva iniziato l'attacco, grid con tutte le sue forze parole nella propria lingua che ogni guerriero comprese all'istante. In appena un secondo i Massili superstiti, circa centottanta, voltarono i cavalli, lanciarono una raffica di giavellotti mentre le bestie cambiavano direzione e subito li spronarono per cominciare a galoppare lontano dalla citt.
I Cartaginesi videro i Massili ripiegare a gran velocit e allontanarsi in tutta fretta. Dietro di loro lasciarono una cinquantina di giovani cavalieri punici morti, troppo inesperti e malpreparati, attraversati dalle spade e dai giavellotti dei ribelli massili.
Annone si guard intorno furente e pieno di odio. Tra i morti di quella mattina c'erano molti cavalieri figli di importanti nobili di Cartagine che avevano voluto prendere parte a quella che tutti pensavano sarebbe stata una rapida strage delle legioni romane, proprio come tempo prima aveva fatto Santippo con Regolo e i suoi uomini, dal momento che insieme agli eserciti di Giscone e Siface avrebbero triplicato in numero i maledetti Romani. Annone consider per un istante il fatto di aver sottovalutato la capacit distruttrice di quei pochi ribelli, ma era chiaro che l'unica cosa che avrebbe potuto cancellare quell'episodio e soffocare le dure critiche dei governanti di Cartagine su ci che era appena accaduto sarebbe stato lo sterminio totale degli stessi Massili.
Annone si guard alle spalle e vide che i suoi duemila cavalieri erano gi appostati all'esterno della citt disposti a continuare la persecuzione, mentre le truppe dei Massesili di Bucar cominciavano a incorporarsi al resto della formazione.
All'attacco, per Baal e Tanit! esclam il generale cartaginese. Che non ne rimanga uno vivo! Morte a tutti i Massili ribelli! Morte agli amici di Roma!
Il centurione romano aveva assistito dal suo posto di guardia all'attacco iniziale di Massinissa e alla ritirata intrapresa a tutta velocit proprio in direzione del posto in cui si trovavano loro.
Maledetti siano tutti gli di! grid e ordin a tutti i suoi uomini di dividersi e disperdersi per le grandi dune che si alzavano a poche centinaia di passi. Nascondetevi e che gli di ci proteggano!
I venti legionari del posto di guardia riuscirono a nascondersi giusto in tempo per far scomparire le loro sagome dietro le dune e udire i cavalli dei Massili che passavano vicino a loro al galoppo in una fuga a tutta velocit che probabilmente sarebbe presto finita in massacro e morte.
Publio Cornelio Scipione alz il braccio destro. I decurioni di tutte le turmae fissavano attenti il suo braccio alzato. I bucinatores e i tubicines, legionari incaricati di far suonare le tube con cui trasmettere l'ordine di attacco alle turmae dell'altro versante della valle, dove si trovava il tribuno Gaio Lelio, inspirarono trattenendo aria nei polmoni, pronti a far partire i loro strumenti. Il suono degli zoccoli dei cavalli sull'arida terra al centro della valle, gi udito da lontano, si era ora trasformato in un'assordante eco di decine, centinaia di cavalieri al galoppo. Dopo qualche istante di trepida attesa per tutti, il re dei Massili sbuc dal centro della vallata cavalcando all'impazzata, guardando indietro di quando in quando e impugnando con fermezza le redini della cavalcatura. Appena dietro di lui lo seguivano i suoi cavalieri numidi, poi un enorme polverone e, subito dopo, emergevano dalla polvere decine, centinaia di cavalieri cartaginesi al furioso inseguimento di Massinissa e dei suoi guerrieri.
Passarono cento, duecento, trecento cavalieri punici. Si scorse allora la figura di colui che doveva essere il loro generale, riconoscibile dall'elmo decorato da un vistoso pennacchio e dal grande mantello militare, diverso e pi lungo rispetto agli altri, e anche dal fatto che intorno a lui s'innalzavano una decina di insegne delle differenti unit che componevano quell'interminabile distaccamento di cavalleria cartaginese. Dietro a quel generale nemico affioravano sempre pi cavalieri, quattrocento, cinquecento, seicento...
Publio manteneva il braccio alzato, teso, e una goccia di sudore cominci a scivolargli tra le dita della mano aperta. Settecento, ottocento, novecento... Publio Cornelio Scipione, proconsole di Roma cum imperio sulle legioni dell'Africa, abbass allora il braccio con un rapido e secco movimento. Le tube dei suoi legionari risuonarono in mezzo alla vallata e il cavallo nero del proconsole nitr alzando le zampe anteriori e sollevando in aria il proconsole mentre lui stringeva forte i talloni intorno alla pancia dell'animale.
Publio, cavaliere ben addestrato da suo zio Gneo Cornelio Scipione sin da quando era appena un bambino, sui pendii del Campo Marzio a Roma, tir abbassando con forza le redini del cavallo; l'animale chin il muso, riport le zampe a terra e convert l'impeto in un'elegante e accelerata corsa in cerca dei nemici del suo padrone. A seguire il proconsole, i dodici lictores, preoccupati che il loro generale fosse il primo a partire e temendo, data la velocit del suo cavallo nero, di non essergli accanto quando si sarebbero scontrati con i primi nemici. Poi, subito dietro i lictores, millecinquecento cavalieri delle legioni maledette, che galoppavano, gridavano e incitavano alla distruzione.
Publio si avvicin al numeroso corpo della cavalleria cartaginese, i cui uomini avevano appena cominciato a rendersi conto che stavano per essere attaccati da entrambi i fianchi. Afferr con la mano destra un pilum che aveva agganciato al cavallo e senza rallentare il galoppo lo lanci contro l'affollato esercito nemico in movimento. Il giavellotto solc l'aria con precisione letale e trov il suo bersaglio nella gola di uno dei cavalieri punici, il quale non ebbe nemmeno il tempo di gridare mentre versava sangue dalla bocca, perdeva l'equilibrio e cadeva sul suolo africano. Venne anche lui travolto, come altre varie decine di guerrieri cartaginesi che cadevano abbattuti dalla raffica di pila che i cavalieri della V e della VI, seguendo l'esempio del console, lanciavano sulle file nemiche.
I Cartaginesi cominciarono a rallentare il ritmo della corsa. Publio era arrivato a pochi passi dai primi cavalieri cartaginesi che ora gli si gettavano contro da entrambi i lati per difendersi. Un paio di lance sfrecciarono sfiorandolo, ma il console le schiv facendo virare il cavallo con destrezza e posizionandosi di fronte ai nemici. Con la spada sguainata tracci un giro di trecentosessanta gradi nell'aria, facendola roteare sulla mano per finire frenando l'arma risoluto e puntandola abilmente al volto del cavaliere punico pi vicino. L'elmo riusc a proteggere il cartaginese, che a sua volta rispose con un colpo secco della spada che il console blocc con lo scudo. Publio stava per contrattaccare ma era gi circondato da vari nemici che cercavano solo il momento giusto per farlo a pezzi con le loro armi. Il proconsole di Roma spron allora il cavallo colpendolo con i talloni, la bestia si drizz su due zampe, nitrendo, agitando le zampe anteriori e facendo retrocedere il resto degli animali con i loro cavalieri. Il nero destriero del console abbass nuovamente le zampe e il suo padrone scagli una daga che lacer il volto del cartaginese che un attimo prima si era salvato grazie all'elmo. Senza lancia n daga, Publio torn a brandire la spada. Diresse il cavallo verso un altro cavaliere che rispose sollevando la spada. Le due armi sbatterono l'una contro l'altra, ma Publio fu pi rapido ad assestare il secondo colpo e la sua spada trafisse lo stomaco del guerriero cartaginese da sotto la corazza di pelle e metallo. Doveva essere qualcuno d'importante a Cartagine, per permettersi una tale protezione militare, ma Publio non ebbe il tempo di pensare ad altro che a girare il cavallo e prepararsi a ricevere un altro attacco che lo minacciava. Tuttavia non ebbe bisogno di difendersi: i lictores lo circondarono e a forza di colpi crearono un vuoto nel mezzo della battaglia abbattendo i nemici che cos, sorpresi, non ebbero nemmeno il tempo di reagire.
Erano gi morti circa duecento cartaginesi per l'attacco a sorpresa lungo i fianchi e la raffica di pila; e ora, nel combattimento corpo a corpo, i veterani della V e della VI si dimostravano assai pi abili e distruttivi dei giovani e inesperti cavalieri cartaginesi, reclutati troppo frettolosamente o arruolatisi volontariamente per orgoglio e ansia di difendere la loro terra dall'invasore romano senza per aver considerato l'incapacit del loro generale.
Publio si guard intorno. Cartaginesi e Romani si erano fermati a lottare accanitamente e furiosamente l'uno contro l'altro. I suoi uomini mantenevano il vantaggio. Dalla parte opposta alla fitta fila dei Cartaginesi c'erano le turmae della V che, sotto l'esperto comando di Lelio, stavano disseminando di cadaveri africani l'intera linea d'attacco. Guard allora verso la fine della fila cartaginese e vide che s'interrompeva pi o meno dove terminava la formazione dei suoi uomini e che a poche centinaia di passi si delineava una seconda fila di cavalleria nemica che rimaneva immobile. Era una parte delle forze di Annone, fermatesi prima di entrare nella valle, per vestivano con pi pelli e meno corazze... Quindi erano dei Numidi, forse i rinforzi inviati da Siface? Eppure non intervenivano.
Publio usc dalla zona dello scontro e si diresse verso la torre di Agatocle, sempre difeso dai suoi lictores e da due turmae della VI che avevano l'ordine di seguire il console in ogni sua manovra sul campo di battaglia. Publio fren il cavallo, si copr gli occhi con la mano per proteggersi dal riflesso del sole e scrut l'orizzonte. Stava per dare l'ordine di ripiegare per evitare che il nuovo contingente numida caricasse i suoi cavalieri mentre questi erano impegnati a massacrare le file cartaginesi, ma non fu necessario. I Numidi fecero dietrofront e si diedero alla fuga, lasciando cos i Cartaginesi al loro destino. Il console si rivolse ai due decurioni delle turmae che lo seguivano.
Che una turma corra all'entrata della valle e confermi la ritirata dei Numidi! Se cambiassero idea e ritornassero verso la valle, avvertitemi subito!
Uno dei due decurioni part verso la bocca della valle seguito da trenta cavalieri. L'altro chiese al console: E con i Cartaginesi, mio generale, cosa facciamo?.
Publio Cornelio Scipione guard verso il centro della vallata dove stava avendo luogo la cruenta battaglia.
Uccideteli tutti rispose senza alzare la voce. Che non ne rimanga neanche uno. Dopo ci occuperemo dei Numidi.
Massinissa fren il forsennato galoppo del suo cavallo non appena i Romani cominciarono a scagliarsi contro i Cartaginesi. I suoi uomini pensarono che si sarebbe fermato l durante il combattimento, avendo gi compiuto alla perfezione l'incarico che gli era stato assegnato: attrarre la cavalleria cartaginese fino a valle. Ma il giovane re dei Massili era ansioso di dimostrare il proprio coraggio agli occhi del console e cos, senza nemmeno guardare i suoi uomini, colp violentemente il costato del suo animale, che rispose partendo come una furia verso il centro della battaglia. I suoi fedeli non esitarono e, nonostante l'affaticamento, seguirono il loro capo verso il sanguinoso e terribile fragore in mezzo a cui stavano combattendo i Cartaginesi.
Massinissa si addentr nel centro della formazione punica. Non gli interessava abbattere i nemici, a malapena brandiva la spada, cercava invece, nel cuore della formazione cartaginese, il pennacchio del generale di quella cavalleria. I Cartaginesi, occupati a difendersi dall'impeto romano da entrambi i fianchi, non si aspettavano di certo che i cavalieri prima inseguiti tornassero alla carica per attaccarli; cos, aiutato dalla sorpresa e dalla distrazione dei nemici, in meno di un minuto e con la sola opposizione di qualche cavaliere punico, Massinissa arriv all'interno del circolo formatosi intorno al generale Annone.
Il re dei Massili trov il suo uomo che gridava, sgolandosi nell'intento di rimediare a una battaglia ormai perduta. Massinissa blocc con la spada un giavellotto che stava per colpirlo al petto, spaccandolo in due, si rianim e con un'incredibile potenza infilz la spada nel collo del suo attaccante che, con la gola aperta, croll come un sacco ai piedi del suo cavallo. La bestia, senza pi controllo, come molte altre che erano rimaste senza cavaliere, cominci a correre nervosa cercando un'uscita da tutto quel tumulto di grida, dolore e terrore.
Massinissa si ritrov di fronte all'incredulo Annone che non riusciva a capacitarsi di che cosa fosse successo. Il giovane re dei Massili non aveva certo intenzione di spiegarglielo. Si sapeva protetto dai suoi uomini, che avevano gi ucciso i nemici vicini. Massinissa si prese tempo. Voleva godersi il momento. Prima era il re, e gli uomini di Siface, con la complicit dei Cartaginesi, lo avevano detronizzato, perseguitato e quasi assassinato in pi occasioni. Era giunto il momento di sdebitarsi. Rinfoder la spada e prese con la mano sinistra un giavellotto dalla schiena. Lo pass di mano e lo soppes con la destra afferrandolo per il centro.
Annone guardava da ogni lato. La sua scorta o era morta o stava combattendo contro i Romani che giungevano da entrambi i fianchi. Il numida lo fissava con quell'arma in mano, ma Annone aveva lo scudo. Con quello si sarebbe protetto per poi retrocedere verso le file dei suoi cavalieri; se si fosse ritirato prima che il numida avesse lanciato il giavellotto avrebbe rischiato di trovarselo conficcato nella schiena.
Massinissa allung indietro il braccio destro per prendere slancio, poi in avanti con tutta l'energia che la rabbia e l'odio possono generare. Quell'impeto fece volare ferocemente la lancia verso il petto di Annone, che frappose rapidamente lo scudo, ma la forza del re numida deposto e umiliato era esorbitante e il suo odio irrefrenabile: il giavellotto trapass lo scudo come fosse una tela e continu fino a conficcarsi nello sterno del generale cartaginese. L'osso si spacc scricchiolando e le costole cedettero piegandosi e conficcandosi nei polmoni come daghe affilate.
Annone si vide morire, con la lancia piantata nel petto, senza poter respirare, sentendo il gusto del proprio sangue, fino a cadere di lato sul suolo della patria, con gli occhi aperti ed esterrefatti.

Il campo odorava di morte. Publio Cornelio Scipione, in piedi in mezzo a quel mare di cadaveri, guardava il cielo. Gli avvoltoi scendevano in circolo. Intorno al proconsole c'erano i lictores e, vicino a lui, decine di cavalieri romani che, lasciati i cavalli in mano ad altri cavalieri, si affannavano a recuperare i morti, quasi tutti Cartaginesi, accatastando i corpi inerti in grandi cumuli su cui gli avvoltoi puntavano i loro occhi affamati e anelanti. Giunsero allora vari manipoli della fanteria che erano rimasti in retroguardia. I legionari innalzarono un improvvisato praetorium in mezzo alla valle, proprio nel punto in cui la torre di Agatocle, semidistrutta, era stata testimone della grande vittoria dei Romani.
Publio guard le rovine di quelle fortificazioni rallegrandosi del fatto che i Cartaginesi non avevano avuto, almeno finora, un generale con le capacit dell'antico tiranno di Siracusa o del leggendario Santippo.
Quattro Massili si avvicinarono al praetorium trasportando il cadavere di Annone. Dietro di loro, spiccava la giovane e possente figura del deposto re dei Numidi del Nord-Est, orgoglioso e soddisfatto. Legionari e lictores formarono un corridoio attraverso cui i Massili sfilarono esibendo il corpo senza vita del generale cartaginese. Per facilitarne il trasporto avevano spezzato la lancia, lasciando solo la parte che attraversava il petto del punico. Arrivati di fronte a Publio Cornelio Scipione i Massili si fermarono e al segnale del loro re lasciarono cadere il cadavere ai piedi del generale.
Ecco qui, proconsole di Roma, il corpo del vostro generale nemico disse Massinissa, contenendo la vanit e parlando come un soldato che ha rispettato fedelmente un ordine. Qual  la nostra prossima missione, mio generale?
Publio lo guard senza preoccuparsi di occultare la propria ammirazione. Il fatto che Massinissa con cos pochi cavalieri fosse riuscito ad attrarre la cavalleria cartaginese a valle, facendola cadere nell'imboscata, sarebbe gi stato pi che sufficiente. Portargli il cadavere del generale cartaginese era molto pi di quello che poteva aspettarsi da un piccolo reparto di cavalieri numidi esiliati.
 tua quella lancia? chiese il console indicando la punta di ferro che spuntava dalla schiena del generale ucciso.
S, mio generale.
Publio annu un paio di volte prima di riprendere la parola. E nel farlo si rivolse non solo a Massinissa ma anche ai lictores, ai legionari e a Gaio Lelio che era appena giunto a cavallo dall'altra estremit della valle fiancheggiato da alcuni cavalieri delle sue turmae di fiducia.
Che tutti sappiano che oggi gli di ci hanno benedetto con una grande vittoria! cominci il console. E che si scriva negli annali di Roma che  stata la lancia del giovane re Massinissa, re dei Massili, a trafiggere il cuore del nostro generale nemico! Quindi guard Massinissa. Giovane re, hai la mia gratitudine e il mio rispetto, e riceverai torques e phalerae per ricordare a tutti quelli che ti vedranno quanto bene hai servito le legioni di Roma; ma soprattutto riceverai una corona regale che io stesso appogger sulla tua testa quando Cartagine si arrender finalmente al mio esercito!
Massinissa s'inchin leggermente, abbastanza per accettare il ringraziamento del proconsole di Roma, ma non troppo poich sarebbe risultato indegno per colui che aspirava a essere re di un'intera nazione. Poi il proconsole si volt verso Lelio che, gi sceso da cavallo, si era avvicinato per ammirare il cadavere del generale cartaginese morto per mano dei Massili.
E che si scriva inoltre che questa vittoria  stata conseguita anche grazie alla disciplina delle turmae della V legione al comando di Gaio Lelio, tribuno, ammiraglio e comandante della mia cavalleria! Che Giove e Marte e il resto degli di, Lelio, ti mantengano al mio fianco per molto tempo!
Lelio strinse le labbra e assent una sola volta senza smettere di guardare il cadavere di Annone. Erano splendide parole quelle che Publio gli dedicava, parole che non ascoltava da tempo e che nemmeno osava pi aspettarsi; parole che gli restituivano di nuovo un po' di gioia di vivere, per trovarsi l, per avere ottenuto una vittoria; parole, insomma, che lo alleggerivano dall'angosciante e pesante senso di colpa e di delusione dopo il tradimento della sua schiava Netikerty. Era stato nuovamente utile a Publio. Lontano da schiave e vino, tornava a essere apprezzato da lui. Se non fosse stato circondato da tanti legionari sarebbe scoppiato a piangere.
Publio si rese conto della commozione che stava investendo Lelio e, abilmente, avvi in fretta una conversazione con i suoi ufficiali in merito alle nuove manovre che dovevano eseguire al pi presto. Cominci rivolgendosi a Massinissa.
Bene, giovane re dei Massili, mi hai chiesto una nuova missione e l'avrai subito. Siamo in guerra e in territorio nemico e questo non ci lascia molto tempo per i festeggiamenti o il riposo. Varie centinaia di cavalieri numidi, Massesili senza dubbio, uomini di Siface, e alcuni cavalieri cartaginesi sono sfuggiti all'imboscata. La tua missione sar quella di dirigere l'inseguimento del resto della cavalleria nemica per eliminarla o fare in modo che si disperda oltre i confini della frontiera tra il regno di Cartagine e quello della Numidia. Porterai con te i tuoi uomini, la cavalleria dei miei volontari e parte delle turmae della VI legione. Ti offro il comando perch hai dimostrato il tuo coraggio, perch conosci il territorio meglio di chiunque altro e perch ho fiducia nella tua lealt. Entro sette giorni dovrai ripresentarti insieme alla cavalleria che ti ho affidato, ai piedi delle mura di Utica.
Massinissa non replic n si ferm ad ascoltare gli ordini che venivano dati al resto degli ufficiali. Salut il console e part senza indugio con i suoi quattro cavalieri. Il proconsole era soddisfatto di lui e ora aveva una missione da compiere. Era entrato a tutti gli effetti al servizio dell'esercito di Roma. Non era pi possibile fare marcia indietro. La strada verso il proprio trionfo, l'inizio del suo dominio sulla Numidia, passava attraverso la vittoria dei Romani. In cambio del rischio connesso all'unione del suo destino con quello di Scipione, il romano gli prometteva non tanto di recuperare il suo antico regno ma di farlo re dell'intera Numidia. La sua sorte e quella del console, nel bene e nel male, erano ormai unite per sempre dal sangue dei Cartaginesi versato in quella valle, che fluiva, sconfitto, attraverso i dirupi in cerca del mare.
Publio e Gaio Lelio si fermarono a osservare il giovane re dei Massili mentre si allontanava veloce per riunire i suoi uomini e i cavalieri della VI legione. Fu Lelio il primo a parlare.
Per Ercole, quel numida ha combattuto valorosamente. Alla fine si  dimostrato un coraggioso alleato. Peccato che disponga di cos pochi uomini.
Peccato, s, conferm Publio ma la sua conoscenza del territorio  gi di per s un'arma e dovremo utilizzarla ogni volta che ci sar utile, come in questa occasione.
Lelio annu. Era stanco. Aveva ucciso sei o sette cartaginesi quella mattina. Aveva del sangue sulla corazza, sugli avambracci e sulla spada rinfoderata, che sgocciolando schizzava sui suoi sandali divenuti rossi a forza di calpestare cadaveri. Publio aveva un aspetto simile, ma le sue mani erano pulite, immacolate, dopo che alcuni schiavi gli avevano portato un bacile con dell'acqua con cui lavarsi. Il console si era limitato a immergere le mani nell'acqua fresca. Non voleva perdere altro tempo per l'igiene personale. Aveva cose pi importanti da fare.
Lelio si guardava intorno. Le pile di cadaveri cartaginesi aumentavano man mano, cos come le spade, le lance e le altre armi sottratte ai morti che i legionari continuavano ad accumulare in una catasta nel centro della valle.
Questa  stata una grande vittoria disse il tribuno.
S, gli di erano con noi rispose Publio.  un peccato che abbiano dimenticato di aiutarci sulle mura di Utica. Sospir prima di continuare. Non ha senso essere in grado di massacrare un intero esercito di cavalleria nemica mentre la nostra presenza in Africa si dilunga con una serie di attacchi fallimentari nell'assedio di Utica. Publio aveva iniziato a parlare rivolgendosi a Lelio, ma poi il suo sguardo si perse nella moltitudine di cadaveri nemici che venivano accatastati per tutta la valle. Lelio cap che, pi che parlare con lui, Publio stava pensando ad alta voce. Abbiamo perso circa duecento legionari a Utica, continu il proconsole duecento, e non ne ho altri per rimpiazzarli; i Cartaginesi sostituiranno i loro cavalieri morti questa mattina con altri che recluteranno a Cartagine o che faranno arrivare dalle zone vicine. Giscone  impegnato a riunire un imponente esercito con cui attaccarci e so che Siface accorrer in suo aiuto. Insieme, Giscone e Siface saranno quasi invincibili. Invincibili. Ci supereranno di tre volte in numero, combatteranno sul loro territorio e, cosa peggiore, non ci temono. Non ci temono.
Questa sconfitta, la morte del loro generale Annone, li far riflettere replic Lelio con cautela, cosciente di interrompere i pensieri del suo amico, suo generale, suo proconsole.
Publio si volt per guardarlo negli occhi.
Questo  vero. Ora hanno qualcosa su cui riflettere, ma non  sufficiente. E all'improvviso tacque.
Lelio sapeva interpretare questi silenzi improvvisi. Publio aveva preso una decisione.
Sai cosa faremo? disse infatti il proconsole. Lelio neg, scuotendo lentamente la testa. Publio mantenne per un istante lo sguardo fisso su di lui prima di parlare. Raderemo al suolo l'intera regione disse con una freddezza che raggel il sangue degli stessi lictores. Tutto, Lelio, distruggeremo tutto. Tutto ci che si trova tra Saleca e Utica. Non deve rimanere nulla. Saccheggio e distruzione. Non ci temono. Osano perseguitare i nostri alleati con avanguardie di cavalleria senza nemmeno riunire le loro forze. Ci disprezzano. Questo deve cambiare, Lelio. Tutto. Voglio che sia distrutto tutto. Prenderai la V legione; no, meglio la VI. Sono pi propensi al saccheggio, all'uccisione e a versare sangue. Lo hanno fatto per anni in Sicilia. Ora potranno farlo ancora, ma sotto i tuoi ordini, con disciplina, citt dopo citt, villaggio dopo villaggio, ogni fattoria, ogni abitazione, ogni campo coltivato. Tutto.
Publio aveva posato la mano destra sulla spalla di Lelio mentre gli parlava, come aveva fatto nella tenda del tribuno quando era andato a trovarlo dopo la sua caduta in mare dalla torre d'assedio.
Voglio che tu raccolga il maggior bottino possibile: abbiamo bisogno di grano, bestiame, olio e di tutti i viveri che si possono trovare, per noi e da inviare a Roma. E prendi tutto l'oro, l'argento e le pietre preziose conservate a Saleca: le sue porte sono state incendiate e non hanno pi difese. Prendi tutto e uccidi chi si oppone, anzi no, meglio torturarlo prima di ucciderlo. Crocifiggi tutti quelli che si ribellano alla VI legione. Ci chiamano le legioni maledette e ridono di noi. Su una cosa hanno ragione, Lelio: sono al comando di legioni maledette, ma ora cambieremo il significato di questo soprannome. I Cartaginesi capiranno che queste legioni non sono maledette per colpa del loro precedente esilio, ma per la loro crudelt, per il loro valore nel combattimento, per il dolore, la morte e il tormento che lasceranno dietro a ogni passo. Voglio che tu faccia in modo che i senatori di Cartagine siano costretti a riunirsi presto e, nel sapere del tuo attacco, tremino di paura. Se vogliono affrontarci, allora che uniscano tutti i loro eserciti. Vedremo chi  il pi forte. Lo farai, Lelio? Credi di poterlo fare?
Per Ercole, conta su di me, mio generale! rispose Lelio animato dalle parole di Publio e dalla fiducia che il generale gli stava dando.
Il console strinse le dita intorno alla spalla del tribuno. Alla fine, posso sempre contare su di te disse sorridendo. Lelio assent cercando di nascondere l'emozione. Ora beviamo qualcosa prima che tu parta aggiunse Publio.
Gli stessi schiavi che avevano portato il bacile con acqua fresca corsero immediatamente a prendere delle coppe e un'anfora di vino dalla tenda improvvisata del praetorium, e proprio l, sotto le insegne delle legioni maledette, Gaio Lelio e Publio Cornelio Scipione bevvero in un silenzio speciale che solo loro potevano interpretare, un silenzio durante il quale entrambi, senza dirselo, ricordarono la prima volta che nel Nord dell'Italia, vicino a un fal, nei pressi del fiume Trebbia, la notte prima di combattere contro gli eserciti di Annibale, avevano brindato alla loro eterna amicizia. Da allora erano passati quattordici anni. Anno dopo anno, avevano condiviso battaglie e difficolt, lotte contro il Senato, intrighi a Roma, spie negli accampamenti, lo sconcerto del tradimento, l'ingiustizia di una rivolta e l'impotenza di fronte alla malattia.
Quando, dopo pochi minuti, Lelio part per compiere il suo dovere, Publio rimase solo con un sapore amaro in bocca: aveva appena ordinato la morte e la distruzione di decine di piccoli villaggi, di contadini, di terreni agricoli, il furto di bestiame e il saccheggio delle ricchezze di tutta la regione. Scosse la testa e sput a terra. Annibale usava la medesima strategia in Italia da quattordici anni. Era arrivato il momento che i Cartaginesi sentissero sulla loro pelle la ruvida frusta della guerra.
Ora per doveva fare ritorno a Utica. C'era una citt da espugnare. Aveva bisogno del controllo su quella popolazione e sulle sue mura: quelle stesse mura che ora gli impedivano di terminare con successo il suo assedio dovevano divenire le mura che li avrebbero protetti dall'attacco di Giscone e Siface. Senza la caduta di Utica, il passaggio delle legioni maledette in Africa sarebbe stato un altro fallimento romano da aggiungere alla disfatta di Regolo e dei suoi uomini.
Publio ricord allora le parole del poeta Nevio, lo stesso per il quale Plauto aveva interceduto a Siracusa e che ora stava marcendo nelle prigioni di Roma per aver criticato i Metelli, in particolare, e anche tutti i patrizi; colui che il console aveva promesso di aiutare se fosse tornato vivo dall'Africa. Era il passo in cui Nevio si riferiva all'epica morte di Regolo e delle sue legioni: seseque ei perire mauolunt ibidem quam cum stupro redire ad suos populares... [quelli di perir preferiscono sul posto piuttosto che disonore ritornar dai loro concittadini]. Se non volevano divenire solo un ricordo di poeti caduti in disgrazia, Utica doveva essere conquistata.

74. L'ESERCITO DI CARTAGINE.
Utica, nord dell'Africa, autunno del 204 a.C.

Gaio Valerio conficc a terra lo scudo e guard dietro di s. I manipoli della V legione lo seguivano diligentemente. Scrut alla sua destra, sollevando la testa protetta dall'elmo appena un centimetro sopra lo scudo, e vide che anche i legionari della VI, al comando di Quinto Trebellio, erano risaliti sull'altro terrapieno. Poi guard davanti a s. A cento passi c'erano le mura di Utica. Salendo su quelle colline di terra fino alla cima si sarebbero trovati a solo un paio di metri sotto l'altezza delle mura. Non si notava nessuna particolare manovra da parte dei difensori. Li avrebbero senz'altro ricevuti con frecce e lance. A raffiche. Gli scudi avrebbero dovuto resistere. Poi ci sarebbe stato l'assalto.
Gaio Valerio, primus pilus della V legione, brand in alto la spada. Sapeva che tutti lo stavano guardando. Non avrebbe fatto nulla di originale. Non era il momento per le parole brillanti, solo per la lotta.
All'attacco! All'attacco! All'attacco, per il proconsole, per Roma, per gli di!
I trecento soldati che lo seguivano risalirono il piccolo spazio che rimaneva prima di lanciarsi sulle mura. Una volta l, si fermarono sollevando gli scudi per proteggersi. I dardi e i giavellotti non tardarono a sopraggiungere. Colpirono gli scudi come rocce affilate. Qualche lancia di qualit particolarmente buona riusc a trapassare gli scudi pi deboli di pelle essiccata, rinforzata solo da un po' di metallo, attraversando il petto o il braccio dei legionari che li sostenevano. Grida di dolore. Poi solo silenzio.
La raffica di armi da lancio era finita. Era il momento. La voce di Gaio Valerio torn a risuonare ai piedi delle mura di Utica.
Ora! Sulle mura! Ora, per Giove!
E decine di legionari corsero a scalare le mura, aiutandosi l'uno con l'altro, ma quelli che si arrampicavano furono investiti dai giavellotti che i difensori usavano come picche per infilzarli. I Romani sostituirono immediatamente i caduti con altri legionari, ma nuove raffiche di frecce e lance caddero dal cielo e, improvvisamente, da un angolo, emerse un enorme calderone dal quale si rovesci uno spesso liquido bollente.
Se prima le pietre delle mura erano state fredde, dopo il passaggio di quella sostanza rimasero annerite e fumanti. La pece bollente raggiunse i piedi semicoperti dalle caligae dei legionari, i quali, ustionati e torturati dall'insopportabile dolore alle estremit in fiamme, si gettarono dall'alto del terrapieno, rotolando, senza pi proteggersi con gli scudi perduti nella fuga, per poi finire esposti alle frecce e ai giavellotti che continuavano a piovere su di loro come una folle tormenta senza fine.
Il mento di Gaio Valerio tremava. Aveva l'ordine di provarci fino a un limite ragionevole e di chiamare la ritirata se la difesa fosse diventata troppo potente. Quando aveva ricevuto quell'ordine lo aveva considerato banale, credendo che i suoi uomini della V fossero abbastanza motivati da fare bella figura davanti al proconsole; ma ora, vedendo decine dei suoi legionari divenuti corpi inerti che ricoprivano il campo di battaglia, infilzati di frecce, inspir l'aria, inghiott l'orgoglio e dal profondo delle viscere grid le nuove istruzioni ai suoi soldati feriti, lacerati, crivellati.
Ritirata, ritirata, ritirata! Ripieghiamo! Scendete! Retrocedete!
E cos, sanguinando per una freccia che gli aveva sfiorato la tempia, con le lacrime agli occhi per la rabbia e la vergogna, Gaio Valerio, primus pilus della V legione, una legione maledetta, retrocedette con i suoi legionari senza essere riuscito a prendere le mura di Utica. Dietro di lui, solo cadaveri.
Lelio, seguendo l'ordine del proconsole, era intanto riuscito a prendere Saleca e una moltitudine di villaggi cartaginesi in tutta la regione, e aveva fatto ritorno con un imponente bottino costituito da oro, argento, grano, viveri di ogni tipo, olio, vino e bestiame. Eppure, nonostante la caduta di Saleca e di quei villaggi, la resistenza di Utica stava diventato un problema che preoccupava tutti.
Le fortificazioni sono troppo forti e resistenti. Cos non otterremo nulla disse Lelio a un abbattuto Publio e a un estremamente preoccupato Lucio, che li aveva accompagnati su quel poggio dal quale osservavano il frustrante assedio della citt.
Il proconsole di Roma si volt verso Lelio ammettendo la difficolt dell'impresa.
 vero. Inoltre, i nostri uomini combattono senza fede. Hanno perso la fiducia in se stessi. Cos  impossibile conquistare una citt. Poi tacque, continuando a osservare il ripiegamento dei legionari di Valerio.
Che cosa facciamo?
Publio stava per rispondere quando Marco Porcio Catone, che era appena salito sulla collina, si un alla conversazione. Il quaestor, alla vista dei miseri risultati dell'assedio, era stato colto dal desiderio e dalla presunzione di tormentare il generale.
Sembra che le mura di Utica non siano come quelle di Locri o di Saleca, non  vero? Catone accompagn il suo perfido commento con una smorfia sul viso che pretendeva di simulare un inopportuno sorriso. Non era da lui contrarre il volto in modo strano, innaturale.
Publio ignor quelle parole e si rivolse a Lucio.
Fratello mio,  giunta una piccola flotta di rifornimenti dalla Sicilia e credo che dovremmo approfittare del suo viaggio di ritorno: voglio che tu vada a Roma con quelle stesse navi, portando il bottino che abbiamo guadagnato con la vittoria contro la cavalleria di Annone e con le incursioni realizzate da Lelio a Saleca e nel resto della regione.  importante che Roma veda che abbiamo ottenuto dei risultati tangibili. Pronunci l'ultima frase guardando il quaestor.
Catone smise di forzare i tratti del viso e rimase in silenzio, poi si volt. Si ud il rumore di zoccoli di cavalli. Un messaggero?
Un esploratore tra coloro ai quali il console aveva ordinato di perlustrare i dintorni dell'accampamento, addentrandosi fino a una mezza giornata di viaggio per il territorio africano, giunse al posto di guardia dell'alto comando romano ricoperto di polvere, stanco e con l'aria preoccupata. Smont da cavallo e si ferm davanti al proconsole.
Ebbene, soldato? chiese Publio.
Il legionario si guard a destra e a sinistra. Esitava.
Puoi parlare. Sei al cospetto del mio stato maggiore e del quaestor delle legioni prosegu con disinvoltura. In realt, avrebbe di gran lunga preferito che quell'esploratore fosse arrivato in un altro momento, quando Catone non ci fosse stato, ma ormai non era pi possibile e tentare di allontanarlo dai presenti avrebbe solamente sollevato i sospetti di Catone. Era rischioso farlo parlare davanti a tutti, ma anche conveniente alla propria auctoritas, e l'arroganza lo faceva sentire superiore al quaestor, una sensazione che il console provava con piacere, anche se in quell'occasione la sua vanit poteva tradirlo. Forse sarebbe stato fortunato e il legionario era l per annunciare il ritorno di Massinissa, il quale aveva un evidente ritardo di giorni e la cosa stava incrementando la preoccupazione di Publio. Se infatti alla resistenza di Utica si fosse aggiunta la diserzione del re dei Massili con le forze della cavalleria che il proconsole gli aveva ceduto, o se la stessa cavalleria fosse stata distrutta dai Numidi di Siface, ci avrebbe significato l'ennesima difficolt in pi, forse la fine dell'impresa, di tutta quella complicata e stancante campagna militare.
Stanno arrivando i Cartaginesi, mio generale. Due eserciti: Giscone da est, con circa quarantamila uomini, e il re Siface da ovest, con circa sessantamila. Sono tantissimi, mio generale.
Non si trattava di Massinissa. Erano notizie ben peggiori. L'ultimo commento era di troppo, ma ormai era stato pronunciato. Il legionario stesso se ne rese conto vedendo la collera nello sguardo del proconsole, ma era tardi per cancellare le proprie parole. Per la paura, il soldato abbass lo sguardo pregando che gli di lo punissero immediatamente portandolo nell'Ade, ma il proconsole era alla presenza di tutti i suoi ufficiali, inclusa quella fastidiosa e inopportuna del quaestor, e fu costretto a contenersi.
Va bene, legionario. Ci hai informati. Ora vattene e riposa. Presto entreremo tutti in combattimento... anche se sono io quello che deve decidere quando i nemici sono troppi.
S, mio generale disse l'esploratore, che si ritir senza alzare gli occhi da terra.
Catone, come c'era da aspettarsi, fu il primo a rompere il pesante e gravoso silenzio che era calato su tutti.
Centomila uomini contro trentamila. Sar una grande impresa, proconsole. E se ne and senza aspettare risposta, cominciando a discendere la collina mentre il suo corpo sobbalzava in un modo strano, forse per una risata soffocata e seminascosta. Poi improvvisamente si arrest, torn sui propri passi e si rivolse nuovamente al console: Certamente, in qualit di quaestor, credo sia il caso che accompagni il fratello del console nel suo viaggio a Roma. Devo fare l'inventario di tutto ci che  stato preso durante gli attacchi a Saleca e suppongo di dover vigilare perch il bottino giunga intatto. S, proconsole, penso proprio che approfitter del mio rango per mettermi in salvo. La situazione in Africa... la vedo male. Inoltre, pare che tu abbia perso gran parte della cavalleria lasciandola in mano a un re numida esiliato e ribelle. E torn a incamminarsi, questa volta senza trattenere una sonora risata che infastid l'udito di tutti.
Dovremmo ucciderlo e dimenticarci che  un quaestor disse Lelio con il sangue che gli ribolliva nelle vene e la mano sull'impugnatura della spada.
Per  un quaestor disse Publio. In ogni caso, sar un sollievo vederlo partire. Combatteremo meglio senza i suoi commenti.
Lelio torn al tema del messaggio dell'esploratore, evitando di riferirsi all'allusione di Catone su Massinissa, un argomento sul quale tutti i tribuni di Publio mantenevano un rispettoso silenzio, soprattutto perch il generale aveva ceduto al re dei Massili varie centinaia di cavalieri delle legioni di cui adesso avrebbero avuto bisogno per difendersi dagli eserciti di Giscone e Siface. Senza contare che ogni giorno che passava cresceva sempre pi la muta convinzione che Massinissa o li avesse traditi o fosse rimasto ucciso in un'imboscata di Bucar e della sua cavalleria numida.
Centomila uomini... disse Lelio senza terminare la frase. Non voleva arrogarsi la pretesa di concludere che era un numero troppo elevato di nemici, come aveva fatto l'esploratore, ma era quello che tutti pensavano.
Publio si volt verso le mura di Utica. Ora era davvero impossibile conquistare quella citt prima dell'arrivo dei rinforzi nemici. I Cartaginesi si erano presi il loro tempo, ma ora erano in arrivo. Senza guardare nessuno, rispose alla frase non terminata di Lelio.
Ci triplicano in numero,  vero, ma come ha detto Catone, ci render la nostra impresa ancor pi gloriosa.
Tutti gli ufficiali si guardarono. Erano parole nobili quelle pronunciate dal proconsole, ma le sole parole non sarebbero bastate a fermare i Cartaginesi e i Numidi del re Siface. Tutti, Lelio, Lucio e il resto degli ufficiali che si erano radunati l, Digizio, Trebellio, Valerio, Silano e Mario, tutti, tranne Publio, guardavano a terra e sentivano che quelle legioni erano davvero maledette.
Publio Cornelio Scipione continuava a scrutare l'orizzonte. Nessuno sapeva cosa stesse cercando.

75. UNA NUOVA VITA.
Roma, inverno del 204 a.C.

Aaaaah!
Spingi, donna, spingi.
La voce di Seconda, la matrona romana che Pomponia, la madre di Publio, aveva fatto chiamare per aiutare Emilia nel parto, rimbombava nella testa della giovane sposa del proconsole tanto quanto le sue grida. Quello era il suo terzo parto ma stava risultando di gran lunga il pi doloroso. E dire che tutto era stato disposto con estrema attenzione. Si trovavano in un'ampia stanza, ben ventilata, con tutto il necessario per l'evento che si stava preparando da giorni: olio d'oliva che non si era usato precedentemente per cucinare, acqua calda, oli per il corpo, delicate spugne di mare, coperte di lana, bendaggi, un cuscino dove adagiare il neonato, ogni tipo di prodotto da odorare, dall'argilla alle mele, limoni, cetrioli, meloni, da utilizzarsi se fosse stato necessario risvegliare la partoriente se avesse perso i sensi; una sedia speciale per la matrona, che la stessa Seconda aveva portato con s, poich le matrone preferivano avere a disposizione il proprio materiale personale necessario alla loro professione; due letti, uno duro per il parto e l'altro pi morbido per riposare successivamente.
Sta uscendo rovesciato disse la donna che le ordinava di spingere.
Si pu fare qualcosa? chiese Pomponia mentre asciugava con un panno umido la fronte corrugata della nuora, sfinita dopo tante ore di contrazioni.
Posso tirarlo fuori dalle gambe e se la madre riesce a spingere di pi forse ce la facciamo, con l'aiuto degli di. Anche se...  un cattivo presagio, un cattivo presagio... E dire che la prima cosa che ho fatto  stato mettere le piume di avvoltoio ai piedi della partoriente. Forse serve pi aiuto di quello che pensavo... dato che  il suo terzo parto ho immaginato che sarebbe stato pi facile, ma forse c' qualcos'altro che potremmo fare...
La matrona si allontan dal letto e and a rovistare dentro una cesta piena zeppa di oggetti strambi e di amuleti. Torn vittoriosa, con un grande sorriso stampato in faccia.
Mettilo sopra la pancia.
Seconda esibiva una zampa di iena ancora sanguinante che allung a Pomponia perch la prendesse e la ponesse sul ventre gonfio di Emilia. La donna obbed e mise la zampa dell'animale nel punto indicato dalla matrona, ma senza sentirsi troppo convinta; e nemmeno la matrona sembrava esserlo, infatti torn subito alla sua cesta e ne estrasse piccole bottigliette di vetro, poi ne vers i differenti liquidi in una piccola ciotola e mescol il tutto rapidamente con un cucchiaio.
Che beva questo afferm con la determinazione e la sicurezza date dall'esperienza e dagli anni.  sperma di oca con i fluidi dell'utero di una donnola. Questo la salver.
Emilia bevve, le and di traverso e rigurgit parte del contenuto. Seconda scroll la testa con disapprovazione.
Cos non arriviamo da nessuna parte mormor offesa.
Pomponia stava cominciando a stancarsi dei commenti, degli amuleti e dei beveroni di quella maledetta matrona, che pur godeva di molto rispetto tra le migliori famiglie patrizie di Roma. La madre di Publio mise allora da parte la ciotola di Seconda e la sostitu con un'altra che lei stessa aveva preparato e contenente latte di scrofa mescolato con miele e vino. Emilia bevve e sembr trovare sollievo da quel cambio. Poi, quello che sembrava essere un minuscolo piede usc improvvisamente dalla vagina dell'esausta giovane.
Tira il bambino, per Giove! intervenne Pomponia con agitazione. Lascia perdere presagi e amuleti! Tiralo subito! E continu abbassando la voce, con dolcezza, guardando la nuora: E tu, piccola, spingi con forza. Spingi. Spingi!.
Con un ultimo disperato sforzo Emilia spinse e la matrona tir il neonato. Miracolosamente, in pochi secondi, il pianto del bambino sovrast tutto il resto. La giovane madre ud i primi singhiozzi, sorrise e poi perse i sensi. Seconda prese il piccolo e lo guard disgustata. Non era un maschio. Una schiava stava porgendo uno sporco pezzo di vetro rotto con cui Seconda pretendeva di tagliare il cordone ombelicale, quando entrarono Lucio Emilio, il fratello di Emilia, accompagnato da Icetas, il pedagogo greco dei bambini.
Cosa succede, per tutti gli di, perch ci avete messo tanto e cosa sono queste grida? esclam Lucio, ma vedendo la sorella immersa in un lago di sangue e circondata da vari resti di animali morti si blocc senza sapere che fare o dire. Non aveva mai assistito a un parto e non sapeva che cosa fosse ordinario o sospetto.
Di fronte alla sua indecisione, si fece avanti Icetas, che cominci a togliere le piume di avvoltoio, la zampa di iena e le altre parti di animali gettandole in un angolo della stanza mentre chiedeva degli asciugamani puliti e un coltello affilato e lavato. Seconda teneva in braccio il neonato che non smetteva di piangere, ma Icetas le ordin di non osare utilizzare quel vetro sporco per tagliare il cordone ombelicale. Invece, appena arriv il coltello lavato, lo esamin, inzupp uno degli asciugamani nell'acqua fresca, lo pass varie volte sulla lama e poi, rapidamente, tagli il cordone. Con le mani strinse la parte finale del cordone fino a farne uscire tutto il sangue, estrasse un filo da una delle coperte di lana e leg il cordone lasciandolo cadere sull'ombelico della piccola creatura.
Che puliscano tutto, che diano latte e acqua alla madre e la lascino riposare, e per tutti gli di, che portino via tutti questi animali morti!
L'irruzione di Icetas era stata del tutto inaspettata e contro ogni consuetudine, ma il tutore greco aveva guadagnato la fiducia di Pomponia e di Lucio Emilio grazie ai suoi modi gentili ed efficienti con i piccoli Cornelia e Publio, e nessuno, in mezzo ai gemiti di dolore di Emilia, os discutere le sue istruzioni.
 una bambina disse senza troppo entusiasmo l'umiliata Seconda, cercando cos di recuperare l'attenzione che tutti le stavano negando nonostante l'eccellente servizio che lei credeva di aver fornito in quella difficile situazione.  una bambina ripet. Roma aveva bisogno di soldati, non di bambine.
Pomponia non l'ascoltava nemmeno, anche se aveva capito che quella piccola era un femmina. Era pi preoccupata per lo stato di salute di Emilia. C'era troppo sangue.
Lucio Emilio Paolo usc dalla stanza insieme a Icetas dopo che entrambi si erano assicurati che Pomponia si sarebbe occupata di tutto il necessario l dentro. Lucio aveva atteso per ore. Aveva gi udito sua sorella gridare di dolore durante i precedenti parti, ma mai in quel modo. Data l'assenza del padre, Publio, e del fratello di questi, Lucio, entrambi in Africa, toccava a lui in qualit di zio materno ricevere il neonato e accettarlo o meno in seno alla famiglia degli Scipioni e degli Emilii Paoli, per quelle urla strazianti lo avevano stordito e ora si sentiva frastornato. Pens di bere qualcosa, ma tutti gli schiavi erano impegnati per il parto, correvano da una parte all'altra, portavano altra acqua fresca e calda, asciugamani... Lucio aveva riacquistato un respiro pi calmo dopo l'intervento finale di Icetas, ma si sentiva ancora nervoso.
Finalmente Pomponia apparve nell'atrio con la piccola neonata avvolta in un telo bianco e la depose per terra ai suoi piedi. Lui la osserv con attenzione. Sembrava sana e, data la potenza degli strilli, forte.
 una bambina insistette l'implacabile Seconda che aveva seguito Pomponia nell'atrio ed  nata rovesciata.  un cattivo presagio per questa famiglia. Io...
Pomponia si volt verso la donna fulminandola con lo sguardo, e quella tacque e abbass gli occhi senza aggiungere altro.
Lucio Emilio Paolo s'inginocchi davanti alla bambina che, sconsolata, continuava a piangere senza freno. Il giovane tribuno accarezz la testa della piccina e questa sembr calmarsi. Allora lui la prese tra le braccia e la sollev in alto.
Questa bambina fa parte della gens Cornelia e della famiglia degli Scipioni e degli Emilii Paoli. Non importa come sia venuta al mondo.  una di noi e render pi forte la nostra famiglia. In quanto figlia di Publio Cornelio Scipione e secondo le nostre consuetudini, essendo una bambina le si conceder anche, come alla sorella, il nome della sua gens, e tutti la chiameranno Cornelia; e, a partire da ora, sua sorella sar Cornelia Maggiore, e lei, appena nata, Cornelia Minore.
Pomponia assisteva soddisfatta guardando Lucio. La matrona romana, alle sue spalle, senza alzare gli occhi da terra, continuava a scuotere la testa. Accettare quella bambina avrebbe attirato la sfortuna.
E mia sorella? chiese Lucio restituendo la piccola alle braccia della nonna.
Aveva perso conoscenza per gli sforzi del parto, ma ora si  ripresa. Ha perso molto sangue. Rimarr debilitata per qualche giorno, ma tua sorella  forte come la roccia. Ora devo portarle sua figlia. Vederla la rianimer.
Lucio conferm il suo consenso con un cenno del capo e domand ancora: Quando potr parlare con lei?.
Domani, nel pomeriggio, domani disse Pomponia.
Lucio avrebbe voluto accettare le istruzioni, ma l'amore per la sorella e la preoccupazione erano troppo forti.
No, preferisco vederla adesso.
Pomponia non era abituata a essere contraddetta e una leggera ruga le si form sulla fronte. Si volt lentamente verso Lucio Emilio.
Per favore... aggiunse Lucio. La bambina aveva smesso di piangere. Anche questo tranquillizz l'animo della nonna.
Entra, allora. E si fece da parte abbracciando con delicatezza la neonata e lasciando passare il giovane.
Lucio entr nella stanza della sorella e la trov stordita ma cosciente, avvolta da una montagna di bianchi asciugamani insanguinati che due schiave si affannavano a sostituire con altri puliti. Si sedette su uno sgabello accanto a Emilia, nello stesso posto occupato da Pomponia durante il parto.
Stai bene?
S... stanca... no... agitata, ma s, bene. Ho solo bisogno di dormire. La bambina sta bene?
Sta bene.  bella, come sua madre.
Emilia sorrise. L'unico che oltre a suo marito si permetteva di farle dei complimenti era suo fratello.
Si hanno notizie dall'Africa? volle sapere.
Lucio esit prima di rispondere. Era ingiusto mentirle e sua sorella si accorgeva sempre quando lo faceva. Da quando erano bambini.
Si sa poco. Sappiamo che sono sbarcati, con le legioni V e VI, i volontari italici e i veterani delle campagne di Hispania. Sappiamo che n le tormente n i Cartaginesi hanno fermato la loro navigazione. Che gli di li proteggano, come sempre. Si sa anche che stanno assediando la citt di Utica.
Emilia sorrise. Era amorevole il modo con cui Lucio tentava di tranquillizzarla.
Ma dallo sbarco... non si  saputo altro?
No, ammise Lucio Emilio solo di Utica.
E questo  positivo? Avere cos poche notizie?
Lucio riflett sulla risposta.
 troppo presto per avere altre notizie e le rotte non sono sicure. Dobbiamo solo aspettare.
Emilia avrebbe voluto replicare, ma un'improvvisa sensazione di spossatezza s'impossess del suo corpo.
Dobbiamo lasciarla riposare intervenne Pomponia, in piedi alle spalle di Lucio.
S ammise il tribuno, e abbandon le tre donne, di tre distinte generazioni, che si sarebbero accompagnate e protette reciprocamente in futuro.
Nell'atrio, Lucio vide la matrona che aveva assistito sua sorella durante il parto. Seconda lasciava la casa pensierosa, preoccupata, e Lucio Emilio ricord le sue parole:  un cattivo presagio. La verit era che Publio avrebbe gi dovuto inviare dei messaggeri. Che cosa stava succedendo in Africa?
...
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...
FINE parte 3.